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Sostenibilità, Toni Federico: “L’Italia non perda il treno dei green jobs”

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Il direttore del Comitato scientifico della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile: “Nel Paese ci sono eccellenze ma anche settori in ritardo. Necessario investire sui giovani”

L’Italia è tra i Paesi al mondo dove lo sviluppo dei green jobs potrebbe essere più sostenuto guardando al futuro, e Milano compare al settimo posto nella top ten su scala globale dove è più alta la concentrazione delle professioni legate alla sostenibilità. A scattare la fotografia è Linkedin in una ricerca pubblicata subito prima dell’estate, da cui emerge una crescita del 13% dei professionisti della sostenibilità nell’ultimo anno in Europa, mentre su scala globale il trend segna un +7,5%. Quanto all’aumento dell’offerta di posti di lavoro nel settore, secondo il social network in Europa sta crescendo a doppia cifra, con un +49%.

Quanto alla top ten globale delle città dove è più alto il numero di professionisti nel campo della sostenibilità, Milano precede Auckland, Melbourne e Washington. Al primo posto compare Stoccolma, seguita da Helsinki, Amsterdam, Zurigo, Vancouver e Londra. Per capire più nel dettaglio cosa sono i green jobs e qual è la prospettiva del settore abbiamo intervistato Toni Federico, direttore del Comitato Scientifico della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, impegnato da anni nell’analisi e nel monitoraggio di questo settore in Italia.

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Federico, cosa sono i green jobs, qual è la definizione migliore che se ne può dare?

Per i green jobs ci sono diverse definizioni, e anche analizzando i report che vengono realizzati in Italia bisogna fare attenzione proprio a questo punto. In generale potremmo dire, tanto per iniziare, che sono green jobs tutti quelli che hanno a che fare con le attività di green economy riconosciute. Si tratta quindi di tutte le opportunità lavorative che si aprono in una fase di transizione come quella che stiamo attraversando, caratterizzata ad esempio nel campo dell’energia dalla tendenza ad abbandonare il carbone per privilegiare le rinnovabili. Allargando il campo, potremmo parlare anche di tutti quei lavori che hanno come finalità la produzione, il consumo e la distribuzione di materiali riconosciuti come “favorevoli” allo sviluppo sostenibile.

Lei segue questo settore da anni. Qual è l’evoluzione che registra nel campo dei green jobs?

Una tendenza importante è che i green jobs sono ormai riconoscibili e stanno crescendo all’interno delle attività industriali. Assistiamo a un importante aumento della produzione da fonti rinnovabili, e tutte le persone impegnate in questo settore svolgono effettivamente un “green job”. E in più c’è tutto l’indotto che viene dalla catena del valore di queste attività. Come ad esempio le forniture di materiali e di servizi, un altro campo in cui si può distinguere cosa è “green” da cosa non lo è.

In che misura le attività lavorative stanno “migrando” verso la sostenibilità?

Parliamo di settori in espansione: lo sviluppo di fonti rinnovabili appena citato, le bioenergie, la produzione di bioplastiche, la raccolta dei rifiuti per spingere l’economia circolare e consentire che una serie di materiali preziosi possano rientrare in circolazione. È un mondo che sta crescendo perché le aziende stanno progressivamente facendo scelte in questa direzione: a volte sono soltanto scelte parziali, ma spesso si tratta di decisioni strategiche, che in futuro saranno destinate a espandersi e richiedere sempre più personale rispetto a quanto avverrà nel campo dei lavori che oggi consideriamo “normali”. Il fenomeno più importane è che l’economia sta transitando verso la sostenibilità, l’utilizzo di fonti rinnovabili e il cosiddetto modello circolare.

Che cambiamenti provoca questa “transizione”?

Essenzialmente due:

  • chi è già all’interno delle aziende viene riaddestrato: chi ha capacità importanti e difficilmente reperibili sul mercato sarà così chiamato ad affrontare un reskilling che lo metta in grado di orientarsi e operare nel nuovo contest;
  • per quanto invece riguarda l’ingresso dei giovani in azienda, si tende sempre più a preferire soggetti che abbiano già almeno un minimo di competenze in fatto di ambiente.

Ma in prospettiva il saldo tra la produzione di nuovi posti di lavoro e la distruzione di quelli “fuori mercato” sarà positivo o negativo?

Tutto lascia intendere che il saldo sarà positivo. E come esempio si può prendere proprio il campo dell’energia. A un primo sguardo superficiale ci si potrebbe fermare al fatto che i “green jobs” andranno semplicemente a sostituire le professioni “di vecchia generazione”, e che quindi non cambierà molto. Ma in realtà non è così: intanto perché non è particolarmente difficile che una persona che fino a oggi ha realizzato impianti di un certo tipo possa imparare rapidamente a farne altri con caratteristiche diverse; fanno eccezione alcuni casi di persone particolarmente “anziane” dal punto di vista professionale che non sono in grado di utilizzare l’informatica e che spesso si preferisce accompagnare verso la pensione.

Per i più giovani e preparati sarà soltanto un percorso di cambiamento: oggi è sempre più raro che entrando in un’azienda si continui a lungo a fare lo stesso lavoro per cui si era stati assunti. Questo reskilling inoltre potrà essere spinto dall’emergenza Covid-19, che ha portato una quantità enorme di denaro a disposizione dei Governi, e che potrà essere convogliato anche in questa direzione, per orientarsi verso l’innovazione e non per rimanere legati a modelli ormai passati.

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Ma come si può dare l’idea dell’impatto positivo del cambiamento?

Per concludere con l’esempio sulla nascita di nuovi posti di lavoro: oggi alcune centrali per la produzione di energia hanno bisogno di pochissimi addetti perché contano su un alto livello di automazione. Ma con il passaggio alle rinnovabili questo schema è destinato a cambiare, perché ci troveremo di fronte a una rete di piccole centrali domestiche, ognuna delle quali avrà bisogno di assistenza sul territorio. Se le ragioni principali per cui l’occupazione nel settore era in diminuzione erano l’automazione, la robotica e l’informatica, con i nuovi sistemi distribuiti le persone e le loro professionalità torneranno a essere centrali, pur in un contesto altamente innovativo. Per questo l’occupazione, con la transizione a sistemi energetici moderni e “green”, sarà come minimo tre volte superiore a quella richiesta dai sistemi tradizionali. Assisteremo così alla perdita di qualche posto a causa dell’eliminazione del carbone o della riduzione del petrolio, a fronte però di un aumento di attività imponente. Questo si tradurrà in nuove opportunità, con il mercato che richiederà nuove professionalità e un “adattamento” di chi è già impegnato nel campo. Per assistere chi rischierà di finire fuori dal mercato del lavoro, l’Europa ha già previsto un fondo dedicato.

Sarà difficile reperire le nuove competenze più adatte alla green economy?

Tendenzialmente la complicazione in questo settore è minore rispetto a quella richiesta dalla cosiddetta “digital transformation”. L’esempio più calzante in questo caso riguarda le auto elettriche: la loro produzione, che oggi è fortemente in crescita, risponde da un lato all’esigenza di eliminare dalla circolazione i mezzi più inquinanti, e dall’altro al fatto che l’auto elettrica costa molto meno in termini di produzione e manutenzione. Un’auto elettrica ha un decimo dei componenti rispetto a una tradizionale, è completamente automatizzata e gestita da un microprocessore. Serviranno più competenze di informatica e automazione e molte meno di meccanica: è un po’ quello che si vede già oggi nelle competizioni di Formula 1, che sono di solito il banco di prova per una serie di innovazioni che poi arrivano sul mercato consumer. Quindi abbiamo più bisogno di persone che conoscano bene le tecnologie innovative, mentre la complicazione strettamente industriale non sta aumentando. Se poi vogliamo guardare al nucleare e al livello di complessità che comportava, è evidente che le attività green sono una grande semplificazione, un modo per mettere l’energia a disposizione di tutti con un procedimento più semplice.

In che situazione è l’Italia in questo campo rispetto all’UE e su scala globale?

Diciamo che è una situazione variabile. In fatto di economia circolare siamo molto avanti, parliamo ad esempio del trattamento dei rifiuti o dell’utilizzo di materie prime seconde. Abbiamo aziende green che producono bioplastica che sono eccellenze a livello internazionale. In altri settori però la situazione può cambiare: nell’automotive ad esempio i grandi brand italiani sono indietro perché all’inizio si sono mossi con scetticismo rispetto ai concorrenti. Anche nel settore della meccanica i risultati non sono per il momento particolarmente brillanti, se si esclude la meccanica avanzata e di precisione in cui l’Italia è tradizionalmente un’eccellenza. Quello che in generale manca è un adeguato e generalizzato livello di consapevolezza, cioè che si capisca che quelle sono le attività del futuro.

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Qual è il livello di preparazione per i green jobs dei giovani che escono dalle università italiane?

I giovani italiani escono dalle università con un livello di preparazione molto alto. Ma attenzione, il fatto che si entri nel sistema industriale con un livello di preparazione alto non vuol dire che questa potenzialità verrà sfruttata adeguatamente. Salvo casi rari, infatti, i giovani fanno lavori che non sono all’altezza della loro preparazione. Un altro problema però è legato al futuro: oggi la Cina investe l’8% del proprio prodotto interno lordo nella ricerca e sviluppo, noi meno dell’1%, ed è evidente che non si possono fare le nozze con i fichi secchi.

Perché questa differenza così grande?

Probabilmente perché non siamo più una società disposta a fare sacrifici. Abbiamo una inutile dipendenza dai consumi e pensiamo che questo possa durare in eterno, ma non è così. Sarebbe necessario investire sullo sviluppo e sui ragazzi, che spesso oggi sembrano abbandonati a sé stessi, in un Paese che appare in declino demografico e culturale. Non che l’Italia valga meno degli altri Paesi, ma è come se si fosse addormentata.

Quali saranno le professioni più richieste nel futuro?

Di certo le attività tecniche tradizionali, l’ingegneria, la chimica, la fisica, la medicina. Si tratta di indirizzare le aziende in modo che possano lavorare con un coefficiente di innovazione molto alto. E ovviamente le attività relative al green nell’energia, all’economia circolare e all’innovazione informatica, quindi all’intelligenza artificiale e alla robotica, sono quelle che hanno le prospettive migliori.