A Corinaldo, i residui di lavorazione si trasformano in materiali innovativi. Ne abbiamo parlato con il titolare, Federico Mencaroni: “Così cambia il modo di immaginare l’agricoltura del futuro”
Nel cuore delle Marche, a Corinaldo, l’azienda agricola di Federico Mencaroni rappresenta un esempio di come tradizione e innovazione possano convergere in una visione improntata alla sostenibilità e alla circolarità. Da una cantina biologica attenta alla biodiversità nasce un progetto, sviluppato in collaborazione con il Politecnico di Milano, che guarda oltre il vino e punta a trasformare i residui di lavorazione in materiali avanzati. Un’intuizione nata quasi per caso, che oggi si traduce in una bioplastica dalle potenzialità trasversali, con possibili applicazioni dal biomedicale all’architettura. Il riconoscimento ottenuto agli Oscar Green 2026 di Coldiretti, nella categoria “Coltiviamo insieme”, valorizza un percorso che mette al centro economia circolare, ricerca scientifica e nuova agricoltura.
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Come nasce l’azienda e che identità ha oggi?
Nel 2010 io e mia moglie abbiamo rilevato l’azienda di mio nonno, un agricoltore che sfruttava i suoi vigneti per la produzione di vino sfuso, come accadeva in molte realtà di quel periodo. Noi siamo rientrati dopo studi ed esperienze fatte altrove, con l’idea di costruire un progetto più definito e più orientato alla qualità. Io ho studiato enologia a Milano, mia moglie lingue orientali a Venezia, e quando siamo tornati abbiamo deciso di investire qui, trasformando l’attività in una cantina orientata a vini di medio-alto livello.
Oggi siamo un’azienda biologica che lavora con un’attenzione molto forte alla biodiversità e al basso impatto ambientale: limitiamo gli interventi meccanici e privilegiamo quelli manuali, anche quando questo comporta costi più alti. Produciamo internamente tutte le fasi, sia per i vini fermi sia per la produzione di spumante con il metodo classico, e lavoriamo molto in funzione dell’annata: non inseguiamo la ripetizione, ma cerchiamo di capire ogni anno quale sia il prodotto migliore su cui puntare. Per noi qualità significa anche rese basse, tempo di attesa e capacità di rispettare il ritmo naturale del vino.
Quando avete intuito che gli scarti potessero trasformarsi in una risorsa?
È successo in maniera quasi casuale, in un contesto di curiosità e attenzione. Circa due anni fa parlavo con un amico, il professor Battistella, docente di architettura al Politecnico di Milano, e durante quella conversazione era emerso il tema dei materiali biobased: materiali organici prodotti da microrganismi. Poco dopo, lavorando in cantina, mi sono soffermato su una pellicola che si era formata in seguito a una fuoriuscita di vino. In genere quella pellicola si elimina subito, perché è collegata a fenomeni acetici e quindi a un’alterazione del prodotto. Mi ha colpito il fatto che fosse molto sottile, trasparente, resistente e allo stesso tempo impermeabile. Da lì è partita la domanda vera: se questo materiale ha queste caratteristiche, forse vale la pena capire che cos’è e da dove nasce. È stato proprio quello il passaggio in cui uno scarto ha smesso di essere soltanto un problema di lavorazione ed è diventato una possibile risorsa.
Che cosa avete scoperto, studiando quella pellicola?
Ho iniziato ad analizzare il campione, facendo isolamento dei batteri e analisi del Dna per capire quale fosse la popolazione microbica presente. Ne è emerso che la comunità microbica era ampia, ma con due batteri nettamente predominanti. Approfondendo, ho visto che si trattava di batteri acetici capaci, in presenza di ossigeno, di utilizzare gli zuccheri residui e trasformarli in biocellulosa. La cosa che mi ha colpito di più è che questo processo non avveniva in maniera isolata, ma dentro una sorta di “consorzio microbico”, cioè un equilibrio tra diversi microrganismi che convivono e si sostengono. Nella ricerca industriale, spesso si lavora con colture pure dentro biofermentatori e con substrati preparati. Nel nostro caso, invece, il fenomeno avveniva in modo spontaneo all’interno della cantina, in un ambiente complesso e naturale. Questo apre una riflessione interessante: a volte la forma associata, evolutasi nel tempo, può risultare più efficace o più stabile di una coltura purificata.
Quali caratteristiche rendono questa biocellulosa così promettente?
Il punto centrale è che parliamo di una cellulosa molto pura. A differenza di quella estratta dalle piante, non contiene lignine ed emicellulose, che normalmente devono essere eliminate con processi ulteriori. Questo significa avere una base già molto pulita. È biodegradabile ma soprattutto biocompatibile, quindi potenzialmente adatta anche ad applicazioni a contatto con il corpo umano. Inoltre, come dicevo, possiede qualità fisiche notevoli: una buona resistenza, una buona impermeabilità e una forte capacità di trattenere acqua e di rilasciarla gradualmente. Dal punto di vista chimico la molecola è semplice, ma dal punto di vista applicativo è molto ricca. Quando ti trovi davanti a una materia prima di questo livello, capisci che il suo valore va ben oltre l’intuizione iniziale.
Su quali applicazioni vi state concentrando?
Le direzioni principali sono tre. La prima riguarda il biomedicale e la cosmetica, perché la biocellulosa ha una capacità di ritenzione idrica molto alta, anche fino al 90%, e questo significa che può assorbire un principio attivo e rilasciarlo nel tempo. In prospettiva, quindi, si può pensare a cerotti a lenta cessione del farmaco, oppure a soluzioni per il trattamento della pelle. La seconda linea riguarda la cosmetica in senso più stretto, per esempio con la possibilità di realizzare maschere facciali naturali, biodegradabili e biocompatibili. La terza area è quella dell’architettura e dei materiali per l’edilizia, dove stiamo osservando il comportamento rispetto all’acqua e all’umidità, per capire se possa avere un ruolo in applicazioni come le barriere al vapore. C’è poi anche il fronte tessile, che stiamo valutando con attenzione, cercando di capire se e come questo materiale possa diventare filabile. Il dato interessante è che uno scarto di cantina può aprire scenari in settori molto lontani dall’agricoltura tradizionale.
Quanto è stato importante il lavoro con il Politecnico di Milano?
È stato fondamentale, perché ha dato struttura e profondità scientifica a un’intuizione nata in azienda. Con il professor Battistella abbiamo anche pubblicato un contributo dedicato all’impiego dei materiali biobased in architettura nei paesi del Mediterraneo. Questo per me è un passaggio importante, perché significa portare un’idea nata da una pratica agricola dentro un confronto più ampio, dove sostenibilità, scienza e progettazione iniziano davvero a parlarsi.
Questa esperienza può diventare un modello per altre aziende agricole?
Può esserlo, però serve un cambio di passo. Io credo che la prima cosa da fare sia prendere esempio dalla natura, dove il concetto di rifiuto in senso stretto non esiste: esiste un ciclo, e quello che per un organismo è scarto entra nel processo di un altro. Le aziende dovrebbero iniziare a ragionare di più in questa direzione. Chiaramente non tutte possono dotarsi di un laboratorio di biotecnologie, e questo va detto con realismo. Però tutte possono cominciare a osservare i propri residui in modo diverso e a chiedersi se ciò che oggi genera un costo di smaltimento possa diventare una risorsa per un’altra filiera. Vale per gli scarti del vino, ma anche per altri comparti agricoli. Il nodo vero è passare da una logica di eliminazione a una logica di valorizzazione.
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