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Quando l’elettronica Made in Italy entra nella leggenda della musica

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Ai microfoni di #Miaimpresa Vincenzo Tabacco, mitico guru romano dell’amplificazione che salvò il tour dei Rolling Stones

L’amplificazione elettrica applicata alla musica ha meno di un secolo di storia ma può già vantare produttori dai nomi illustri, da Leo Fender a Jim Marshall. Tra gli eredi di questi pionieri troviamo oggi anche un italiano, Vincenzo Tabacco, artigiano di Roma che da oltre vent’anni contribuisce al panorama musicale nostrano e internazionale con il proprio sapere artigiano.

 

A soli 13 anni Tabacco realizzò il suo primo amplificatore a valvole, mentre oggi giovani musicisti in erba e autori ormai affermati  aspettano anche sei mesi per poter attaccare uno dei suoi storici “35” alla propria chitarra elettrica. Dall’Orchestra Italiana di Renzo Arbore a Claudio Prosperini, storico chitarrista di Antonello Venditti, molti “big” della musica si sono avvalsi della versatilità e il calore degli amplificatori “Tabacco”.

 

D’altronde, realizzare un amplificatore per chitarra elettrica non è un lavoro puramente tecnico ma è necessaria una notevole sensibilità musicale e la capacità di scegliere e combinare i vari componenti per rendere al meglio le sonorità desiderate dal musicista.

 

 “L’idea di base che avevo per realizzare i miei primi apparecchi – spiega Vincenzo Tabacco  - era ‘carpire’ il segreto degli amplificatori degli anni ’50 e ’60 che permettevano ai musicisti di ottenere una vasta gamma di armoniche senza eccedere nell’utilizzo di effetti di riverbero e mantenendo sempre un suono caldo e personale.  Tutto questo è confluito nella messa a punto del cosiddetto Tabacco 35 standard, un amplificatore estremamente versatile che ancora oggi ben si adatta alle esigenze della maggior parte dei chitarristi”.

 

Tra i numerosi  aneddoti che accompagnano la sua carriera, Vicenzo Tabacco ama ricordare l’estate del 2007, quando una serie di coincidenze lo portarono nel backstage dei Rolling Stones allo Stadio Olimpico di Roma. Proprio a lui toccò “ridare voce” agli amplificatori “gracchianti” che di lì a poco avrebbe dovuto usare il mitico Keith Richards. Il concerto fu un successo e il resto, come si suol dire, è storia.