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Il food designer Pietro Totaro: "Il cibo non è solo carburante"

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Pietro Totaro, alias “Ilmagodelcibo”, dice che trovare il cibo è diventato troppo facile. I food designer portano i consumatori vicino alla produzione

Prestigiatore, interior designer, cuoco e food designer. Descrivere Pietro Totaro, su Instagram Ilmagodelcibo, è davvero difficile perché ha una professionalità dalle mille sfaccettature nella quale è riuscito a intersecare e far convivere passione e lavoro, hobby e fatica.
Meridionale (pugliese) emigrato prima a Roma, poi a Milano, quindi in Olanda e poi di nuovo a Milano; quest’ultima è diventata la sua seconda casa dove esibisce le abilità tecniche da interior designer e il suo fantastico accento di Cerignola, importante comune agricolo in provincia di Foggia.

Pietro Totaro, appassionato ricercatore di food design, prova a spiegarci cosa sia questa nuova disciplina che a poco a poco sta entrando nel lessico quotidiano.

Pietro Totaro food designer, è giusta questa descrizione?

Giusto ma non solo. Io sono un interior designer. Ho studiato a Roma, allo IED, Interior design. A Milano ho fatto un corso di food design in una scuola che vede la collaborazione del Politecnico di Milano e dello IULM. All’epoca, due anni fa, era l’unico in Italia.

Cos’hai fatto dopo il master?

Sono volato in Olanda e ho collaborato per qualche mese con uno studio di food design in uno sperduto paesino nel sud del Paese, prendendo parte ad alcuni progetti. Poi sono tornato in Italia, a Milano, dove, tra le altre cose, lavoro in proprio come food designer e per RCS mi occupo di interior design.

Quindi sei un interior designer prestato al food.

Non esattamente. Io sono un progettista del Corriere della Sera, lavoro, con un team, a tutti gli eventi del Corriere. In più collaboro con Corriere Cucina, mi sono da poco occupato di tutti gli allestimenti degli ultimi Cook Awards, una serata in cui sono stati conferiti riconoscimenti ai migliori talenti del food.

La passione per il food arriva in qualche modo dalla tua famiglia?

Direi di no. A me piaceva già cucinare anche se in famiglia nessuno si occupa di cibo, diciamo che ho ereditato l’aspetto artistico da mia madre che è una professoressa di storia dell’arte.

E allora come mai ti sei avvicinato al food design?

Io sono di Cerignola, in provincia di Foggia. Dalle nostre parti, ma come in tutta l’Italia, il cibo non è solo carburante. Per noi il cibo, e la condivisione del cibo, ha qualcosa di sacro. Dalle nostre parti si mangia e si produce bene. In tutto il Tavoliere delle Puglie, dal Gargano in giù, i campi sono tantissimi. Anzi proprio facendo le mie ricerche, ho scoperto che Cerignola è il terzo più grande comune agricolo d’Italia, dopo Firenze e Roma.

Pietro, ci spieghi cos’è il food design?

Allora partiamo da un presupposto: design vuol dire progettare al fine di restituire funzionalità. Certo c’è anche l’aspetto estetico, ma non è l’unico: un oggetto bello che non risolve alcuna problematica non è un oggetto di design. Puoi ben capire che applicare questo concetto al mondo del cibo è più complesso. Diciamo che il food design è una connessione tra cibo e progettazione, è una pratica che sensibilizza l’utente al consumo del cibo e rafforza il rapporto tra cibo e persona. Lo si può fare attraverso una cena, una food experience o anche un oggetto che può essere utilizzato per mangiare o per cucinare. Ma il food design può essere applicato anche agli spazi di un ristorante.


Con chi lavora il food designer?

Food design vuol dire risolvere problemi a livello funzionale nel mondo del cibo. Pensiamo a tutta l’attenzione data al cibo dal punto di vista della produzione. Il food designer è più di ogni altra cosa un ricercatore che collabora con chef, chimici, biologi, architetti, artisti. Il food design è l’aspetto più artistico della ristorazione ma non si esaurisce nella composizione del piatto, quello è il food styling che si occupa di disegnare cromaticamente il piatto.

Due anni fa, quando hai frequentato il master allo IULM, non era ancora esplosa così tanto la passione per il food.

Quando ho iniziato a studiare food design ancora non si sapeva bene cosa fosse. Diciamo che quando ho dovuto capire cosa fare da grande, ho fatto qualche ricerca e il cibo era uno dei settori che si ipotizzava si sarebbe espanso di più. Il master mi ha aperto un mondo, a farci lezione non erano dei docenti ma dei professionisti del food con cui sono entrato in contatto. È durato più o meno un anno ma mi è servito per iniziare a lavorare in quest’ambito.


Rapporto tra cibo e persone. Perché è interessante per un food designer?

In questo periodo storico le persone si sono allontanate dal cibo perché è facilissimo trovarlo, per noi il cibo nasce nel supermercato, non si collega mai all’agricoltura o alla terra. Molte persone non sanno neanche come si coltivi una patata. Un food designer cura gli aspetti sostenibili del cibo.