Ambiente

Quando il clima entra in cucina

Scritto da 22 Febbraio 2026 • 1 min di lettura
Sara Moraca

Il cacao: perché il cambiamento climatico sta cambiando (davvero) il nostro cioccolato

Il cioccolato è uno degli alimenti che consumiamo di più in Europa – e anche in Italia – e uno di quelli di cui sappiamo meno. Raramente ci chiediamo da dove venga il cacao, come venga coltivato, in quali condizioni lavorino i produttori, o quanto il sistema che lo rende così economico sia fragile. Eppure i segnali sono già davanti ai nostri occhi: tavolette più piccole, prezzi più alti, gusto che cambia.

Non è solo inflazione. È clima.

INDICE DEI CONTENUTI

Un ingrediente globale, una dipendenza invisibile

Il cacao non cresce né in Italia né in Europa. È coltivato quasi esclusivamente in una fascia ristretta del pianeta, la cocoa belt, tra i 20 gradi a nord e a sud dell’Equatore. Dal Messico alle isole del Pacifico, passando per l’Africa occidentale, questa cintura climatica offre – o offriva – le condizioni ideali: temperature calde ma stabili, piogge regolari, umidità elevata, ombra fornita dalle foreste.

Il problema è che questa fascia del mondo è anche una delle più vulnerabili al cambiamento climatico. A livello globale, quasi tutto il cacao (circa il 99%) è prodotto in Paesi con bassa “climate readiness”: Stati molto esposti agli impatti climatici, ma con risorse limitate per adattarsi.

Nel caso del Regno Unito – ma il discorso vale anche per l’Italia attraverso le importazioni indirette – oltre il 90% del cacao importato proviene da Paesi climaticamente vulnerabili. Tradotto: il nostro cioccolato dipende da sistemi agricoli già sotto stress.

Una pianta “capricciosa” in un clima che impazzisce

Il cacao è una pianta estremamente sensibile. Non tollera bene né il caldo eccessivo né la siccità prolungata, ma soffre anche l’eccesso di pioggia. Ha bisogno di stagioni prevedibili. Ed è proprio questa prevedibilità che sta scomparendo.

In Africa occidentale, negli ultimi anni, i produttori hanno assistito a una successione brutale di estremi climatici:

  • piogge eccezionali, ben oltre le medie storiche (in Costa d’Avorio, nell’estate 2024, fino al 40% in più del previsto),
  • allagamento delle piantagioni e diffusione di malattie come il black pod, che fa marcire i baccelli,
  • seguiti da lunghi periodi di siccità e temperature torride nei mesi successivi.

Troppa acqua, poi troppo poca. Sempre più caldo.
Risultato: raccolti imprevedibili, qualità instabile, intere stagioni perse.

Un futuro sempre più incerto

Le ricerche di climatologi come Gilbert John Anim-Kwapong e Peter Läderach sono nette: senza interventi seri, molte aree oggi vocate al cacao in Africa occidentale potrebbero diventare inadatte entro il 2050.

E non basta “spostarsi altrove”. La varietà più coltivata in Africa occidentale, la Forastero, cresce più velocemente ed è alla base della produzione industriale globale. Ma anche in America Latina e in Asia – da Brasile ed Ecuador fino all’Indonesia – il cacao è sempre più colpito da ondate di calore, siccità, incendi e piogge erratiche.

In Belize, per esempio, già nel 2023 i raccolti fuori stagione erano un segnale anomalo del cambiamento climatico. Nel 2024, incendi e siccità hanno devastato intere aree agricole. In Perù, vasti incendi hanno distrutto campi e foreste; in Messico, molti giovani agricoltori stanno abbandonando il cacao perché non è più economicamente né climaticamente sostenibile.

Nessuna regione è davvero al sicuro.

Dal campo allo scaffale: perché paghiamo di più

Il cacao è una commodity globale. Quando la produzione cala, i mercati reagiscono immediatamente. Nel 2024 il prezzo del cacao è aumentato di circa il 400%, raggiungendo livelli record. Anche se nel 2025 i prezzi si sono leggermente ridimensionati, restano molto più alti rispetto al periodo pre-2022.

Per i consumatori l’effetto è già evidente:

  • aumenti di prezzo,
  • riduzione dei formati (shrinkflation),
  • ricette modificate.

Paghiamo di più e spesso otteniamo meno. Ma questa è solo la superficie del problema.

Chi produce il cacao paga il prezzo più alto

Per milioni di piccoli produttori, il cambiamento climatico significa meno raccolto, redditi instabili, condizioni di lavoro sempre più dure. Il caldo estremo riduce le ore lavorabili e aumenta i rischi per la salute. E quando i margini sono minimi, fermarsi non è un’opzione.

In questo contesto, prosperano anche le ombre del sistema: lavoro minorile, sfruttamento, scelte obbligate per sopravvivere. Non perché manchi la volontà di cambiare, ma perché manca la sicurezza economica.

Alla perdita materiale si aggiunge una dimensione più silenziosa: stress, incertezza, lutto ecologico per la perdita di raccolti, foreste e conoscenze agricole tramandate da generazioni.

Foreste e cacao: distruzione o alleanza

Il cacao e le foreste sono legati a doppio filo. Storicamente il cacao cresceva all’ombra degli alberi. Oggi, però, quasi due milioni di ettari di piantagioni in Ghana sono coltivati con poca o nessuna ombra, rendendo le piante più vulnerabili a caldo e siccità.

L’agroforestazione è una delle soluzioni più promettenti: coltivare cacao sotto alberi più alti (come mango o anacardi) riduce lo stress termico, migliora i suoli, tutela la biodiversità e aumenta lo stoccaggio di carbonio. Le piantagioni ombreggiate possono immagazzinare fino a 2,5 volte più carbonio rispetto a quelle esposte.

Ma la transizione costa. Senza redditi dignitosi, molti agricoltori non possono permettersi investimenti di lungo periodo.