Una ricerca scientifica di recente pubblicazione mostra come interventi frammentati e diffusi stiano incidendo in modo decisivo sull’equilibrio climatico delle aree tropicali, imponendo una revisione delle strategie di tutela forestale
Le foreste tropicali rappresentano uno dei principali serbatoi di carbonio del Pianeta, capaci di assorbire grandi quantità di anidride carbonica e di contribuire in modo determinante alla stabilità del clima. Ma negli ultimi anni l’attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sui grandi processi di deforestazione, lasciando in secondo piano dinamiche meno appariscenti ma altrettanto rilevanti.
Nuove evidenze scientifiche indicano, infatti, che anche le trasformazioni di piccola scala possono alterare in profondità il bilancio del carbonio. Lo dimostra uno studio dei ricercatori del “Laboratory for Climate and Environmental Sciences” in Francia, pubblicato sulla rivista Nature, realizzato grazie alla collaborazione con l’Agenzia Spaziale Europea, che offre la ricostruzione più dettagliata finora disponibile delle variazioni di carbonio nelle foreste tropicali negli ultimi trent’anni. I risultati mettono in discussione l’idea che solo i grandi disboscamenti siano responsabili delle emissioni più significative.
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Il peso climatico delle micro-radure
Il dato centrale della ricerca riguarda le aree di deforestazione inferiori ai due ettari. Queste piccole radure, pur interessando solo una porzione limitata delle superfici delle foreste tropicali, sono responsabili di oltre la metà delle perdite nette di carbonio nei Tropici.
Una sproporzione che emerge grazie a un approccio innovativo, basato su osservazioni satellitari ad altissima risoluzione e su nuovi modelli di recupero della biomassa, capaci di mappare i flussi di carbonio con un dettaglio senza precedenti.
Mentre tra il 1990 e il 2020 le foreste tropicali umide hanno registrato circa 16 miliardi di tonnellate di perdite di carbonio dovute a disturbi ambientali e antropici, le foreste secche mostrano un equilibrio più stabile tra perdite e recuperi. È proprio nelle foreste umide, però, che le piccole trasformazioni producono effetti persistenti, compromettendo la capacità di assorbimento nel lungo periodo.
Dalle azioni quotidiane alle emissioni strutturali
Alla base di queste micro-radure non ci sono eventi eccezionali, bensì la somma di interventi ordinari: l’ampliamento delle superfici agricole, la creazione di pascoli, la costruzione di infrastrutture e nuovi insediamenti. In questi contesti, a differenza delle aree colpite da incendi, la rigenerazione forestale è spesso assente, con il risultato di consolidare le emissioni legate alla perdita di biomassa.
Lo studio evidenzia inoltre come questo genere di situazioni si stia verificando progressivamente con frequenza crescente in foreste sempre più dense e ricche di carbonio, causando un aumento dell’impatto climatico di ogni ettaro perso. Un processo che rende ancora più fragile l’equilibrio complessivo degli ecosistemi tropicali.
Le implicazioni per le politiche climatiche
Secondo gli autori principali dello studio, Yidi Xu e Philippe Ciais, “a differenza dei modelli globali precedenti, basati su assunzioni semplificate o medie continentali, il nostro approccio ha permesso di cogliere come tipo, dimensione dei fenomeni e condizioni climatiche locali influenzino il recupero delle foreste”. Ed è proprio grazie a questa granularità che emerge un messaggio importante: “Le attività umane su piccola scala- spiegano XU e Ciais – stanno guidando la maggior parte delle perdite di carbonio tropicale”.
Le implicazioni sono particolarmente rilevanti – segnalano i ricercatori – per regioni come l’Africa, dove le trasformazioni frammentate prevalgono sui grandi disboscamenti. In questi contesti, limitare l’espansione agricola incrementale potrebbe produrre benefici climatici superiori alle attese. Parallelamente, sostiene lo studio, diventa essenziale proteggere le foreste in rigenerazione e rafforzare il monitoraggio delle aree di margine, oggi tra le più esposte.
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