La caratteristica acqua alta di Venezia da sempre minaccia questo patrimonio artistico e culturale inestimabile. Ma con il climate change le emergenze si moltiplicano
Ad attirare l’attenzione sui rischi che corre la laguna di Venezia è stata nelle scorse settimane, e più precisamente dopo la notte del 12 novembre 2019, l’acqua alta che ha raggiunto il livello di 187 centimetri: il secondo più alto che si ricordi dopo la cosiddetta “acqua granda” del 1966. Si è trattato di un’emergenza durata più di una settimana che ha messo a rischio il patrimonio artistico di Venezia e ha causato danni per oltre un miliardo di euro all’intera città e alle aree lagunari circostanti, oltre che aver messo in difficoltà i residenti e le loro attività commerciali. L’eccezionalità riguarda il fatto che in pochi giorni si sia assistito a diverse ondate ravvicinate di acqua alta, che hanno confermato la rapida progressione di questo fenomeno negli ultimi anni, e che può essere collegata direttamente ai cambiamenti climatici causati dall’uomo con l’emissione di gas serra nell’atmosfera.
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La laguna di Venezia
La laguna veneta, che si estende su una superficie approssimativa di 550 km quadrati, è l’area lagunare più ampia dell’intero Mediterraneo. Dal 1987 fa parte dei patrimoni mondiali dell’umanità dell’Unesco, ed è composta per l’8% da terraferma, che comprende la città di Venezia e le isole circostanti, per l’11% da acqua e canali e per il rimanente 80% da piane di marea o casse di colmata. Le prime sono composte da sedimenti che si accumulano con il movimento delle maree, mentre le seconde sono le tre isole artificiali realizzate con i materiali di scavo risultati dalla realizzazione del “Canale dei petroli” nel 1963.
L’allarme di Climate Central: Venezia sommersa nel 2050
L’ultimo allarme in ordine di tempo che riguarda la laguna di Venezia lo ha lanciato pochi giorni prima dell’acqua alta da record l’associazione non profit statunitense Climate Central, secondo cui il riscaldamento globale potrebbe mandare sott’acqua gran parte della città di Venezia già nel 2050. Per realizzare questa previsione gli studiosi si sono avvalsi dell’analisi dei dati raccolti finora sui cambiamenti climatici e di previsioni realizzate utilizzando tecniche avanzate di machine learning. Dalla ricerca, che ha preso in esame 135 paesi su scala globale, è emerso che da qui ai prossimi 30 anni circa 50 milioni di persone rischierebbero di doversi spostare a causa dell’avanzamento delle acque
Climate Central - Coastal Risk Screening Tool: in rosso le aree che rischiano di essere completamente sommerse nel 2050
I rischi nel resto d’Italia e d’Europa
L’allarme lanciato da Climate Central, che ha realizzato diverse previsioni a seconda dell’attuazione o meno da parte dei governi di misure per combattere il cambiamento climatico, non riguarderà in Italia soltanto l’area di Venezia, ma potrebbe arrivare a coinvolgere alcune aree della Romagna fino a Ravenna e Cesenatico.
Secondo questo studio l’Asia rimane il continente più a rischio, limitatamente all’Europa invece i problemi legati all’innalzamento delle acque riguarderanno da vicino anche Amsterdam e Rotterdam in Olanda, Calais e Dunquerque in Francia. Discorso ancora più grave per il Regno Unito, dove – prendendo in considerazione lo scenario “moderato” delle previsioni – i residenti minacciati dalle alte maree arriveranno a essere, entro la fine del secolo, più di un milione e mezzo.
L’aumento della frequenza dell’acqua alta a Venezia
La connessione tra l’acqua alta a Venezia e i cambiamenti climatici causati dall’uomo, si può riassumere in un semplice concetto: se nel passato il fenomeno, che pure esisteva, era considerato un’eccezione, oggi si tratta invece di un’emergenza all’ordine del giorno. A dimostrarlo sono i numeri: la “soglia di eccezionalità” dei 140 centimetri, ad esempio, è stata superata 20 volte tra il 1872 e il 2018, di cui 11 si riferiscono agli anni successivi al 2000 e 8 a quelli successivi al 2009.
Il legame tra acqua alta e climate change
Le condizioni concomitanti che favoriscono il verificarsi dell’acqua alta a Venezia sono essenzialmente due, ed entrambe possono essere ricondotte al cambiamento climatico causato dall’uomo con la sempre maggiore emissione di gas serra. Da una parte c’è l’innalzamento del livello delle acque dovuto alla fusione dei ghiacciai montani e dei ghiacci continentali polari, ma anche all’espansione termica degli oceani, conseguenti all’aumento della temperatura. Questo ha portato, nel caso di Venezia, a un “livello di normalità” dell’acqua 30 centimetri più alto rispetto a quello della fine del XIX secolo. Dall’altra c’è l’aumento della frequenza di condizioni meteo estreme che si possono verificare nella zona, riconducibili anche queste al riscaldamento globale. Così nel caso specifico dell’acqua alta del 12 novembre e dei giorni successivi si è verificato, in concomitanza con l’alta marea, l’incanalarsi di burrascose correnti di scirocco provenienti dal Nord Africa che hanno incontrato a ridosso della laguna veneta i venti di bora che provenivano da Est: una circostanza che – insieme a un brusco approfondimento di un centro di bassa pressione secondario a ridosso della laguna veneta – ha indirizzato verso quest’ultima tutta l’acqua che era stata spinta dallo Scirocco a risalire l’Adriatico.
L’acqua alta in un film d’autore
Ma cosa vuol dire per un residente di Venezia convivere con l’acqua alta? A darne un’idea è l’ultimo film realizzato dalla coppia italo-francese di registi Ila Beka e Louise Lemoine, celebri per i loro lavori in cui sperimentano nuove forme narrative e cinematografiche legate all’architettura contemporanea e alla città, le cui opere fanno parte dal 2016 della collezione permanente del Museum of Modern Art di New York.
Il film appena annunciato e girato proprio durante l’acqua alta di novembre si intitola Homo Urbanus Venetianus e rientrerà nel ciclo “Homo urbanus”, andando ad aggiungersi a quelli già ambientati a Bogotà, Seul, Tokyo, Kyoto, Rabat, Napoli, Shanghai, Doha e San Pietroburgo.
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