Sorgenia
cerca
Accedi accedi

Se lavorare ed essere indipendenti è un “lusso”

  1. Home
  2. Life
  3. Se lavorare ed essere indipendenti è un “lusso”

La storia di una donna con una situazione familiare difficile; un lavoro precario e uno stipendio insufficiente a mantenere sé stessa e il proprio figlio. Poi la sua vita ha avuto una svolta

Da noi lavorare si dice “faticare” e non per niente. In vita mia, quel poco che ero riuscita a guadagnarmi, mi era costato l’umiliazione di dover quasi elemosinare quel che mi era dovuto. Il lavoro era quella cosa che capitava ogni tanto perché l’amico dell’amico ti faceva un favore e quindi anche essere pagati era un favore. Quando l’amico dell’amico era comodo, bontà sua.

I soldi per pagare le bollette, gli occhiali nuovi di mio figlio e a volte anche la spesa, quelli me li dava Barbieri, l’assistente sociale. Barbieri è una brava donna e non me lo fa pesare, mi conosce da quando sono piccola. È a me che pesa dirle ogni volta: dottoressa, questo mese non ce la faccio col gas o mi è arrivata una multa o chissà cos’altro … perché ce n’è sempre una e mai nessuno a cui chiedere, se non a lei.
Però, vi dicevo, Barbieri è una brava donna e trova sempre il modo. E tutte le volte mi dice, “Susanna, ma tu sei giovane”, “Ma dai che sei una ragazza in gamba”, “Forza che adesso il tuo bambino inizia la materna e al lavoro ci pensiamo”.

Ed è arrivato il giorno finalmente, un giorno di quelli che non ti aspetti che succedano cose buone, il giorno che quel cornuto di mio marito, le sue urla e le sue multe si sono finalmente tolti dai piedi, una volta per tutte. Quando gliel’ho detto Barbieri ha sospirato, mi ha chiesto come stavo, poi ha sorriso e mi ha detto che c’era un progetto per le donne, un progetto per me. “Torna mercoledì che te lo spiego”.

Ero agitata e confusa: “progetto”, “educatrice” sono parole che conosco, perché il mio bambino è autistico e scuola c’è Anna, che si occupa del suo “progetto” e evita che rompa gli occhiali un giorno sì e l’altro anche; ma cosa potessi farci io, che non sono più una bambina, con un’educatrice e un progetto, proprio non lo capivo. E cosa questo avesse a che fare con l’andare a faticare, men che meno.
Poi quel mercoledì mi hanno spiegato. L’educatrice assomiglia ad Anna, solo un po’ più vecchia, e il progetto è andare in “Azienda” a fare un “tirocinio”, ad imparare un mestiere insomma, un po’ come a scuola però pagata. Poco, mi hanno detto. Più di quello che mi danno gli amici degli amici, bontà loro, ho pensato io. Si può fare. Certo “azienda” era una parola strana, non sapevo bene cosa aspettarmi anche se spiegare, mi avevano spiegato. Ed in effetti all’inizio è stato strano forte. Buongiorno, buonasera, come sta. Timbri quando entra, timbri quando esce. La mensa è giù, al piano di sotto.

È cominciata così.
Ieri l’ho chiamata, Barbieri. “Ciao Susanna come stai, è un po’ che non ci si vede. Hai bisogno?”
“No, dottoressa, volevo solo salutarla”.