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“La nostra rivoluzione gentile verso l’uguaglianza”

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Fabiana Martini cura le schede didattiche del progetto Parole Ostili, nato per contrastare la violenza verbale in rete, che colpisce soprattutto le donne

Triestina, 49 anni, tre figlie e una passione smodata per la comunicazione. Tanto da farne il proprio lavoro: giornalista, prima donna laica a guidare un periodico religioso in Italia (Vita Nuova). Tanto da trasformare l’educazione alla comunicazione non ostile in missione.

Fabiana Martini è la curatrice delle schede didattiche di Parole Ostili. È lei che affina gli strumenti che poi vengono messi in campo per educare i più giovani al rispetto, attraverso l’attività delle persone unite attorno a questo favoloso “progetto sociale di sensibilizzazione contro la violenza nelle parole”, come è definito Parole Ostili dai suoi stessi promotori.

Perché le parole sanno essere violente. E la violenza delle parole, anche quella, è troppo spesso di genere.

 

Fabiana Martini, la violenza sulle donne non è solo fisica, è anche verbale. Si tratta di una comunicazione aggressiva che voi monitorate attraverso il vostro “Termometro” e contrastate con la vostra attività. Che ruolo e che peso ha la differenza di genere nella comunicazione violenta?

Le donne purtroppo si confermano il principale bersaglio dell’odio via web, primato che condividono con gli immigrati e i musulmani ma anche con gli ebrei, gli omosessuali e i disabili. Tutte categorie che potremmo annoverare nella sezione “deboli e diversi”, sebbene sia difficile considerare diverso chi come le donne rappresenta la metà della popolazione. L’ostilità di cui sono oggetto è frutto di una radicata cultura patriarcale che senza fare troppi giri di parole considera la donna inferiore, alla stregua di un oggetto.

 

Sembra che il tempo si sia fermato allo scorso secolo…

Finché la pubblicità, i media, il mondo dello spettacolo continueranno a rappresentare la donna solo come un corpo o una figura di contorno, un accessorio, difficilmente faremo progressi. Finché in Italia non sarà possibile vendere un’automobile o uno yogurt se non accompagnati da una donna seminuda non usciremo da questa spirale di violenza, che non a caso è sempre a sfondo sessista e non di rado sfocia nell’eliminazione fisica della donna. Le donne nel nostro Paese, anche quelle che con fatica hanno raggiunto ruoli apicali, vengono sempre giudicate per come si vestono e appaiono e raramente per quello che fanno e dicono.

 

 

Una delle più importanti novità di quest’anno, per Parole Ostili, è la realizzazione di un progetto specificamente realizzato per le aziende. Che tipo di realtà state trovando e, ancora una volta, che ruolo hanno, se ce l’hanno, le differenze di genere nella comunicazione ostile all’interno delle aziende?

Si tratta di realtà, una decina al momento, motivate e molte attente al benessere lavorativo, come dimostra la scelta di aderire a un percorso formativo come quello proposto da Parole Ostili. Un’indagine condotta da SWG per Parole Ostili a giugno di quest’anno (su un campione nazionale di 500 persone: 400 dipendenti pubblici e privati, 100 dirigenti) evidenzia che esiste un problema di hate speech all’interno del mondo del lavoro: per il 51% degli intervistati non c’è differenza di genere tra chi usa un linguaggio più aggressivo e irrispettoso, mentre il 39% ritiene che ad essere più ostili siano gli uomini, il 10% che lo siano le donne. Rispetto invece a chi è maggiormente colpito dall’hate speech, il 57% ritiene che non ci sia differenza, il 32% pensa che siano più colpite le donne, l’11% che siano più colpiti gli uomini. Se però andiamo ad analizzare il campione in base al genere, constatiamo che tra le donne interpellate è il 40% a credere che siano le donne le più colpite, tra gli uomini invece prevale la tesi che non c’è differenza (65%), che le donne siano più colpite lo ritiene il 23%. L’odio, pertanto, è ampiamente entrato nei luoghi di lavoro con tutte le conseguenze che possiamo facilmente intuire anche sul piano ad esempio degli avanzamenti di carriera, ma non solo: il caso sollevato recentemente dal Rettore della Normale di Pisa lo testimonia.

 

Il principale “fronte” sul quale combattete la vostra battaglia resta in ogni caso la scuola. Tanti i progetti dedicati ai più giovani. Anche in questo contesto, immaginiamo che, dove venga registrato un uso di parole ostili, queste possano avere anche una connotazione sessista. Come affrontate il fenomeno?

È indubbio che la formazione e la sensibilizzazione restano lo strumento più potente e più efficace, anche se non il più immediato, per affrontare questo fenomeno, che è un fenomeno strutturale e non si risolve per decreto. Una sensibilizzazione che passa anche attraverso la proposta di modelli femminili, attenzione sempre presente in Parole Ostili quando deve mettere in campo relatori e testimonial. Ma è un’attenzione molto presente anche nelle schede didattiche che Parole Ostili ha realizzato in collaborazione con gli insegnanti (scaricabili gratuitamente sul sito di Parole Ostili, ndr). Tra i temi proposti alle tre fasce d’età (primaria, medie e superiori) non mancano i diritti delle donne, il linguaggio di genere, la storia dell’emancipazione femminile.

 

Non solo la scuola, ma anche i genitori hanno un ruolo fondamentale per educare i più giovani al rispetto del prossimo, donne comprese. Qual è il passo in più che devono fare i genitori in questo?

Diventare tutti, madri e padri, femministi, che non significa niente di più che credere nell’uguaglianza, sostanziale e non solo formale, di tutti gli individui, uomini o donne che siano. Nell’educazione non dovremmo né soffocare l’umanità dei maschi, proponendo un modello di virilità dura, anaffettiva, che deve nascondere la propria sfera emotiva e non deve chiedere mai, né le legittime aspirazioni delle femmine, che devono limitare le loro ambizioni per non oscurare i compagni. E questo comincia da come trattiamo i figli nelle mansioni domestiche: spesso capita di essere molto indulgenti con i maschi e molto esigenti con le femmine. Consiglio a tutti il libro di Chimamanda Ngozi Adichie “Dovremmo essere tutti femministi”: 40 pagine edite da Einaudi che si leggono molto agilmente. Altrimenti in Rete si trovano molti articoli su come crescere figli maschi femministi o, se disturba meno, rispettosi delle donne.

 

A volte, però, il comportamento dei figli sfugge al controllo dei genitori. Quali consigli date a un genitore che si ritrova ad affrontare un atteggiamento violento del figlio nei confronti del prossimo, nonostante sia stato molto attento a educarlo al rispetto?

Innanzitutto di non colpevolizzarsi o deprimersi, perché capita non così raramente. Consigliamo di parlarne, facendo molta attenzione a non assumere, anche senza volerlo, un atteggiamento demonizzante. Ci si può avvicinare all’argomento in maniera indiretta, riferendosi ad altri, ma sfruttando l’occasione per far sapere al proprio figlio come la si pensa in proposito, trasmettendogli fiducia nella nostra disponibilità di adulti e di genitori ma anche ricordandogli che virtuale è reale, che le parole, anche quelle online, hanno conseguenze e che le azioni digitali contribuiscono a costruire la nostra reputazione.

 

Il terreno più fertile per la violenza verbale nei confronti delle donne sembra essere il web, che non a caso è stato il punto di partenza del vostro progetto di opposizione alle parole ostili. Cosa possiamo fare, come singoli individui che interagiscono online con gli altri utenti, per portare il nostro contributo a questa attività di contrasto?

La prima cosa da fare è non alimentare l’aggressività, ad esempio continuando a rispondere o utilizzando termini violenti che ricalcano quelli ricevuti. È importante anche contribuire a segnalare eventuali bufale, in modo da limitarne la diffusione virale. E per chi se la sente interloquire con tanta pazienza, dandosi comunque dei limiti, ad esempio rispondere una volta e non andare avanti all’infinito proprio per non rischiare di alimentare l’hate speech.