Giorgio Vacchiano, ricercatore e coordinatore scientifico del progetto #RigeneraBoschi: “Per godere in modo continuo dei benefici degli alberi, vanno gestiti e curati, senza abbandonarli agli estremi climatici, alla siccità e agli incendi”
“Nei confronti delle foreste dovremmo essere riconoscenti due volte. Questi ecosistemi, infatti, consentono la nostra sopravvivenza e spesso non ce ne accorgiamo. Producono ossigeno, assorbono un terzo delle emissioni di anidride carbonica su scala globale, ci aiutano a combattere gli effetti del cambiamento climatico”.
A parlare è Giorgio Vacchiano, ricercatore in scienze forestali dell’Università di Milano e coordinatore scientifico di #RigeneraBoschi, il progetto promosso da Sorgenia in collaborazione con l’ateneo che si pone l’obiettivo di monitorare grazie alla tecnologie cinque foreste distribuite su tutto il territorio nazionale.
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Perché si parla di doppia riconoscenza?
Il 21 marzo di ogni anno si celebra la giornata internazionale delle foreste. Un’occasione in più per riflettere sul fatto che ci sarebbe bisogno di riconoscenza verso questi ecosistemi, nel senso di gratitudine, ma che contemporaneamente l’uomo dovrebbe essere in grado di riconoscere che per poter funzionare per gli obiettivi che ci stanno a cuore le foreste hanno bisogno che qualcuno si prenda cura di loro. Non possiamo abbandonarle agli estremi climatici, agli effetti della siccità e alle devastazioni degli incendi.
In cosa consiste in concreto questa assunzione di responsabilità?
Prendersi la responsabilità di curare le foreste vuol dire fare alcune cose concrete e necessarie. Non basta ricordarsi che gli alberi sono importanti, ma bisogna chiedere che per le foreste vengano adottati piani di gestione, un compito che spetta agli enti territoriali e ai proprietari forestali, come previsto dalle norme. È fondamentale individuare quali nuovi boschi debbano essere sottoposti a cure più rigorose, e con quali risorse economiche. L’impegno, ovviamente, può essere condiviso con tante aziende private che, nell’ambito delle loro attività ESG, sono sempre più interessate ad attivarsi per il territorio e per l’ambiente. In questo quadro, mi fa piacere ricordare che il patrimonio forestale è un enorme bacino dimenticato di opportunità per la conservazione del territorio. Ecosistemi che devono stare sempre meglio per far stare meglio anche noi.
Intanto un italiano su tre non sa che gli alberi assorbono Co2. Come te lo spieghi?
Credo che alla base ci sia un motivo non proprio banale: la maggior parte delle persone non sa cosa sia la CO₂. Probabilmente molti sanno che gli alberi producono ossigeno e che è importante salvaguardarli, al pari degli oceani: è una nozione che ha fatto parte della formazione scolastica di base di intere generazioni. Invece il concetto di CO₂ è ancora oscuro, e a questo ha contribuito la disinformazione sulla crisi climatica.
Infine, la crisi climatica è un argomento relativamente recente: La percepiamo come qualcosa di importante per la vita quotidiana da quando gli eventi estremi hanno iniziato a colpire anche noi, perché l’interesse nasce quando percepiamo che un fenomeno ha a che fare con le nostre vite. Oggi la crisi climatica cambia il tipo di cibo che mangiamo, il prezzo delle materie prime che acquistiamo, ha effetti sulle destinazioni dove possiamo andare in vacanza, sul prezzo dei nostri spostamenti in treno o in aereo, su quelli dei carburanti. E ovviamente ha anche un impatto sul lavoro e sulla salute delle persone. Per questo sarebbe importante che se ne parlasse di più, che il messaggio passasse. Invece attorno a questi temi c’è ancora troppa confusione.
La situazione geopolitica in rapido cambiamento contribuisce a questa confusione?
Quello attuale è un momento complicato, non soltanto per il clima, ma anche per la pace, per la cooperazione internazionale, per l’accoglienza delle persone in difficoltà, per l’istruzione, per la parità di genere. Assistiamo in tutto il mondo alla disgregazione del principio di comunità, mentre si va verso l’isolazionismo, il protezionismo, il nazionalismo. La sensazione è di una paura generale, del timore di perdere le conquiste che sono state fatte nel tempo. E ovviamente c’è chi cavalca queste paure. In un contesto del genere ci percepiamo come isolati: quando si verifica un conflitto ne soffrono tutti i generi di negoziati, perché viene rovinato il clima di cooperazione necessario per trovare gli accordi.
Come sta procedendo il progetto #RigeneraBoschi?
Siamo impegnati a monitorare tramite sensori IoT, posizionati su sei alberi per ognuna delle sei foreste interessate dal progetto, i principali parametri fisiologici delle piante. Quanta luce ricevono, quali oscillazioni compiono in base ai venti, quanto crescono i tronchi, quale sia l’umidità e quanto carbonio siano in grado di assorbire. I sensori sono stati installati a settembre, ma proprio in questo periodo sta iniziando la fase vegetativa dopo la fase di riposo delle piante che coincide con l’inverno. Il nostro obiettivo è confrontare boschi che non tocchiamo da tempo con boschi dove c’è una gestione forestale, per capire quali siano le differenze e tarare al meglio gli interventi. Tra sei mesi, alla fine dell’estate, avremo le prime evidenze, ma il progetto durerà due anni per essere più affidabile dal punto di vista statistico.
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