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Climate Change, Filippo Thiery: “Agire subito, o non ci sarà ritorno”

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Il meteorologo di Geo spiega le emergenze ambientali che non dovrebbero essere dimenticate una volta spenti i riflettori sul Fridays for future

“La grande carica simbolica del movimento giovanile per il Clima, che ha portato milioni di studenti a scendere nelle piazze di tutto il mondo, non viene semplicemente da una considerazione anagrafica, questi giovani sono i ‘cittadini del futuro’, ma deriva dal fatto, assolutamente unico e drammatico, che i ragazzi di oggi sono la prima generazione, nella storia del genere umano, che quando da adulta avrà la possibilità e la responsabilità di prendere decisioni… sarà ormai troppo tardi se noi, oggi, subito, non prendiamo drastici e immediati provvedimenti.
Scelte da attuare ormai non più su scadenze di decenni, ma di mesi e anni, perché a questo ci siamo ridotti, perdendo in chiacchiere tutto il tempo che avevamo a disposizione.

 

Ecco perché il Fridays for future è importante, per ricordarci che siamo di fronte al punto di non ritorno, e che la scelta di rallentare questa folle corsa verso il baratro non è più rimandabile”. A parlare è Filippo Thiery, fisico e divulgatore scientifico, meteorologo di Geo - Rai3, che ci aiuta a tracciare un quadro delle principali emergenze ambientali su scala globale emerse nell’ultimo periodo e che non dovrebbero essere dimenticate anche una volta che i riflettori dei media si saranno spenti.

Partiamo dagli incendi in Amazzonia e in Siberia. Quali rischi corre l’ecosistema del pianeta a causa di questo genere di eventi?

Quando zone così vaste sono interessate da incendi o disboscamenti a tappeto, o entrambe le cose, spesso legate fra loro, come nel caso sia dell’Amazzonia sia della Siberia, la perdita di importanti porzioni del patrimonio forestale ha effetti devastanti. Non solo localmente, come una drammatica perdita di biodiversità, modifiche al bilancio di evapotraspirazione e quindi cambi del clima locale, enormi ripercussioni sul dissesto idrogeologico, ma anche negli equilibri dell’intero ecosistema.
Le ripercussioni si allargano infatti a livello globale, a partire dalla concentrazione della CO2 atmosferica, dato che la vegetazione - sia oceanica che continentale - gioca un ruolo fondamentale nell’assorbimento di questo gas serra.
A questo bisogna aggiungere: 

  • il contributo in termini di emissioni di CO2 rilasciate dagli incendi: solo in Siberia, durante gli incendi della scorsa estate, si stima siano state immesse in atmosfera almeno 140 milioni tonnellate di biossido di carbonio;
  • il fatto che nelle zone disboscate, a maggior ragione se percorse dal fuoco, la modifica della copertura del suolo e della capacità di trattenere o riflettere i raggi solari, influisce sui bilanci energetici fra la Terra e l’atmosfera.

Questo contribuisce al riscaldamento globale, particolarmente eclatante nelle zone artiche concorrendo a determinare sia la fusione della calotta glaciale che lo scongelamento del permafrost, il terreno ghiacciato dove da millenni sono intrappolate enormi riserve di metano, a sua volta gas serra, che ora rischiano di tornare in atmosfera, andando ulteriormente ad amplificare il riscaldamento globale.

Cosa possiamo fare Non a caso, fra le prioritarie azioni di mitigazione dei cambiamenti climatici, oltre a quella di ridurre drasticamente le emissioni con il passaggio a energie rinnovabili, c’è la lotta alla deforestazione. Altrimenti il rischio è che si vada a squilibrare delicatissimo bilancio atmosferico dal quale dipende la sopravvivenza della vita sulla Terra nelle forme in cui la conosciamo oggi.

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Isola di plastica: quali sono i rischi e come si può fare per invertire la rotta? 

La plastica rappresenta una drammatica emergenza ambientale a causa dell'invasione dei mari e degli oceani, in concentrazioni altissime - dai microframmenti ai rifiuti più ingombranti - con impatti devastanti sulla vita degli ecosistemi marini a tutti i livelli, dal plancton fino ai più grandi mammiferi. Nel nostro immaginario abbiamo probabilmente ben presenti le immagini delle spaventose isole di plastica nel Pacifico, ma le rilevazioni nel Mediterraneo ci dicono che le concentrazioni di plastica galleggiante sono tali da considerare il Mare Nostrum una delle regioni di maggior accumulo di detriti di plastica, del tutto paragonabile a quelle oceaniche subtropicali. È stato peraltro calcolato che, in assenza di misure drastiche nell’arginare il fenomeno, queste concentrazioni nel 2050 saranno quadruplicate.

Gli impatti sono gravissimi sia dal punto di vista ecologico (solo nel Mediterraneo, sono 135 le specie marine che ingeriscono oggetti di plastica o vi finiscono intrappolate, con esito fatale) sia da quello della salute umana, visto che i detriti, andando incontro a millimetrica frammentazione, sono ingoiati da quegli stessi pesci, crostacei e molluschi che arrivano sulle nostre tavole.

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Ma la plastica ha un forte impatto anche sui cambiamenti climatici, trattandosi di un materiale per la cui produzione, a partire ovviamente dal petrolio, si emettono considerevoli quantità di CO2 (2,5 tonnellate per ogni tonnellata di plastica nuova prodotta), cui se ne aggiungono altrettante (2,7 tonnellate) nella fase di incenerimento del relativo rifiuto.
Recenti ricerche, fra l'altro, hanno scoperto che anche nella fase di lenta decomposizione nell'ambiente, la plastica emette etilene e metano, che sono a loro volta gas serra. Stiamo scontando in maniera deflagrante decenni di aumento incontrollato dell’utilizzo di questo materiale, a partire dal proliferare spropositato, oltre i limiti del demenziale, sia degli imballaggi che dei generi monouso. È quindi urgente tirare drasticamente il freno a mano nella direzione del Plastic Free, a tutti i livelli con normative e ordinanze che mettano al bando questi materiali e ferme sanzioni per i trasgressori.

Poi c’è l’allarme sulla sopravvivenza della barriera corallina in Australia, sempre più minacciata dal riscaldamento globale. Cosa sta succedendo in quell’area?

La drammatica e rapida corsa verso la scomparsa della Grande Barriera Corallina, uno dei più antichi ecosistemi del pianeta, è legata sia all’aumento della temperature delle acque sia all’acidificazione degli oceani, fenomeni entrambi direttamente connessi al cambiamento climatico impresso dalle attività umane alla nostra atmosfera.
Nel continuo e naturale scambio di gas - compresa la CO2 - fra idrosfera e atmosfera, si stabilisce un equilibrio fra la parte che viene disciolta in acqua e quella che si trova allo stato libero in atmosfera. Laddove la concentrazione di un gas in atmosfera aumenta, come accaduto vertiginosamente alla CO2 da un secolo a questa parte in conseguenza delle emissioni umane, aumenta evidentemente anche la concentrazione dello stesso gas disciolta in acqua, per tenere in equilibrio il bilancio.
Pillole di chimica Il problema è che una parte dell’anidride carbonica disciolta negli oceani reagisce con l’acqua per dare acido carbonico, letale per tutti quegli organismi, come molluschi e coralli, il cui ciclo di vita è basato proprio sul carbonato di calcio. Dall’inizio della rivoluzione industriale, l’acidificazione media delle acque oceaniche è aumentata di circa il 30%, peraltro a una velocità 100 volte superiore rispetto ai cambi avvenuti negli ultimi 55 milioni di anni, con conseguenze drammatiche sulla biodiversità di preziosi ecosistemi oceanici. 

Anche su questo aspetto, come per tutti gli altri impatti dell’aumento delle concentrazioni di CO2 atmosferica dovuto alle attività dell’uomo, non ci sono soluzioni diverse dall’abbattimento delle emissioni, con la transizione a un modello energetico basato sulle fonti rinnovabili e un drastico contenimento degli sprechi.

Infine la Groenlandia e lo scioglimento dei ghiacci. Che conseguenze può innescare? 

La fusione delle calotte glaciali, e in generale dei ghiacci presenti sul nostro pianeta, è forse in assoluto l’aspetto più drammatico del cambiamento climatico in corso, non solo per la velocità e l’entità con cui il fenomeno sta avvenendo, ma anche per le ripercussioni che ha e avrà su scala globale.
Proprio in questi ultimissimi giorni è uscito il Rapporto Speciale dell'Ipcc sugli Oceani e la Criosfera, che - al pari degli altri documenti del Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici - è frutto di anni di studi pubblicati sulle più autorevoli riviste specializzate dopo rigorose verifiche e revisioni. Le conclusioni di questo corposo rapporto sono perentorie: se non ridurremo presto e drasticamente le emissioni dei gas serra, entro il 2100 sparirà un terzo del ghiaccio mondiale, e in questo terzo destinato a fondere entro fine secolo c'è oltre l'80% del ghiaccio alpino.


Temperatura di settembre in Groenlandia: come se in Italia la massima fosse 60 gradiSe parliamo in particolare della calotta polare del nostro emisfero, la fascia a latitudini artiche è falcidiata dalla regolare riproposizione di lunghe fasi con temperature clamorosamente sopra le medie del periodo, con anomalie arrivate, nella scorsa estate, a far misurare valori dai 15 ai 30 gradi sopra la norma del periodo. Come se oggi, fine settembre, in giro per l’Italia si registrassero massime diurne fra i 40 e i 60 gradi centigradi, e per più giorni consecutivi.

La perdita di massa della calotta continentale va a contribuire, in percentuale di circa un terzo, al continuo innalzamento del livello dei mari e degli oceani. Stiamo parlando di un fenomeno che sommergerà sotto le acque zone del pianeta dove, attualmente, abitano centinaia di milioni di persone, comprese vaste aree del Mediterraneo e quindi dell’Italia.

L’altro effetto della fusione dei ghiacci artici, sia quello continentale che quello marino, è la continua immissione negli oceani di enormi quantità di acqua dolce, con conseguente alterazione del tasso di salinità (e quindi della densità) delle acque, parametro al quale è fortemente legata la circolazione delle grandi correnti, a loro volta strettamente accoppiate con i regimi atmosferici e con il clima delle varie aree del pianeta: questo può causare stravolgimenti della circolazione a grande scala nel sistema accoppiato costituito dal globo terracqueo e dall’atmosfera che lo circonda, andando ad aggiungere un pesante ingrediente ai cambiamenti climatici.
Proprio nelle zone coperte dai ghiacci, i cambiamenti climatici stanno avvenendo a ritmi molto più rapidi rispetto a qualsiasi altra regione del pianeta, con temperature medie annuali che aumentano il doppio rispetto alla media globale. 

È possibile trarre una conclusione unica che accomuni tutte queste emergenze?

Credo che molte delle cose di cui abbiamo parlato finora, dimostrino come nessuna di queste emergenze può essere presa singolarmente o scollegata dalle altre: stiamo parlando di un ecosistema planetario complesso, in cui tutte le componenti sinteragiscono fra loro.
Pertanto la conclusione è paradossalmente molto semplice: bisogna ragionare in termini complessivi e ormai emergenziali, perché il tempo che avevamo a disposizione alcuni decenni fa, quando la gravità della situazione era già conclamata, è stato sprecato non solo nell’inazione, ma anche nel far peggiorare forsennatamente le cose.