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Il Mediterraneo si alzerà di un metro in 80 anni

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Marco Anzidei, ricercatore e coordinatore del progetto europeo SaveMedCoasts: “Coste italiane a rischio. La politica prenda sul serio la questione”

 

“Da qui ai prossimi 80 anni molte delle coste del Mediterraneo sono destinate a cambiare a causa dell’innalzamento del livello marino. Dove oggi ci sono spiagge il mare potrebbe guadagnare terreno, facendole sparire. È un fenomeno che è in parte già in corso: per verificarlo basterebbe pensare a come siano cambiate alcune porzioni di litorale, anche in Italia, rispetto a come le ricordano i nostri nonni o a come vengono ritratte da foto d’epoca.

Mediamente il livello del mare sale di 30 centimetri al secolo, ma oggi questo ritmo di crescita è estremamente più alto: tra 80 anni  si registrerà un aumento del livello marino che, secondo le previsioni più conservative, non dovrebbe superare i 70 centimetri; probabilmente arriverà a un metro, ma secondo altri studi potrebbe superare i due metri. Con tutti i rischi che questo comporterà per infrastrutture, centri abitati e complessi turistici che sorgono a ridosso delle coste”. A lanciare l’allarme è Marco Anzidei, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), coautore dello studio sull’aumento del livello delle acque nel Mediterraneo recentemente pubblicato dalla rivista Water.

Anzidei, su quali criteri si è basata la vostra ricerca e che scenari ha evidenziato?

Abbiamo messo in relazione le proiezioni climatiche sull’innalzamento dei mari con quelle dei movimenti verticali della crosta terrestre nell’area del Mediterraneo, con particolare riferimento a tutte quelle coste che si muovono verso il basso per cause naturali o per meccanismi causati dall’intervento dell’uomo. L’aumento del livello marino sarà maggiore dove la subsidenza (vale a dire il cedimento ed affossamento del terreno, in questo caso il fondale marino, ndr) è un fenomeno già evidente e accertato, come ad esempio nel Nord dell’Adriatico e in particolare nella laguna Veneta, o nelle Isole Eolie.

Quali saranno gli impatti dell’aumento del livello marino sulle coste del Mediterraneo?

Il cambiamento climatico ha una serie di effetti su scala globale e la combinazione di questi fenomeni con la subsidenza può produrre conseguenze particolarmente preoccupanti in un orizzonte temporale di medio termine. Con il riscaldamento globale i mari aumentano di volume e questo fenomeno insieme al progressivo scioglimento dei ghiacci polari, contribuisce all’innalzamento del livello marino. Gli impatti possono essere molteplici, ad esempio ridurre drasticamente le spiagge fino a insidiare alcune abitazioni o addirittura centri urbani. Ma per vedere impatti più preoccupanti, basti pensare che Venezia, nell’arco di pochi decenni, potrebbe essere costretta a convivere con un livello medio del mare più alto anche di 80 centimetri rispetto a oggi, come se fosse sempre in acqua alta. Infine c’è da considerare che le conseguenze di catastrofi naturali, come tempeste o maremoti, potrebbero essere più severe se il livello del mare fosse più alto rispetto all’attuale.

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Che problemi potrebbero crearsi per le infrastrutture?

Questa dinamica potrebbe impattare, ad esempio, sulla funzionalità dei porti e dei sistemi fognari che non possono scaricare sott’acqua, circostanza che sta già generando problemi ad esempio a Miami, in Florida, ma anche nelle isole Eolie se vogliamo restringere lo sguardo all’Italia. Altre emergenze potrebbero sorgere per le strade o le ferrovie che passano a ridosso delle coste.

Oggi si sente tanto parlare di cambiamento climatico ma in pochi sono consapevoli del fatto che l’aumento del livello marino è potenzialmente più pericoloso e più dannoso di un terremoto. Il sisma infatti - per quanto devastante - colpisce un’area limitata pur facendo grandi danni, mentre l’aumento del livello marino colpisce indiscriminatamente le coste di quasi tutto il pianeta. Sa cosa sta succedendo negli Stati Uniti? Molte compagnie assicurative si rifiutano di assicurare abitazioni che sono a ridosso delle coste: piuttosto comprano gli immobili dai proprietari, li demoliscono e li ricostruiscono in aree più interne, per poi rivenderle; questo perché dal loro punto di vista costa meno questo genere di intervento rispetto al rischio di rifondere il danno causato da un’inondazione, che considerano sempre più probabile.

Lei è stato anche coordinatore del progetto europeo SaveMedCoasts, che si è chiuso con la conferenza finale qualche mese fa. Come continua l’impegno nato da quell’esperienza?

La nostra ricerca è nata proprio nell’alveo di SaveMedCoasts, che riprende quest’anno spostando la propria attenzione sulle aree naturalmente subsidenti in tutta Europa in prossimità degli estuari dei grandi fiumi, come il Reno, il Rodano, il Po, l’Ebro.
Nella prima parte del progetto abbiamo fatto una fotografia generale del Mediterraneo informando le comunità costiere dei rischi di questa situazione, cercando di portare più consapevolezza sul tema.
Nella seconda parte del progetto ci focalizzeremo sull’impatto socio-economico in alcune zone che sono densamente popolate, come i delta fluviali. E investiremo più energie nella comunicazione, anche per spronare amministratori e decisori politici a correre ai ripari oggi programmando e pianificando gli interventi, prima che i problemi esplodano.

Come è possibile ridurre al minimo i rischi causati da questi cambiamenti?

Siamo di fronte a un problema globale e, rispondendo alla domanda, per prima cosa dobbiamo fare tutto il possibile per contenere le emissioni di CO2 in atmosfera, dando seguito agli impegni presi con l’accordo di Parigi. Anche se tutto lascia presagire che i limiti di emissioni stabiliti in quella sede siano destinati a essere purtroppo superati con netto anticipo.

In secondo luogo bisogna fare in modo che le amministrazioni e i decisori politici prendano seriamente in considerazione questo tema e si mettano attorno a un tavolo con la comunità scientifica e gli addetti ai lavori per porre dei rimedi da subito, con interventi che siano più strutturali rispetto, ad esempio, ai ripascimenti delle spiagge, che sono spesso solo costosi palliativi.