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Imprese e agricoltura, un binomio sempre più rosa in vista dell'Expo

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Il settore agroalimentare è in crescita: merito anche delle numerose aziende femminili che arrivano a 234.684. Marina Di Muzio, presidente di Confagricoltura Donna, ci ha spiegato come sta cambiando

 Le imprese femminili hanno più opportunità in vista di Expo 2015. Lo ha confermato di recente Unioncamere , sottolineando che su 1.302.054 imprese in rosa, ben il 29% è focalizzato su turismo e agroalimentare, settori cardine su cui conta l'Esposizione Universale. Il dato si fa ancora più interessante sul comparto agroalimentare, con ben 234.684 aziende guidate da imprenditrici, di cui 9 su 10 riguardano il settore agricolo. Stiamo assistendo ad una rinascita al femminile dell'agricoltura e, più in generale, dell'imprenditoria? Ne abbiamo parlato con Marina Di Muzio, presidente di Confagricoltura Donna, l'associazione che riunisce le imprenditrici del sistema confederale.

 

Imprese femminili e settore agricolo: come si conciliano questi due mondi e come stanno cambiando?

 L'imprenditoria femminile cambia soprattutto grazie alla tenacia delle donne, che vale ancora di più nel settore agricolo. A differenza degli altri comparti, infatti, l'agricoltura risente di una scarsa attenzione da parte delle istituzioni che si rispecchia in un mancato accesso ai fondi di garanzia istituiti dal Ministero del Lavoro e delle Pari Opportunità. Il fatto che il regime agricolo è tutelato dall'Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare) crea spesso una disparità nelle rispetto alle altre imprese. Inoltre se consideriamo la scarsa diffusione della banda larga nelle zone rurali (dove la maggior parte delle imprese agricole ha sede) e la difficoltà crescenti nell'accesso al credito (perché manca una regia che focalizzi l'attenzione degli enti sull'agricoltura) aumentano notevolmente le difficoltà per le imprese.

 

Quindi merito solo della tenacia?

 Anche la multifunzionalità ha aiutato parecchio l'impresa femminile. Si tratta dello svolgimento di più funzioni attraverso processi produttivi in grado di ottenere maggiori output tra beni e servizi, il cui valore è riconosciuto dalla società. Questo ha contribuito a creare opportunità di lavoro sul versante femminile, soprattutto in termini di autoimpiego: a fronte di una difficoltà di accesso al mercato sono molte le donne che diventano “imprenditrici di sé stesse”; basta vedere quante sono le imprese con una sola persona, soprattutto al centro sud, dove è più complicato trovare impiego come dipendente.

 

Quale valore aggiunto può dare un'impresa femminile al settore agricolo?

 La donna ha una sensibilità particolare su argomenti come la nutrizione e il cibo, di cui si occupa proprio l'agricoltura e che saranno i temi centrali dell'Expo 2105. Ogni imprenditrice è prima di tutto una donna che, per le sue specificità, si preoccupa non solo della qualità dei prodotti, ma anche dell'eredità preziosa che lascia ai propri figli: la terra, il il bene materiale che siamo tenuti a conservare per chi verrà dopo di noi. Appartengo alla generazione “di mezzo” tra una concezione (e una conduzione) dell'impresa arcaica, quasi ottocentesca, e quella moderna improntata al dinamismo e alla velocità, ma credo che tutte siano legate dal fondamentale rispetto per la nostra terra.

 

Nel settore agricolo c'è un comparto in particolare che va meglio degli altri o con margini di crescita?

 Il vitivinicolo ha grosse opportunità: è un po' il biglietto da visita dell'agricoltura italiana che si fonde con la cultura e la tradizione. Anche il florovivaismo e l'agriturismo stanno avendo buoni risultati, come le tante eccellenze Igp e Dop: tutti hanno in comune il compito di trainare i prodotti con meno “appeal” ma con uguale importanza, soprattutto all'estero.

 

Le imprese italiane nel settore, soprattutto le pmi, rappresentano punte di eccellenza nell'alimentazione, ma spesso con scarsa vocazione all'export.

 È vero, abbiamo prodotti unici tra più imitati nel mondo, ma il problema è che non ci sono ancora le politiche adatte per un'efficace internazionalizzazione delle imprese, per la loro formazione e per agevolare gli scambi commerciali. Oggi un'impresa agricola non deve solo produrre, ma commercializzare, fare marketing, andare oltre il mercato locale. I contratti di rete, la messa in comune di competenze e la collaborazione tra aziende possono essere una buona soluzione per aumentare la competitività all'estero. Dobbiamo anche essere consapevoli che il Made in Italy è un patrimonio da tutelare di cui non solo l'azienda, m anche le istituzioni devono farsi carico.