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Alte maree catastrofiche, cosa è successo a Venezia?

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Filippo Thiery, meteorologo: “La frequenza di questi fenomeni è aumentata costantemente negli ultimi anni. Ora servono comportamenti responsabili e un patto cittadini-istituzioni”

“Le alte maree a Venezia ci sono sempre state, è vero. Ma alla fine del 1800 una catastrofe naturale veniva ricordata dalla popolazione come un evento eccezionale, andava a finire sui libri di storia. Invece oggi gli eventi estremi sono all’ordine del giorno, si ripetono con una frequenza sempre più serrata, e questo è una conseguenza del cambiamento climatico e del riscaldamento globale. Ciò che un secolo fa era straordinario, oggi sta diventando ordinario. Per contenere i danni è necessario da una parte comportarsi in maniera più responsabile, evitare gli sprechi di energia e limitare le emissioni di gas serra. E dall’altra stipulare un patto tra cittadini e istituzioni che consenta ai sindaci di prendere tutte le precauzioni per evitare danni alle persone, senza dover temere per questo di perdere consensi”. Così Filippo Thiery, meteorologo di Geo, Rai Tre, prende ad esempio l’alta marea che la scorsa settimana ha inondato la città di Venezia e altri centri e isole della laguna per spiegare come i cambiamenti climatici siano un tema da affrontare con grande senso di responsabilità per evitare, in futuro, danni ancora più gravi rispetto a quelli che si verificano oggi.
Thiery, partiamo dall’inizio.

Come fa a dimostrare che le inondazioni stiano aumentando di frequenza a Venezia?

Basta analizzare i dati che sono stati pubblicati dall’Amministrazione Comunale proprio nei giorni scorsi. Se guardiamo alla serie storica delle occasioni in cui l’acqua a Venezia è arrivata a salire di più di 140 centimetri, allagando quindi più del 60% del centro cittadino e superando la cosiddetta "soglia di eccezionalità", ci accorgiamo che questo è successo 20 volte tra il 1872 e il 2018. Ma di queste venti volte 11 si riferiscono agli anni successivi al 2000, e otto dal 2009 in poi.
Se prendiamo poi a riferimento la soglia dei 150 centimetri, superata due volte soltanto la scorsa settimana, ci accorgiamo che negli ultimi 150 anni era stata oltrepassata in tutto soltanto in sei occasioni. Quanto infine alle maree molto sostenute, quelle in cui l’acqua si innalza più di 110 centimetri, sono state di più negli ultimi 30 anni che nei 120 precedenti: 165 dal 1990 al 2018, contro 131 dal 1870 al 1989.

Il crescendo è ancora più evidente se si focalizza l’attenzione sugli ultimi 30 anni, con 44 superamenti di questa soglia dal 1990 al 1999, 52 dal 2000 al 2009 e 69 dal 2010 al 2018.

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Come fa a dire che la causa sia nel cambiamento climatico?

Perché a Venezia si sono verificate due condizioni che, se concomitanti, possono causare catastrofi come quelle che abbiamo visto; sono entrambe conseguenze dirette del climate change.

Innalzamento del livello delle acque Da una parte c’è l’innalzamento del livello delle acque, dovuto alla fusione dei ghiacciai montani e dei ghiacci continentali polari, oltre che all'espansione termica degli oceani, tutte conseguenze dell'aumento della temperatura. Oggi a Venezia il mare al suo livello di normalità è 30 centimetri più alto rispetto a quello della fine del XIX secolo, in corrispondenza del quale venne fissato il cosiddetto zero mareografico, tant’è che oggi l’altezza media delle acque, in condizioni di normalità meteorologica, è appunto di 30 cm, rispetto a quello zero tuttora usato come riferimento per le misure.
Condizioni meteo estreme Se a questo si aggiunge l’aumento della frequenza di condizioni meteo estreme che si possono verificare nella zona, riconducibile anche questo al riscaldamento globale, si arriva alla situazione che abbiamo visto la scorsa settimana.

Come è stato possibile in pratica un innalzamento così importante del livello dell’acqua?

A contribuire in maniera determinante è stata la violenza dei venti: abbiamo assistito a burrascose correnti di scirocco innescate da una intensa perturbazione proveniente dal Nord Africa, la stessa che ha provocato gravi danni e alluvioni nel Sud Italia come ad esempio a Matera, che si sono incanalate verso il Veneto risalendo dalla Puglia e dalla Romagna, e che hanno incontrato a ridosso della laguna veneta i venti di bora che provenivano da Est: questo ha causato una convergenza tra correnti marine provenienti da direzioni diverse, innescate da una forte ventilazione a circolazione antioraria nel basso tirreno, cui si è aggiunto il brusco e improvviso approfondimento di un centro di bassa pressione secondario proprio a ridosso della laguna veneta, che ha indirizzato verso quest’ultima tutta l’acqua che era stata spinta dallo Scirocco a risalire l’Adriatico. Un fenomeno che, combinato con il normale ciclo delle maree astronomiche (il cui picco serale, per colmo di sfortuna, è coinciso proprio con la fascia oraria in cui i venti di Bora erano violenti), ha portato ai risultati che abbiamo visto.

Questo genere di venti molto forti sono causati da cicloni mediterranei particolarmente profondi, in questo caso in risalita dal Nord Africa, con raffiche di tempesta che hanno superato i 100 km orari. Tra le conseguenze dei cambiamenti climatici è riconosciuta una maggiore frequenza di condizioni di questa entità. Ad esempio, anche l’epocale tempesta di vento che si era verificata il 29 ottobre dello scorso anno, quella che ha causato l’abbattimento di intere foreste nel Triveneto, ma anche un altro episodio eccezionale di acqua alta fino a 156 cm a Venezia, era a sua volta un ciclone molto profondo, in quel caso formatosi sul Mar di Sardegna e risalito attraverso il Golfo Ligure.

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Come si possono evitare danni sempre più gravi per il futuro?

La prima ricetta ovviamente è l’abbattimento delle emissioni di gas serra combinato con la riduzione degli sprechi. L’obiettivo è di arrivare a un 100% di utilizzo di energie rinnovabili, ma finché non sarà possibile, è sensato che i combustibili fossili vengano utilizzati in maniera parsimoniosa. Gli errori fatti finora, però, dovremo purtroppo tenerceli. E qui si inserisce la seconda parte del ragionamento: serve un patto tra cittadini e istituzioni per arrivare a prendere e ad accettare decisioni anche quando sembrano esagerate, come ad esempio la chiusura delle scuole, quando si prospettano situazioni di rischio.

Dovremo trattare meglio il territorio e contemporaneamente essere più disposti ad accogliere misure preventive, che possono causare disagi nel breve periodo ma che evitano i danni più gravi, in primis la perdita di vite umane.

L’ultimo rapporto dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) fotografa un Paese in cui il 91% dei Comuni italiani ha al suo interno almeno un’area a elevato rischio frana o alluvione. Vuol dire tre milioni di nuclei familiari, circa 7 milioni di cittadini. È assurdo, ad esempio, che se c’è rischio di traffico accettiamo di partire un’ora prima per arrivare a un appuntamento, ma se si prospetta un evento devastante saremmo disposti a mandare ugualmente i nostri figli a scuola. È bene sapere infine che più i fenomeni sono violenti e più è difficile prevederli nei particolari, ma se la posta in gioco è alta è sempre meglio ridurre al minimo i rischi.