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Pmi italiane: export e qualità per uscire dalla crisi

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Aumentando del 14% l'incidenza delle esportazioni sul Pil si potrebbero creare 2 milioni di posti lavoro in più. Roberta Marracino di Sace: “Bisogna puntare sui mercati emergenti esteri”

Le pmi italiane, vera spina dorsale del nostro tessuto economico, hanno nei mercati internazionali una valvola di sfogo naturale che potrebbe risolvere molti problemi legati alla crisi. Se entro il 2018 l'export italiano aumentasse del 14% l'incidenza sul Pil arrivando così al 44%, le imprese porterebbero a casa 40 miliardi di euro in più l'anno: una crescita del 9% rispetto il Pil attuale che darebbe la spinta alla creazione di quasi due milioni di nuovi posti di lavoro.

Missione impossibile? Non proprio: basti pensare che in Spagna e Germania i dati relativi all'export delle pmi sono molto più positivi rispetto alla realtà italiana. Ad esempio,dal 2000 al 2013 le esportazioni tedesche e spagnole in Europa sono quasi raddoppiate rispetto quelle nostrane, come rivela il report di Sace dal titolo “Alla ricerca della crescita perduta: opportunità e ritorni di un'Italia più internazionale”.

Leggi anche: Le reti d'impresa per fare squadra contro la crisi 

TANTA QUALITA' MA POCO EXPORT

Il problema è che le pmi italiane hanno una scarsa vocazione verso l'export, come conferma lo studio Sace, nonostante abbiano le capacità e le risorse per competere su mercati internazionali. L'Italia è il primo paese al mondo per prodotti distintivi di qualità con 269 tra Dop, Igp e Stg; in Europa occupa il secondo nel settore manifatturiero, e a livello mondiale si abbassa solo di tre posizioni. Nonostante questi primati, tra il 2000 e il 2013 le esportazioni italiane hanno inciso sul Pil per un -0,9% pari a circa 13 miliardi in meno, a valori costanti.

Leggi anche: Italian Quality Experience, il portale Expo per il made in Italy nel mondo

PUNTARE SUI MERCATI EMERGENTI

“Tra il 2007 e il 2013 l’Italia ha perso 8,5 punti di Pil e ancora fatica a ripartire -spiega a Energie Sensibili Roberta Marracino, responsabile Studi e Comunicazione di Sace - Sappiamo però che gli effetti di questa crisi si risolvono guardando avanti, puntando soprattutto sulla leva dell’export. Se nei prossimi anni riuscissimo a rafforzare questa componente, potremmo recuperare 9 punti di Pil con ricadute molto positive anche per la nostra occupazione. E il maggior contributo alle nostre esportazioni arriverà proprio dai mercati emergenti, vicini e lontani, che oggi presentano un profilo di rischio medio-basso e che in prospettiva continueranno a crescere”.

Per approfondire: Gli strumenti per le pmi italiane, tra portali online e reti d'impresa 

UN MERCATO TROPPO FRAMMENTATO

Per capire la mancata occasione dell'export italiano, il settore alimentare è una buona cartina di tornasole: nonostante le eccellenze famose in tutto il mondo, l'Italia non ha una presenza importante sui mercati esteri. Come spiega anche l'Economist in un articolo sul tema, mentre Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna hanno almeno una grande catena nazionale di supermarket (da Tesco a Carrefour e Dia), l'Italia soffre di una intensa frammentazione del mercato: anche le catene nazionali spesso offrono prodotti diversi a seconda delle regioni. Le piccole e medie aziende italiane quindi riescono ad occupare una fetta molto piccola del mercato alimentare globale, ma con le dovute eccezioni: l'export di vino ad esempio, è cresciuto del 42% dal 2008, arrivando a 3 miliardi di euro, trascinato dall'onda della crescente popolarità del prosecco.

“Oggi, lo sappiamo, la frontiera è il mondo – conclude Roberta Marracino - e il nostro Paese ha le capacità e le risorse per guardare oltreconfine”.