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Una madre in cerca di futuro migliore per i propri figli

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La storia di Stefania, vittima di violenza domestica, in fuga dalla propria casa in piena emergenza Covid-19 raccontata con gli occhi di una operatrice de La Grande Casa Scs

Stefania è arrivata in taxi con i suoi due bambini con le sciarpe sulle facce; li ho aspettati sulla via non ricordando se avevo comunicato il numero del citofono al centro antiviolenza che ci ha chiesto di ospitarli.
Prima di scendere ho preparato i letti e il resto della casa sperando che fosse accogliente anche per loro, mi sono detta che per fortuna siamo pieni di giochi per bambini dell’età dei suoi bimbi.

Mi sono sentita estraniata in questa situazione, Stefania è stata la nostra prima ospite nell’emergenza Covid-19, dove le regole sono cambiate e siamo diventati la “casa della quarantena”. Una buona idea, una soluzione che consentirà a donne in fuga di essere accolte in un’altra casa rifugio dopo un periodo che escluda il contagio. Le ospiti sarebbero rimaste nel nostro nido protetto per 15 giorni e noi avremmo tenuto un contatto telefonico con loro, questo contatto avrebbe sostituito la nostra presenza quotidiana, mi sono chiesta se avrebbe funzionato. Il nostro lavoro è fatto di presenza, di silenzi, di parole dette piano, di attesa…

Stefania ed io ci siamo riconosciute prima che lei scendesse dalla macchina, un cenno con la mano, un movimento della testa. Ci siamo presentate con mezzi volti alla luce del sole, mani senza guanti che non si possono toccare. Mi è stata subito simpatica nella sua praticità, non si scompone e si attiva subito. Si muove con un bambino in braccio, nella fuga non è riuscita a prendergli le scarpe e adesso lui è a piedi nudi, l’altro bimbo mi guarda e mi saluta, mi dice che gli piace Harry Potter mentre si avvicina e mi abbraccia le gambe. Stefania scarica dal taxi il sacchetto di un supermercato, due cambi di vestiti presi al volo prima di lasciare la sua casa.

Li ho accompagnati dentro l’appartamento, Stefania sa già che li lascerò soli, “eh sì, il coronavirus…”. Mi dice che è tranquilla, l’importante è che i bambini siano al sicuro e che lei non debba più essere picchiata davanti a loro.
Ci scambiamo informazioni pratiche: lei ci farà la lista e noi le faremo la spesa alimentare, gliela lasceremo davanti alla porta. Non hanno quasi vestiti, lei mi dice di non preoccuparmi, che si arrangeranno. Ma le scarpe per il piccolo le recuperiamo anche a negozi chiusi.

Ci parliamo al telefono tutti i giorni. Talvolta Stefania mi anticipa di qualche minuto rispetto all’orario in cui di solito la chiamo io. Sento il suo desiderio di condividere piccole cose, uno scambio di parole tra adulti dopo una giornata con i soli bimbi. Le prime notti non è riuscita a dormire ma dopo qualche giorno mi dice con un sorriso, che io solo percepisco, che ha dormito tutta la notte filata. Ci raccontiamo i menu della sera e mi dice quanto le piace cucinare.
La praticità la accompagna sempre: si preoccupa del lavoro, dei cambi che dovranno fare i suoi bambini; le dico che farà un passo alla volta, il più lungo e difficile l’ha già fatto allontanandosi da una relazione violenta.

I quindici giorni passano in un soffio e alla fine è arrivata l’ora di salutarci. Prima che vadano ci rivediamo per un saluto, a volti scoperti Stefania mi appare molto diversa dalla prima volta, è truccata con delicatezza e sorride, sembra più giovane della sua età. I bambini mi vengono incontro e mi chiedono di giocare. Vorrei avere più tempo con loro

Un mese dopo il loro trasferimento Stefania mi scrive, stanno bene, mi dice che per sicurezza ha cambiato il numero e mi fornisce quello nuovo.
Forse qualcosa dei nostri contatti è rimasto.

L'immagine di copertina è di archivio, repository foto.