Ondate di calore, siccità e piogge estreme influenzano la disponibilità degli alimenti e le scelte alimentari delle famiglie. Uno studio scientifico analizza il legame tra cambiamento climatico e cibo
Temperature record, eventi meteorologici estremi e crescente instabilità stagionale incidono sulla produzione agricola, sui prezzi, sulla qualità degli alimenti, e indirettamente sulle abitudini alimentari delle famiglie su scala globale. Le filiere agroalimentari, responsabili di una quota rilevante delle emissioni globali di gas serra, risultano così – al tempo stesso – esposte e fragili di fronte agli effetti del cambiamento climatico.
A mettere a fuoco questa relazione è lo studio Climate Change and Consumers’ Food Choices towards Sustainability, pubblicato a settembre 2025 sulla rivista scientifica Nutrition Reviews. La ricerca è coordinata da Chiara Berti, pediatra e ricercatrice clinica presso la Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, insieme a Marta Baglioni, freelance in scienze sociali specializzata in sistemi alimentari, e a un gruppo multidisciplinare di medici, ricercatori e docenti universitari attivi tra nutrizione, sanità pubblica ed economia del cibo.
Attraverso un’ampia analisi della letteratura internazionale, gli autori ricostruiscono come crisi climatica e scelte alimentari si condizionino a vicenda, mettendo in evidenza il ruolo congiunto dei comportamenti individuali e delle strutture che regolano i sistemi del cibo.
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Dalla disponibilità alla scelta: perché mangiamo diversamente
Quando il clima cambia, mutano anche le condizioni materiali in cui il cibo viene prodotto, distribuito e acquistato. Siccità prolungate, ondate di calore e alluvioni improvvise – spiega la ricerca – compromettono i raccolti, alterano la stagionalità delle produzioni e rendono più instabili approvvigionamenti e prezzi.
Gli autori ricordano come l’aumento della frequenza di eventi estremi renda più instabile l’offerta di alcuni alimenti di base, incidendo sui prezzi e spingendo famiglie e consumatori verso alternative più economiche e meno vulnerabili alle fluttuazioni climatiche.
Lo studio mostra come questi fattori strutturali si riflettano sulle scelte quotidiane: ciò che arriva nel piatto non dipende soltanto da gusti personali o tradizioni familiari, ma anche da disponibilità, accessibilità economica e contesto territoriale. In questo scenario, il “tempo che fa” contribuisce a ridefinire il “tempo del cibo”, orientando i consumi verso modelli ritenuti più compatibili con un clima sempre meno prevedibile.
Un altro dato significativo riguarda lo spreco: secondo la letteratura analizzata, circa un terzo del cibo prodotto a livello globale viene perso o sprecato, generando fino all’8% delle emissioni climalteranti complessive. Ridurre lo spreco domestico viene indicato come una delle azioni più immediate per diminuire l’impronta climatica dell’alimentazione quotidiana.
Salute del pianeta e salute umana: un equilibrio condiviso
Uno dei nodi centrali messi in luce dalla pubblicazione riguarda la convergenza tra benessere umano e tutela degli ecosistemi. Le diete considerate più equilibrate dal punto di vista nutrizionale, infatti, risultano spesso anche quelle che esercitano una minore pressione sull’ambiente, in termini di emissioni, consumo di suolo e utilizzo delle risorse idriche.
Ridurre il consumo di carne, in particolare quella proveniente da ruminanti, e limitare gli alimenti ultra-processati – spiega la ricerca – consente di contenere l’impatto ambientale complessivo, senza compromettere la qualità dell’alimentazione. Più che di rinunce, però, queste scelte vengono definite “di riequilibrio”, con un ripensamento di quantità, frequenza e ruolo dei diversi alimenti all’interno dei pasti quotidiani.
La review riporta, ad esempio, che ridurre il consumo quotidiano di carne da oltre 100 grammi a meno di 50 grammi può abbattere le emissioni di gas serra legate alla dieta di almeno il 30%, con benefici analoghi anche per l’uso del suolo e per l’eutrofizzazione delle acque. Un risultato che mostra come cambiamenti quantitativi, più che eliminazioni radicali, possano produrre effetti misurabili.
Emozioni climatiche e nuove motivazioni a tavola
Il cambiamento climatico, secondo lo studio, agisce anche sul piano emotivo e valoriale. Preoccupazione per il futuro, senso di responsabilità ambientale ed eco-ansia emergono come fattori che incidono in modo crescente sulle decisioni alimentari. Gli autori osservano inoltre che un numero crescente di consumatori dichiara di ridurre il consumo di carne o di scegliere alimenti stagionali e locali come risposta diretta alla percezione degli effetti del cambiamento climatico, anche quando tali scelte comportano una revisione delle abitudini consolidate.
Questa disponibilità al cambiamento, tuttavia, si scontra spesso con ostacoli concreti: prezzi elevati, informazioni poco chiare e abitudini di consumo consolidate continuano ad alimentare una distanza tra intenzioni dichiarate e comportamenti effettivi.
Oltre il singolo: il ruolo delle politiche pubbliche
La ricerca sottolinea come le scelte alimentari non possano essere lette esclusivamente come una responsabilità individuale. I comportamenti dei consumatori sono inseriti in sistemi economici, politici e culturali che ne definiscono possibilità e limiti. Linee guida alimentari nazionali che includano criteri di sostenibilità, politiche educative mirate, riforme della ristorazione collettiva e strumenti economici adeguati, suggeriscono gli autori, possono facilitare l’adozione di diete più sostenibili.
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