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Dal Leicester a Bebe Vio: 5 imprese impossibili per #MetticiEnergia

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Le imprese che grandissimi campioni dello sport hanno consegnato alla Storia. Perché non conta quanto è difficile la sfida, conta l’energia che ci metti

2 maggio 2016, Chelsea-Tottenham, al minuto 86’ Hazard accende il turbo e sguscia fra gli avversari fino in area di rigore, poi scaglia un tiro imprendibile sotto l’incrocio. È il 2-2. Il pareggio decreta l’impossibilità matematica per gli Spurs, secondi in classifica in Premiere League, di raggiungere la prima posizione: il Leicester è Campione d’Inghilterra.

Ripercorriamo oggi quell’impresa impossibile e quella di altri quattro campioni senza tempo che hanno scritto la Storia dello sport, insegnandoci che non conta quanto è difficile la sfida, conta l’energia che ci metti. Ah, c’è anche la “nostra” Bebe Vio, of course.

 

LA BANDA RANIERI SUL TETTO D’INGHILTERRA

A inizio campionato, i bookmaker inglesi, che raramente ne sbagliano una, davano Ranieri come probabile primo esonerato della stagione. L’allenatore romano era stato scelto per la panchina di una squadra che aveva scampato la retrocessione per un pelo e aveva perso anche la propria guida tecnica, Nigel Pearson, travolto da uno scandalo a luci rosse. Oltremanica sono tutti d’accordo: solo un miracolo potrà evitare alle Foxes di scendere in seconda divisione.

Dieci mesi dopo, sarà di Ranieri la firma dello scudetto più bello della storia del calcio. Il tecnico di Trigoria trova l’alchimia giusta e trasforma un gruppo di ragazzi “normali” in leggende. Basta dire che Jamie Vardy, uomo simbolo dell’impresa e capocannoniere delle Foxes con 22 gol, è un ex operaio che ha avuto guai con la giustizia.

I gol di Vardy scandiscono le tappe di un percorso sempre più emozionante, lungo il quale il Leicester si impone su alcuni tra i club più blasonati d’Europa, tra cui Chelsea, Manchester City, Liverpool e lo stesso Tottenham. Una rincorsa verso la gloria che lascia tutti con il fiato sospeso fino al triplice fischio di Chelsea-Tottenham. Poi un coro si alza unanime da ogni angolo del pianeta: “Go Foxes!”.

 

LA PRIMA MEDAGLIA INTERNAZIONALE DI BEBE

Estate del 2011, a Varsavia si svolgono i Mondiali Under 17 di scherma in carrozzina. La famiglia Vio carica in macchina armi, bagagli, carrozzina e fioretto e raggiunge Varsavia. Oltre mille chilometri di viaggio per sentirsi dire che no, Bebe non potrà utilizzare la protesi al braccio destro per reggersi al maniglione che si monta sulla carrozzina e che l’aiuta a tirarsi sù dopo un affondo. È un problema molto serio: è così che Bebe, che ha solo 14 anni ed è la più piccola del torneo, si è allenata da oltre un anno.

Poco prima dell’inizio della competizione, il suo allenatore, Fabio Giannini le dice: “Basta aggressività e niente più colpi diretti, perché altrimenti non torni più su. Hai mezz’ora di tempo per cambiare il tuo modo di tirare”. Come se a un calciatore dicessero prima della gara “si gioca solo di testa” o obbligassero un tennista a usare solo rovesci.

La notizia avrebbe fiaccato il morale di qualsiasi atleta. Qualsiasi ma non Bebe. Lei non si scompone, gara dopo gara trova nuovi equilibri nei suoi movimenti, affina la sua nuova tecnica “improvvisata” e comincia a prendere coraggio. Poi, non la ferma più nessuno. Batte in finale Gabi Down, più esperta e di una categoria superiore, e si aggiudica l’oro. “Ero così incredula che non riuscivo neanche a festeggiare”, racconterà nella sua autobiografia (Mi hanno regalato un sogno, Rizzoli, 2016).

 

LA DOPPIETTA EUROPEA DEL NOTTINGHAM FOREST

C’era una volta il Nottingham Forest di Brian Clough, allenatore appena esonerato dal Leeds United e chiamato a competere in seconda divisione inglese con la “squadra di Robin Hood”. Siamo nella metà degli anni ’70. Il Regno Unito non conosce ancora la rivoluzione thatcheriana, ma comincia a scoprire quella, sportiva, che viene dalla vicina Olanda, patria del calcio totale. Brian Clough deve più di qualcosa a quella filosofia.

L’allenatore guida i suoi ragazzi verso la vittoria del campionato di seconda divisione in due anni. Ma il vero capolavoro arriverà a brevissimo. In un solo anno il Forest vince il campionato, diventando la prima squadra a laurearsi Campione dopo una promozione.

Non paghi, l’anno dopo i ragazzi di Clough vincono la Coppa dei Campioni, battendo il Malmö nella finale giocata all'Olympiastadion di Monaco di Baviera.

E quando tutto il mondo celebrava il miracolo Nottingham, i Forest continuarono a stupire tutti, vincendo la seconda Coppa Campioni consecutiva, aggiudicandosi contro l'Amburgo la finale giocata al Santiago Bernabéu.

Una tripletta, Campionato-Coppa-Coppa, senza precedenti nella storia del calcio, che cancella la parola impossibile dal dizionario inglese e insegna che ogni sfida è possibile, con l’energia giusta.

 

IVANIŠEVIĆ, WIMBLEDON A SORPRESA

Giugno 2001, Goran Simun Ivanišević comincia la sua avventura nel torneo di tennis su erba più prestigioso al mondo, quello di Wimbledon. Appassionati ed esperti della racchetta concordano: quella di Ivanišević sarà poco meno di una comparsata.

Ex numero 2 mondiale, la stella di Ivanišević sta pian piano vedendo spegnere la propria luce. Tanto che non potrebbe neanche partecipare al torneo, dato che la sua attuale posizione in classifica (125esimo) non gli consentirebbe l’ingresso. Ma gli organizzatori gli concedono una wild card, dando il via a una delle imprese più emozionanti della storia del tennis.

Ivanišević comincia una corsa senza sosta verso la vittoria finale, battendo avversari che erano piazzati ottanta posizioni sopra di lui, compresi Marat Safin (testa di serie numero 4), Tim Henman (testa di serie numero 6) e in finale Patrick Rafter (testa di serie numero 3). Wimbledon 2011 incorona Ivanišević come primo tennista a vincere un torneo dello Slam con una wild card.

 

QUANDO BUSTER DUGLAS MISE KO TYSON

Primi giorni degli anni ’90, prime settimane dell’ultimo decennio del 20esimo secolo. Buster Duglas è un pugile mediocre. La costanza non è il suo forte. Nonostante ciò, è arrivato in passato a insidiare il primo posto mondiale. Viene scelto lui come sfidante di un Mike Tyson all’apice della sua carriera. Il manager di Iron Myke crede che sia un incontro facile. E non è il solo, dato che i bookmaker danno Duglas perdente 42 a 1.

Ma la Storia ha preso uno dei suoi strani giri. In realtà non sarà il fato a scrivere quella pagina della boxe, ma la determinazione di Buster, che quell’incontro ha scelto di giocarselo fino alla fine. È l’occasione del riscatto personale e della vendetta contro il destino. Ventitrè giorni prima del match, che si disputerà a Tokyo l’11 febbraio, Duglas perde la madre, l’anno prima è stato lasciato dalla moglie. Passa tutti i giorni che lo separano all’incontro ad allenarsi duramente.

L’entourage di Tyson avverte Iron Mike: Duglas ce la sta mettendo tutta. Ma Tyson sottovaluta l’avversario, dedica poco tempo agli allenamenti e molto alle feste e alle donne. Passano 10 lunghi round su quel ring giapponese. Duglas parte bene, continua meglio, ma va al tappeto all’ottavo. Buster respira, prende tempo e si rialza. D’altronde, ormai ha preso coraggio: Tyson le ha prese come mai forse prima, ha l’occhio tumefatto e accusa evidentemente la stanchezza.

Quando alla decima ripresa Iron Mike va a terra tramortito da una raffica dell’avversario, tutto il mondo non riesce a credere ai propri occhi. Tutti il mondo tranne Buster Duglas. Lui sapeva già prima che avrebbe portato a casa quella vittoria e che non conta quanto è difficile la sfida. Conta l’energia che ci metti.