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Lo spreco alimentare costa 750 miliardi di dollari all’anno

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Uno studio della Fao sottolinea i risvolti ambientali di questo fenomeno. Riusare il cibo e trovare mercati secondari i possibili rimedi

Prendete il Prodotto interno lordo di Svizzera e Turchia, mettetelo in un sacchetto nero e gettatelo via nella spazzatura. È il paragone che fa la Fao per denunciare il costo che ogni ha lo spreco di cibo: ben 750 miliardi di dollari, anche se sono più di 870 milioni le persone che soffrono quotidianamente la fame. La denuncia è contenuta nell’ultimo studio dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, presentato nei giorni scorsi a Roma. Non solo. Da non sottovalutare sono anche i risvolti ambientali. Per produrre generi alimentari destinati a finire nell’immondizia si emettono 3,3 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, mentre 1,4 milioni di ettari di suolo sono impiegati per produrre colture che non finiranno mai sulle nostre tavole.

 

Lo studio valuta anche l’impatto negativo che questo fenomeno ha su acqua e biodiversità. Basti pensare che per coltivare, stoccare e mettere sul mercato il cibo destinato al consumo umano ma che viene gettato via è utilizzata una quantità d’acqua pari a 250 chilometri cubi, la stessa che contenuta nel lago di Ginevra o quella trasportata in un anno dal fiume russo Volga. A ciò si aggiunga l’effetto negativo sui terreni del ricorso all’agricoltura intensiva, che non consente periodi di riposo per i campi, diminuisce la fertilità del suolo e induce all’impiego di fertilizzanti chimici, che a loro volta provocano inquinamento.

 

Una situazione che diventa giorno dopo giorno sempre più drammatica. Nel dossier della Fao è sottolineato come a gravare sulle spese sia in larga parte lo spreco di verdure, seguito da carne, frutta e cereali. In totale, si tratta di 1,6 milioni di tonnellate di prodotti primari e in 1,3 miliardi di cibo commestibile.  A stare messi peggio sono i paesi dell’Asia industrializzata e del Sud Est asiatico, che sprecano rispettivamente il 28 per cento e il 22 per cento del cibo prodotto. Seguono l’Europa, l’America Latina e l’Africa Subsahariana. Le regioni più virtuose risultano essere il Nord America, l’Oceania e il Nord Africa.

 

Le ragioni del fenomeno variano a seconda della condizione economica dei diversi Paesi. Così, se da un lato negli stati più ricchi c’è un errato comportamento dei consumatori e dei rivenditori, in quelli in via di sviluppo lo spreco maggiore si verifica nella fase successiva al raccolto a causa dei limiti strutturali e tecnologici nello stoccaggio e l’inefficienza nel trasporto. I rimedi? Per la Fao, bisogna “riusare il cibo all'interno della catena umana alimentare, trovando mercati secondari o donando gli alimenti in eccesso a mense o a bisognosi”.