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Parole O_Stili diventa “digital” e lancia il Manifesto dell’inclusione

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Il Festival si è svolto online a causa dell’emergenza Coronavirus.
Tiziana Montalbano: “L’odio online cambia, ma rimane fondamentale difendere i più deboli”

“L’appuntamento era fissato per l’otto e nove maggio a Trieste. C’era la location, gli allestimenti erano già stati disegnati, era tutto pronto. L’emergenza ci ha bloccati, ma dal primo momento siamo stati sicuri di non voler rinunciare all’evento annuale di Parole O_Stili. Parliamo sempre di competenze digitali e del rapporto tra virtuale e reale, e durante il lockdown di riflessioni su questi temi ci sarebbe stato probabilmente più bisogno che in tempi normali. Così abbiamo rimodulato tutto, stravolto il programma iniziale, modificato i panel degli ospiti, e Parole O_Stili è diventato un’altra cosa. Avevamo immaginato l’8 maggio dedicato al mondo della scuola con eventi formativi: abbiamo dovuto rinunciare e abbiamo messo a punto una serie di webinar gratuiti per insegnanti, con il primo che è partito il 10 marzo”. Tiziana Montalbano, responsabile comunicazione digital di Parole O_Stili, racconta così in un’intervista a SorgeniaUp come l’emergenza Covid-19 ha costretto a ripianificare l’evento annuale dell’associazione, e di come sia nato al suo posto un evento digitale di successo.

Tiziana, quale idea vi ha guidati nella realizzazione di questo festival “speciale”?

Il nuovo programma non poteva ignorare la situazione d’emergenza che abbiamo vissuto dagli inizi di marzo e che stiamo ancora vivendo, seppure nella cosiddetta “fase due”. Il tema al centro della manifestazione è stato così il Coronavirus, sia per l’approccio generale sia negli approfondimenti su giornalismo, politica, social media. È stato un racconto e una celebrazione della Rete, che è un elemento che oggi può fare la differenza: a dimostrarlo c’è il fatto che durante il lockdown ci ha tenuti in contatto con l’affettività, la vita, l’informazione, nonostante il distanziamento fisico dai nostri cari e dai nostri colleghi.

 

La comunicazione digitale in questo periodo ha probabilmente dato sia il meglio sia il peggio di sé…

Nella fase iniziale c’è stata una sensibile riduzione della violenza verbale e dell’ostilità online. Eravamo spauriti e congelati anche nei sentimenti, si è deciso di deporre le armi e di fare squadra. Ma è durato poco, poi anche lo straordinario si è normalizzato e la violenza è tornata ai livelli precedenti. Secondo una rilevazione che abbiamo commissionato a Swg, ad esempio, la sensazione iniziale che la crisi ci avrebbe resi migliori non ha avuto il sopravvento. Il lockdown ha accentuato in molti la frustrazione, insieme a stati emotivi molto particolari, con la sofferenza per la limitazione negli spostamenti e per la mancanza di contatto con i propri cari. In chi ha competenze digitali più basse e condizioni particolari questo può aver portato con il passare del tempo a un modo di interagire e relazionarsi online più aggressivo e violento. Anche se la violenza verbale online è molto trasversale, senza differenza di reddito o fascia sociale.

Nell’emergenza hanno continuato a circolare anche le fake news. Come hanno reagito i lettori?

Credo che con l’emergenza si sia innalzato il livello di attenzione verso questo fenomeno. In tanti si sono accorti che le fake news esistono e che sono dannose per la vita di tutti i giorni. Anche le fasce di persone più sensibili o più indifese si sono rese conto di come le notizie false possono incidere sulle nostre vite. Direi che ci si è accorti in modo più concreto dell’importanza della rete e di saperla usare bene, con una maggiore consapevolezza sull’attenzione da riservare alle fonti, anche quando non si hanno tutti gli strumenti per fare fact checking.

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Da quando Parole O_Stili è stata fondata nel 2017 il mondo della comunicazione digitale è cambiato, e la violenza in rete non ha più le stesse caratteristiche che aveva tre anni fa. Quali sono i trend in atto e quali le prospettive?

Dalle rilevazioni di Swg e dalla comparazione con gli anni precedenti è emerso che le categorie maggiormente prese di mira nell’ultimo periodo dall’odio online sono stati i gay e i migranti, con una crescita rispettivamente del 15 e del 9%. Sono aumentate significativamente anche le discriminazioni verso le persone di religione ebraica, con un +12%. L’altra faccia della medaglia dice che sono diminuite le espressioni di odio online nei confronti delle donne (-6%) e dei politici (-5%).

Proprio alla luce di questi dati acquista rilevanza la scelta di pubblicare il Manifesto della comunicazione non ostile e inclusiva. Da quali considerazioni è nato e per quale scopo?

Il manifesto dell’inclusione era un’idea nata prima della pandemia, e con l’emergenza in corso ha acquistato importanza. Negli ultimi due o tre anni le parole ostili contro chi è considerato diverso da noi per provenienza geografica, per genere o per età, hanno prodotto discriminazioni quotidiane. Il nostro obiettivo è stato di creare una grande e nuova community che raccogliesse le voci di tutte queste persone e ci aiutasse a scrivere un manifesto che parlasse di tutti a tutti. Abbiamo ricevuto oltre 100 contributi da associazioni, aziende, studiosi dei vari settori, raccolto e riorganizzato gli spunti, e grazie alla sensibilità di Annamaria Testa abbiamo tradotto i risultati di questo lavoro. Ovviamente siamo sempre disponibili a migliorare il manifesto grazie alle indicazioni di chi vorrà dare altri contributi. L’iniziativa è stata accolta con entusiasmo, ad esempio dalla scuola per quanto riguarda l’educazione inclusiva, dove la sfida è di creare gruppi realmente coesi e non quote speciali. Da qui in avanti avvieremo tutta una serie di approfondimenti e webinar dedicati a questi temi.

Il prossimo si terrà il 3 giugno e sarà dedicato al body shaming: ne parleremo con Costanza Rizzacasa d’Orsogna, Filippo Sensi e Giulia Blasi, in un appuntamento dal titolo provocatorio, che spinga le persone a riflettere: “Alza quel c*lo dal divano, riflessioni sul body shaming".

Come analizza il modo in cui le istituzioni e gli esponenti di spicco della politica hanno utilizzato i canali digitali in questi ultimi mesi? È stato fatto abbastanza per limitare l’hate speech?

La tipologia di comunicazione politica nel primo periodo era completamente rivoluzionata, con toni e modi molto più tranquilli e uno stile più adeguato alla comunicazione politica. Passata la paura, è tornato il momento delle accuse e delle recriminazioni, con il clima da campagna elettorale. Fa riflettere ad esempio il caso di Silvia Romano: non ci sono state censure e inibizioni da parte di nessuno, e i politici sono stai i primi odiatori sui social. Ma credo sia anche il caso di tornare su un tema emerso durante il panel sulla comunicazione politica che si è tenuto durante il festival, che ha evidenziato come la comunicazione politica e istituzionale durante la prima fase dell’emergenza coronavirus abbia avuto la pecca di aver generato molta confusione con informazioni e indicazioni spesso contrastanti, senza evidentemente una strategia di comunicazione concordata.

Infine la scuola: gli studenti di tutte le età e i loro docenti si stanno abituando a un modo tutto nuovo di comunicare tra loro. Quali sono i rischi e quali le opportunità?

La scuola ha vissuto un periodo di blocco totale, più stringente rispetto ad altri ambiti. Così ci siamo accorti che si può fare didattica anche a distanza. Grazie a questo è stato evidente quanto sia importante lavorare per ridurre le diseguaglianze di accesso al digitale, che si tratti della mancanza di dispositivi o di connessioni adeguate. Sono problemi che si possono superare se si vogliono davvero cogliere nuove e importanti opportunità educative.