Ambiente

Aqualis: il dispositivo che tutela il mare e diventa valore per imprese e territori

Scritto da 13 Maggio 2026 • 1 min di lettura
Ettore Benigni

Giornalista specializzato in economia circolare

L’ideatore del dispositivo Made in Italy che raccoglie plastiche, microplastiche e idrocarburi dispersi in acqua racconta la nascita del progetto, che integra ricerca scientifica, innovazione sostenibile e monitoraggio ambientale

Un percorso professionale che unisce esperienza manageriale, consulenza e risk management alla passione personale per il mare e le immersioni subacquee. Da questa combinazione nasce la visione di Alessandro Barbiero, ideatore di Aqualis, dispositivo capace di raccogliere plastica, microplastiche, oli e idrocarburi da mari, laghi, fiumi e porti con consumi energetici minimi e una manutenzione estremamente semplice.

Aqualis nasce dal contesto di Aquageo, azienda veneta che da otre 20 anni si è specializzata nel noleggio e nella vendita di pompe esterne, sommergibili, draganti e sommerse. La tecnologia alla base del dispositivo è stata progettata e realizzata interamente in Italia e punta a coniugare sostenibilità, innovazione e monitoraggio ambientale. Barbiero ripercorre in quest’intervista le origini del progetto, il ruolo della ricerca scientifica e delle collaborazioni con università e partner tecnologici, fino alla crescente attenzione di porti, aziende e istituzioni verso la qualità delle acque e la Blue Economy.

INDICE DEI CONTENUTI

Barbiero, ci parla del suo percorso professionale e di come è arrivato a occuparsi di sostenibilità ambientale?

Il mio percorso è una sintesi tra formazione manageriale e una profonda connessione personale diciamo pure passione, con l’elemento acquatico. Professionalmente provengo dal mondo della consulenza e del risk management, dove il concetto di ESG  non si limita alla comunicazione, ma richiede misurazioni, rendicontazione e strategie di lungo periodo.

Parallelamente, divertendomi con le immersioni subacquee, ho visto con i miei occhi quanto sia fragile l’equilibrio dei nostri mari. Ho capito che la Blue Economy è la chiave per trasformare le sfide ambientali in opportunità concrete: non si tratta solo di “proteggere”, ma di innovare i processi per creare valore sia per le aziende che per l’ecosistema marino.

Come nasce l’idea di Aqualis? C’è stato un momento preciso in cui ha capito che poteva essere un progetto promettente?

L’idea nasce da un paradosso: l’inquinamento da plastica e idrocarburi è enorme, ma le soluzioni spesso sono troppo complesse o costose per essere adottate su larga scala. Il momento della svolta è stato quando abbiamo definito un sistema capace di lavorare 24 ore su 24, con costi energetici irrisori (circa 1,5 euro al giorno) e una manutenzione così semplice da non richiedere tecnici specializzati. In quel momento ho capito che avevamo tra le mani una soluzione semplice, concreta, capace di trasformare l’impegno ambientale di un porto o di un’azienda in un’azione visibile e costante.

Quali sono state le tappe fondamentali che hanno portato Aqualis dalla fase iniziale a una tecnologia concreta e pronta all’uso?

Siamo partiti dall’ingegnerizzazione di un sistema modulare. Non ci siamo accontentati di raccogliere i rifiuti grossolani; abbiamo puntato sulle microplastiche fino a 1.6 mm e sugli idrocarburi. Una tappa fondamentale è stata l’integrazione della tecnologia FoamFlex, brevettata in Italia da T1 Solutions: si tratta di una spugna poliuretanica a celle aperte capace di assorbire fino a 4 kg di inquinanti per ciclo e riutilizzabile fino a 200 volte. Questo garantisce un impiego realmente ecosostenibile, riducendo al minimo gli sprechi di materiali filtranti e massimizzando l’efficienza di raccolta, che può arrivare fino a 800 kg di rifiuti all’anno per singolo dispositivo. Progettare e brevettare il dispositivo Aqualis è stato un processo che ha richiesto più di un anno e che è avvenuto totalmente in Italia, cosa di cui siamo molto fieri.

Nel vostro percorso, che ruolo hanno avuto ricerca scientifica e collaborazioni con partner e università?

Un ruolo di validazione indispensabile. Collaboriamo con enti come l’Università “G. d’Annunzio” di Chieti e Pescara e l’OGS, Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale, perché i dati sul funzionamento devono essere oggettivi. Non vogliamo solo rimuovere i rifiuti, ma mappali e classificarli per fornire strumenti utili alla ricerca. La nostra tecnologia è “approvata dalla scienza” perché permette di trasformare ogni installazione in una piccola stazione di monitoraggio della salute dei nostri mari. Di questo si occupa, nello specifico, la dottoressa Fabiana Pasquini, laureata in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche e in Tecnologie Eco-Sostenibili e Tossicologia Ambientale. Nel suo dottorato di ricerca si occupa del recupero del campione dal dispositivo Aqualis e della caratterizzazione delle microplastiche.

Come stanno reagendo oggi porti, aziende e istituzioni alla vostra proposta? Nota un cambiamento nel modo di affrontare il tema della qualità delle acque?

Decisamente sì. Fino a qualche anno fa l’attenzione era focalizzata quasi esclusivamente sulle emissioni di CO2. Oggi la qualità dell’acqua è diventata una priorità, specialmente per i porti e le marine che vogliono posizionarsi come eccellenze sostenibili. La risposta è positiva perché Aqualis risponde a un’esigenza di concretezza: è un design compatto, Made in Italy, che non disturba la fauna marina e si installa facilmente sia su pontili fissi che galleggianti. Le aziende oggi cercano sì azioni “ispiratrici”, ma che portino risultati misurabili da inserire nei loro bilanci di sostenibilità.

Qual è la visione per il futuro di Aqualis: più diffusione, nuove applicazioni o un impegno più ampio nella tutela degli ecosistemi acquatici?

La nostra visione è racchiusa nel concetto di “Blue Pathway“: un modello integrato che unisce mitigazione, sensibilizzazione e restauro degli ecosistemi. Non ci limitiamo a vendere un dispositivo; cerchiamo di spingere aziende, e di e marine a sostenere e promuovere progetti ambientali e di rigenerazione.

Nel futuro vediamo diffusione capillare, che permetta di intercettare i rifiuti prima che raggiungano il mare aperto. La sfida più grande resta però culturale: come dico spesso, il nostro obiettivo finale è un mondo in cui i dispositivi Aqualis non siano più necessari. Fino ad allora, continueremo a lavorare affinché acque pulite non siano un lusso, ma un diritto garantito per tutti.