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Smart working vuol dire anche rispetto per l’ambiente

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Lavorare da casa significa contribuire a un sensibile abbattimento delle emissioni di gas serra e di polveri sottili. Quindi meno stress, ma anche meno inquinamento

L’emergenza Coronavirus, una volta terminata, insieme ai brutti ricordi potrebbe lasciare anche qualche eredità positiva. Tra queste probabilmente ci sarà quella di aver dato una spinta decisiva all’adozione dello smart working in Italia e su scala internazionale. Una pratica che, oltre a essere conveniente per le imprese consentendo un risparmio economico e una spesso maggiore produttività dei dipendenti, potrà dare un contributo importante anche per la sostenibilità ambientale.

LA SOSTENIBILITÀ TRA GLI “ADDED VALUE” DEL LAVORO FLESSIBILE

Uno degli studi che hanno fatto scuola nel campo dello smart working è quello realizzato da Development economics per conto di Regus nel 2018, da cui sono emersi alcuni dati che ancora oggi hanno un valore forte. Secondo la ricerca “Added value of flexible working”, infatti, entro il 2030 lo smart working porterà all’economia mondiale un valore aggiunto quantificabile in 10 trilioni di dollari. La previsione è basata sull’assunto che da qui a 10 anni una percentuale variabile tra l’8 e il 13% dei lavoratori su scala globale avrà accesso al lavoro flessibile, innescando una dinamica virtuosa per le imprese, che vedranno diminuire i costi, e per i lavoratori, un miglioramento in termini di produttività e di equilibrio vita-lavoro.

SMART WORKING ED EMISSIONI DI CO2

A guidare il resto del mondo verso i vantaggi dello smart working, saranno, secondo l’indagine, gli Stati Uniti e la Cina. Ma nel novero dei vantaggi che deriveranno direttamente da una progressiva adozione del lavoro agile, lo studio individua anche quelli per l’ambiente, snocciolando una serie di numeri interessanti. Se le previsioni saranno rispettate, infatti, si calcola che i livelli di anidride carbonica in atmosfera diminuirebbero di 214 milioni di tonnellate l’anno entro il 2030, pari in dieci anni alla CO2 che verrebbe sottratta dall’atmosfera da 5 miliardi e mezzo di alberi. Quanto alle ore di spostamenti casa-lavoro risparmiate, sarebbero ogni anno 3,53 miliardi.
Dividendo il risparmio di emissioni per singoli Paesi, il solo Regno Unito contribuirebbe da solo al “risparmio” di 7,8 milioni di tonnellate di CO2, mentre negli Usa la minore emissione di CO2 ammonterebbe a 100 milioni di tonnellate. Numeri che tradotti nel risparmio per singolo pendolare che passa allo smart working potrebbero essere quantificati fino al 2030 in un impatto ambientale di 270 Kg di anidride carbonica che non verranno immessi in atmosfera: 18 alberi per ogni lavoratore “agile”.

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L’INDAGINE ENEA

Il principio evidenziato da questo studio viene indirettamente confermato anche da Enea, l’agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, che sottolinea come lo smart working sia utile a ridurre le congestioni di traffico e i consumi energetici, a partire dagli spostamenti casa-lavoro. Altro aspetto preso in considerazione da Enea, che a telelavoro e smart working nella pubblica amministrazione ha dedicato un’indagine ad hoc, c’è anche l’aspetto connesso al cibo consumato fuori casa. Produrlo infatti richiede un consumo energetico e l’utilizzo di imballaggi che spesso prevedono l’uso della plastica.
“Basterebbe anche un solo giorno a settimana di smart working per i tre quarti dei lavoratori pubblici e privati che utilizzano l’automobile, per ridurre del 20% il numero di km percorsi in un anno. In questo modo si otterrebbe un risparmio di circa 950 tonnellate di combustibile, oltre a una riduzione di oltre 2,8 milioni di tonnellate di CO2, di 550 tonnellate di polveri sottili e di 8mila tonnellate di ossidi di azoto, con un significativo impatto positivo sulla salute della popolazione”, afferma Marina Penna, dell’Unità Studi, Valutazioni e Analisi di Enea.

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LA SPERIMENTAZIONE A MANTOVA

Oltre alle previsioni, però, sul tema si sono svolte anche alcune prove sul campo, che hanno confermato gli effetti positivi dello smart working sull’ambiente. Una delle più recenti è quella che ha riguardato la città di Mantova, dove per l’occasione si sono mobilitati il Comitato imprenditoria femminile della camera di commercio della città insieme con Asl, Regione e Comune. La sperimentazione è durata tre anni e ha coinvolto 250 persone da 21 imprese di varie dimensioni.

Per ogni giorno di smart working nel triennio, il tragitto casa-lavoro e ritorno evitato lavorando da casa ha restituito a ciascun lavoratore smart mediamente 56 minuti di tempo, pari a quasi 45 ore di tempo-vita in un anno, che è stato reinvestito per il 69% nella famiglia, nel tempo libero e nello sport, per il restante 31% nel lavoro.

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I benefici per l’ambiente sono stati evidenti: i chilometri non percorsi, che in tutto ammontano a 304mila, hanno contribuito a rendere meno inquinata l’aria di Mantova e delle zone limitrofe, grazie al fatto che sono state evitate emissioni pari a 42 tonnellate di anidride carbonica per il cui assorbimento sarebbe stata necessaria l'attività di 2.792 alberi.
Quanto infine ai benefici economici, i lavoratori coinvolti nel progetto hanno risparmiato complessivamente per i tre anni circa 780mila euro, mentre per le aziende il risparmio è stato di 513 Euro l’anno per dipendente coinvolto nello smart working grazie alla maggiore produttività.

CORONAVIRUS E INQUINAMENTO

Una prima dimostrazione di come lo smart working possa fare bene all’ambiente viene proprio dalle rilevazioni fatte nei giorni dell’emergenza Coronavirus a Milano. Nei primi 15 giorni di applicazione dell’ordinanza del Governo, infatti, nel capoluogo lombardo le polveri sottili pm10 sono diminuite del 33%, secondo quanto accertato dall’Ispra, l’istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, elaborati da Youthquake.