Si chiama Cloud of Sea, ed è stato inventato dal designer Matteo Brasili, che grazie a questo progetto si è aggiudicato il premio italiano del James Dyson Award e la menzione d’onore al Ro Plastic Prize. E che ora sta studiando il modo di portarlo sul mercato
Matteo Brasili, 27 anni, designer di Porto S. Selpidio, nelle Marche, trapiantato a Milano, deve alle sue origini l’amore per l’ambiente e per il mare. Una passione che lo ha guidato nelle scelte anche quando, dopo il diploma da perito elettrotecnico a Fermo, si è trasferito in Lombardia per studiare in Naba, la Nuova Accademia di Belle Arti, per laurearsi in product design. Ed è proprio per chiudere questo percorso di studi, che ha sviluppato una tesi improntata proprio alla sostenibilità; da qui è nato il progetto “Cloud of Sea”, con cui ha vinto il concorso italiano dei James Dyson Awards e grazie al quale ha ricevuto una menzione d’onore nel contest organizzato a Milano dalla curatrice di design Rossana Orlandi, Ro Plastic Prize, giunto alla seconda edizione.
Ed è proprio Matteo in questa intervista a raccontare da dove sia venuta l’idea per Cloud of Sea, e le prospettive che sta immaginando per questo progetto.
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Matteo, come è nato “Cloud of Sea”?
L’idea è nata con il mio progetto di tesi, ed era inizialmente più articolata. Provenendo dalle Marche ho imparato negli anni a tenere molto ai nostri mari, e ho voluto impegnarmi nel progettare un sistema che potesse contribuire a salvaguardare l’ambiente marino. Per individuare quali fossero le soluzioni di cui vi fosse maggiormente bisogno in una prima parte ho fatto una serie di interviste con le autorità portuali, i pescatori e altre realtà che hanno a che fare con il mondo del mare, per conoscere più in profondità le problematiche del settore.
Poi ho lavorato essenzialmente in due direzioni: ho voluto individuare un sistema e un prodotto che potessero contribuire alla raccolta delle plastiche in acqua.
Partiamo dal sistema…
Al centro del mio ragionamento c’è stata la volontà di mettere in contatto i pescatori, che nel loro lavoro si trovano a raccogliere nelle reti oggetti di plastica abbandonati in mare, con le aziende che utilizzano plastiche riciclate nella loro produzione: questo per creare un modello di economia circolare che mettesse in comunicazione due mondi che oggi difficilmente si parlano, in una logica win-win che consentisse ai pescatori di considerare anche la plastica che raccolgono in acqua durante il loro lavoro come una risorsa e non come una seccatura. Si tratta in questo caso di mettere in piedi un “ciclo” che non avrebbe bisogno di nient’altro se non una scintilla iniziale per poter partire. Ora spero che qualcuno possa prendere in considerazione questa idea, che al momento ho messo in stand-by, e aiutarmi a realizzarla.
Passiamo al prodotto: cos’è Cloud of Sea?
Si tratta essenzialmente di un parabordo, di quelli che servono per attutire il contatto dello scafo con la banchina nelle operazioni di attracco, che però durante la navigazione può essere calato in mare e che grazie a un filtro a elica può raccogliere le plastiche in acqua. Può essere agganciato a qualsiasi imbarcazione, e ha una forma pensata per abbattere il coefficiente di attrito nell’acqua, quindi per non essere “penalizzante” durante la navigazione. Ideandolo ho cercato di realizzare uno strumento che potesse essere utilizzato in assoluta semplicità, e che quindi non richiedesse competenze specifiche, che fosse in poche parole alla portata di tutti.
Oltre che un prodotto che potrà arrivare sul mercato si tratta anche di un modo per attirare l’attenzione sui problemi dell’ambiente?
Certo. Mi auguro vivamente che la sensibilità riguardo a questo argomento possa velocemente entrare nella nostra routine quotidiana, in ogni ambito, e quindi in ogni genere di progettazione. Certo, è un percorso ancora lungo, ma ho l’impressione che stiamo iniziando a muoverci nella giusta direzione, anche in ambito accademico. Fino a 10 anni fa sarebbe stato impensabile mettere questo argomento tra i più importanti anche nel campo del design, come anche nessuno avrebbe mai detto che l’elettrico potesse essere il futuro dell’automobile. Invece oggi abbiamo iniziato a crederci, e sono fiducioso, anche perché siamo arrivati al punto di non poter più commettere altri errori.
Come pensa di sviluppare questo progetto?
Il primo obiettivo è stato quello di ottenere visibilità, e sono molto soddisfatto dei riconoscimenti ottenuti con il James Dyson Award e con il Ro Plastic Prize, che mi hanno consentito di far conoscere la mia idea anche ai non addetti ai lavori. Ultimamente sto ricevendo molte manifestazioni di interesse, anche dall’estero, e mi contattano diverse persone che sarebbero interessate ad acquistare Cloud of Sea. Da un mese e mezzo a questa parte, inoltre, sto collaborando con una società di Ancona, Garbage Group, e insieme stiamo sviluppando al meglio il prodotto, con la prospettiva di arrivare a definire una strategia di go to market.
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