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Meno costi fissi e più clienti: così la sharing economy aiuta le imprese

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A Sharitaly in scena i principali attori dell’economia collaborativa italiana, nel nostro Paese sono attive 138 piattaforme per condividere e utilizzare, senza dover acquistare

Crowdfunding, co-housing e co-working: l’economia collaborativa è sempre più una realtà per l’Italia e gli italiani e tra il 2013 e il 2014 circa 6 milioni di cittadini hanno scelto i servizi di social sharing come Airbnb, Uber, Blablacar. A dirlo è una ricerca di Collaboriamo.org, primo portale in Italia sul consumo collaborativo, e Phd, che hanno realizzato una mappatura georeferenziata delle piattaforme oggi attive nel nostro Paese per lo scambio di beni e servizi. Dalle più note a quelle meno conosciute – come la startup Prestiamoci per i prestiti tra community di privati, di recente acquistata dal colosso norvegese TrustBuddy – la ricerca ha individuato ben 138 realtà online in quasi tutti i settori economici.

 

LE PIATTAFORME ITALIANE DIVISE PER AMBITO

“Gli ambiti in cui si concentrano maggiormente le aziende dell’economia collaborativa italiana in questo momento sono il crowdfunding, i trasporti, il turismo e il lavoro”, spiega Marta Mainieri, founder di Collaboriamo e tra gli organizzatori di Sharitaly, l’evento nazionale sulla sharing economy quest’anno ospitato a Palazzo Montecitorio, a Roma. “Il 20% delle piattaforme riguarda servizi di beni di consumo: aziende, cioè, che prevedono lo scambio o la condivisione di diverse tipologie di articoli”. Dal punto di vista geografico, il fenomeno interessa soprattutto il Nord Italia: qui sono nate 6,4 startup su 10, contro le 2,2 nel Centro. Quasi nessuna nel Mezzogiorno, mentre 1,4 su 10 aziende della sharing economy italiana sono state fondate in Sicilia o Sardegna.

 

 

UTENTE TIPO: TRA I 25 E I 44 ANNI, UOMINI E DONNE PARI

Il boom della sharing economy in Italia si è avuto tra il 2010 e il 2013, in leggero ritardo rispetto ad altri Paesi come gli Stati Uniti. Complice la crisi economica, si è andato via via affermando un nuovo modello di consumo basato sull’utilizzo anziché sul possesso. Si acquista, cioè, un bene o un servizio nei modi e nei tempi in cui questo serve: ad esempio un autista privato con Uber solo per un piccolo spostamento in città, oppure una casa con Airbnb solo per il tempo delle vacanze.

La logica del “co” – co-housing, co-working, etch. – sta lentamente cambiando le abitudini di consumo e di acquisto di uomini e donne ed oggi una piattaforma su cinque di quelle attive in Italia supera i 10 mila utenti attivi mensili. Non c’è differenza tra uomini e donne, mentre sono soprattutto le persone tra i 25 e i 44 anni a frequentare le piattaforme di condivisione.

 

I CASI DI AIRBNB, BLABLACAR, DHL E GENERAL ELECTRICS

Si tratta dunque di un settore ancora in espansione, in cui l’offerta supera la domanda – “Collaborare costa fatica – sostiene Mainieri – soprattutto fra sconosciuti e presuppone una certa propensione al cambiamento che non tutti possiedono” -  ma che rappresenta una grande opportunità per aziende e amministrazioni locali.

Tra i casi più interessanti quelli di DHL, il corriere che ha lanciato un’app in sharing per consentire ai clienti di connettersi con altri utenti disposti a trasportare i loro pacchi; oppure General Electrics, che in America ha stretto un accordo con la startup di crowdsourcing Quirky per condividere con i clienti il lancio di nuovi prodotti o servizi. Molte le grandi, insomma, che guardano alle startup della sharing economy non solo come competitor ma anche come alleati. “Basti pensare ad Airbnb – ha sottolineato April Rinne, tra gli speaker di Sharitaly – Una società che in sei anni è cresciuta fino a offrire più camere della catena Hilton senza costi di magazzino; oppure Blablacar, che in Europa più persone in Europa di Eurostar ma a 1/centesimo dei suoi costi fissi”. 

 

Federica Ionta

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