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"A Barcellona la sovranità tecnologica è del cittadino"

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È necessario investire sulla mobilità sostenibile, sulla lotta al cambiamento climatico, sulla partecipazione democratica. Ne abbiamo parlato con Francesca Bria, Chief Tecnology e Digital Innovation Officer del Comune di Barcellona

di Ettore Benigni e Nicola Zamperini 

 

“Bisogna stabilire un rapporto di fiducia con i cittadini, far capire loro che l’amministrazione pubblica è un alleato. E poi mettere in campo una politica ambiziosa, partendo dal principio che investendo nelle infrastrutture digitali si investe sul futuro: non si può rimanere indietro. Invece di risolvere i problemi dopo che si sono creati, cerchiamo di prevederli e di governare la trasformazione tecnologica”. Così Francesca Bria, Chief Tecnology e Digital Innovation Officer del Comune di Barcellona, riassume il “modello Barcellona” in un’intervista a margine di “colazioni digitali” del 6 giugno, organizzato da Sorgenia in collaborazione con Corriere innovazione, a cui ha partecipato insieme a Roberta Cocco, assessore alla trasformazione digitale del Comune di Milano.

 

 

Uno dei suoi “mantra” è che i dati sono un’infrastruttura. Come si fa a spiegare ai cittadini un concetto così ostico?

Basta chiarire qual è il modello di  smart city che abbiamo in testa. Noi non siamo partiti dalla tecnologia, dai sensori, dai dati. Al centro del nostro progetto ci sono i bisogni e i problemi dei cittadini: mobilità sostenibile, transizione energetica, lotta al cambiamento climatico, miglioramento della qualità dell’aria, partecipazione democratica. In quest’ottica i dati sono una meta-utility, una nuova infrastruttura pubblica come le strade, l’acqua, il gas e l’elettricità, fondamentali per la gestione della città.

 

E come si fa a infondere fiducia in una tecnologia che spesso viene avvertita come ostile?

A preoccupare le persone è la sicurezza, la sorveglianza a cui siamo sottoposti in rete, la manipolazione dei dati personali a fini commerciali o addirittura elettorali. Quello che chiedono i cittadini è un’alternativa che rispetti i loro diritti e sia affidabile.

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Quale soluzione avete trovato?

Il nostro modello prevede che - in sede di contrattazione pubblica - le imprese devono dare i dati alla città di Barcellona in “machine readable format”, che sia cioè leggibile dai sistemi automatizzati di machine learning. E grazie al progetto Code della Commissione Ue sulle infrastrutture decentralizzate basate su blockchain, abbiamo creato un sistema per cui i cittadini possono governare direttamente i propri dati. Decidere quali vogliono tenere privati, quali vogliono condividere e con chi. La nostra visione è quella della sovranità tecnologica dei cittadini.

 

Questo impatta sui giganti della sharing economy in città…

Parliamo di fenomeni spesso celebrati per il loro valore innovativo, ma che possono avere un impatto negativo. Ad esempio sui prezzi degli affitti delle case, nel caso di Airbnb, o sulle regole del mercato dei taxi, nel caso di Uber. Non è una questione “antagonistica”, si tratta di capire qual è il beneficio della società digitale: se è per molti, quindi se raggiunge tutti i cittadini e i profitti possono essere redistribuiti, o se è soltanto per pochi.

 

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Di chi è la proprietà dei dati dei cittadini di Barcellona?

I dati sono di proprietà di chi li produce, e il Comune di Barcellona è il custode dei diritti digitali dei cittadini. Investendo in infrastrutture pubbliche digitali possiamo aprire questi dati all’utilizzo dei singoli, delle piccole imprese, dell’industria locale, delle startup, degli innovatori, delle università, e fare in modo che i dati possano creare valore pubblico.

 

Ma davvero nel vostro caso l’amministrazione dipone di dati migliori rispetto a quelli di alcune multinazionali?

Sì, è così. Abbiamo creato un’officina digitale in cui 40 persone, coordinate da un chief data officer, lavorano sui dati. Siamo capaci di arrivare a informazioni a cui neanche Google con gli smartphone può arrivare.

 

Come contrastate gli effetti negativi che potrebbero nascere dalla gentrificazione, man mano che Barcellona diventa un polo di attrazione per i talenti?

Bisogna bilanciare le politiche per creare un polo di innovazione a livello globale con una grande attenzione alle politiche sociali, alla casa, ai trasporti, al cambiamento climatico. Cerchiamo di fare in modo che la rivoluzione digitale porti a una redistribuzione: è il modello sociale europeo che cerchiamo di difendere.