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Gruppi di acquisto solidale: il fair trade guadagna terreno

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Oltre 12 italiani su 100 acquistano attraverso i Gas. Il professor Paolo Roberto Graziano dell’Università di Padova: “Le nuove generazioni sempre più sensibili ai temi della sostenibilità ambientale e sociale. È la base di un nuovo modello di economia”

Il primo gruppo di acquisto solidale è nato a Fidenza nel 1994, e con il passare degli anni abbiamo assistito a una crescita abbastanza regolare del mondo dei Gas, che è diventata esponenziale nel corso degli anni 2000 per continuare in progressione verso numeri sempre più consistenti dal 2010 a oggi.

“Si tratta di gruppi di persone che decidono di condividere scelte di acquisto, in modo diverso rispetto a quanto avviene su altri portali, dove a guidare la scelta è semplicemente la logica dell’offerta, del prezzo più basso” spiega Paolo Roberto Graziano, professore ordinario di Scienza Politica presso lo SPGI-Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e Studi Internazionali dell’Università degli Studi di Padova. “I gruppi di acquisto solidale – prosegue il professore - nascono per ‘rifondare’ il mercato, considerando la transazione commerciale soltanto come un tassello di una relazione più ampia, che è prima di tutto sociale: la relazione che si stabilisce tra produttori e consumatori, e tra consumatori e consumatori. Una forma di solidarietà che si fonda sul fatto di essere parte di una stessa comunità”.

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Professor Graziano, quali sono più nel concreto i criteri sui quali si basano le scelte dei Gruppi di acquisto solidale?

Si tratta di criteri essenzialmente improntati al principio della solidarietà: l’attenzione nei confronti del lavoro e dei lavoratori, nei confronti delle modalità di produzione dei prodotti agricoli, come ad esempio la propensione verso l’agricoltura biologica. Un Gas è composto in media da 20-25 famiglie, ma si può arrivare fino a un centinaio: questo perché i numeri devono essere gestibili. Si tratta generalmente di gruppi di persone che già si frequentano per altre ragioni, in parrocchia, nei centri sociali o in associazioni.

Come si sono sviluppati nel tempo i Gas?

Parliamo di un’iniziativa che ha una caratterizzazione “politica”, perché è un impegno che vuole portare cambiamenti sostanziali nell’attuale organizzazione della società. Con questo non voglio dire che tutti condividano la matrice politica di questa scelta: oggi i gruppi d’acquisto solidale coinvolgono in Italia, a vario titolo, sei milioni di persone, e non sarebbe realistico pensare che tutti siano a favore di un sistema “non capitalistico” o vogliano avanzare una rivendicazione politica.

Recentemente avete commissionato una ricerca a Swg sul consumo responsabile e quindi anche sui GAS. Che cosa ne è emerso, come si sta muovendo il mercato?

Dall’indagine emerge che l’intero settore sta vivendo una crescita costante a partire dal 2002, oggi 12 italiani su 100 acquistano tramite i GAS. Le dimensioni del consumo responsabile, oggetto dell’indagine, sono cinque: il consumo critico, il commercio equo e solidale, la sobrietà, il turismo responsabile e i Gas. Nel complesso, se nel 2002 le scelte di consumo responsabile coinvolgevano il 28,5% della popolazione, la percentuale è salita al 63,4% nel 2018, e da quel momento si è sostanzialmente stabilizzata. La rilevazione si ferma al febbraio 2020, ma mi pare ragionevole ipotizzare che se si dovesse scattare una fotografia oggi, dopo l’esplosione dell’emergenza Covid-19, questi numeri sarebbero ancora da rivedere al rialzo. Più nello specifico, la spesa tramite i Gas è cresciuta del 2,3% dal 2018, quando il 10% della popolazione aveva fatto almeno un acquisto in un anno attraverso un gruppo di acquisto solidale. L’unico settore ad aver subito un piccolo ridimensionamento è quello del commercio equo e solidale, che si riflette nella crisi attraversata dalle botteghe del mondo dovuta alla concorrenza della grande distribuzione. Questo significa che se ai numeri dei prodotti del commercio equo e solidale distribuiti attraverso i canali “tradizionali” si aggiungono quelle dei supermercati, anche questo settore può contare su un trend positivo.

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Per quale motivo i GAS stanno ottenendo successo?

È un’affermazione che risponde a tre tipi di crisi: quella economica, in particolare successiva al 2008, che ha paradossalmente accresciuto l’attenzione verso forme di consumo di prossimità. Poi c’è la crisi socio-culturale: si trascorre sempre più tempo su internet e sempre meno insieme ad altre persone, mentre i Gas propongono un modello di socialità che va a sostituire e ad approfondire quello che caratterizzava storicamente i circoli Arci, le case del popolo, le parrocchie o i centri sociali; è un qualcosa che accompagna le persone giorno dopo giorno, che muove da un rapporto di fiducia. E infine la crisi politica: si vota sempre meno, ma le persone vogliono trovare un modo nuovo per partecipare. A tutto questo poi si potrebbe aggiungere il fatto che spesso si riesce a ottenere anche a una convenienza economica tramite i Gas.

Quali sono dal suo punto di vista i settori in cui in Italia c’è più margine per lo sviluppo di attività di questo genere?

Il paniere dei gruppi di acquisto è diventato con il passare del tempo sempre più consistente. Si può arrivare a non andare affatto al supermercato. Oltre ai generi alimentari si possono acquistare ad esempio anche prodotti per l’igiene, o prodotti tessili e di abbigliamento. Quelli che per ora rimangono ancora lontani da questa logica sono i prodotti tecnologici, anche se sul mercato è arrivato ad esempio il fairphone: uno smartphone prodotto da una Fondazione olandese che è una risposta etica a quelli prodotti dalle multinazionali, ma non può essere ancora ordinato tramite i gruppi di acquisto. La logica dei Gas è utilizzata inoltre per l’acquisto di energia, o anche di terreni agricoli. Grazie a queste scelte si può costruire un futuro che parte dai principi della sostenibilità delineati dalle Nazioni Unite: se presi sul serio, sarebbero più facili da raggiungere grazie all’economia solidale – di cui i Gas costituiscono un ottimo esempio. L’idea di base è che questo approccio diventi, attraverso le sue reti locali, un catalizzatore di innovazione economica in termini di solidarietà, e che arrivi a contaminare l’economia locale e mondiale. Certo, è una “visione”, ma il fatto che la piccola distribuzione organizzata sia stata rivitalizzata nell’ultimo periodo può essere letto come una ricerca di senso: se i Gas oggi coinvolgono a diversi livelli il 12% della popolazione questo è un fenomeno che inizia a essere osservato con attenzione anche dagli economisti più diffidenti.

Qual è la reazione della grande distribuzione organizzata rispetto a questo fenomeno?

Di certo la Gdo sta mettendo in campo una risposta, ma probabilmente questa risposta vale per l’87,7% degli italiani che non hanno ancora scelto i gruppi di acquisto solidale. La Gdo infatti vive in meccanismi di mercato che difficilmente consentono la conoscenza diretta del produttore e spesso non forniscono tutte le informazioni relative ai prodotti stessi: l’etichettatura aiuta, ma non è tutto, non può sostituire il rapporto diretto tra consumatori e produttori. Di sicuro le grandi catene hanno fatto dei passi per presidiare come possibile nella loro logica anche questo ambito, e a dimostrarlo c’è il periodo di difficoltà attraversato dalle botteghe del mondo. Ma in termini di prospettiva, i due modelli devono essere visti come alternativi.

Da una parte c’è il tema della competitività dei prezzi, dall’altra quello dei costi nascosti, ma anch’essi quantificabili, in termini ad esempio di impatto ambientale o sociale, che andrebbero “aggiunti” a molte delle merci meno care. I gruppi d’acquisto solidale possono essere una risposta?

Questo è un lavoro su cui sono sempre più impegnati i soggetti dell’economia solidale in termini di informazione, con progetti autofinanziati o finanziati da fondazioni o amministrazioni pubbliche. L’obiettivo è far emergere lo sfruttamento, l’insostenibilità ambientale, ma anche l’immoralità di acquisti che sono inutili rispetto a uno stile di vita “standard”. Ed è uno sforzo titanico se messo a confronto con 30 anni di produttivismo spinto e di commercializzazione sempre più sofisticata.

Come sta cambiando la sensibilità degli utenti rispetto alla sostenibilità?

Le pratiche di consumo ispirate alla responsabilità e alla sostenibilità crescono. Se consideriamo le conseguenze dell’emergenza Covid-19, potremmo ipotizzare un ulteriore aumento significativo dal numero attuale (64% degli italiani) di consumatori “responsabili”. Perché alle motivazioni “tradizionali” che spingono verso i Gas, come la sostenibilità economica e sociale, si aggiunge con forza il tema della solidarietà di comunità. I cosiddetti lockdown inoltre hanno riavvicinato gli italiani a una dimensione più intima, con la riscoperta ad esempio del passare tempo insieme in cucina. Questo porta con sé una rinnovata attenzione alla qualità dei prodotti, alla loro stagionalità, che non può trovare una risposta solo nell’aumento delle consegne di pizza o pasti a domicilio.

Se dovesse immaginare questo settore da qui ai prossimi 15 o 20 anni, cosa si aspetta che possa succedere?

La tendenza è abbastanza chiara. I giovani sono oggi i più attenti alla sostenibilità delle loro scelte, e questo potrebbe tradursi in una crescita ancora più accentuata dell’economia solidale, almeno per i Paesi con un grado di sviluppo economico elevato. L’onda potrebbe riguardare principalmente l’Europa e gli Stati Uniti, questi ultimi soprattutto dopo la sconfitta elettorale di Trump che aveva contestato la rilevanza del cambiamento climatico e l’insediamento dell’attuale Presidente USA Joe Biden. Mi aspetto molto dalle nuove generazioni: da qui a 20 anni, quando i giovani di oggi avranno più capacità economica, l’economia solidale potrebbe affermarsi sempre più. Così questo genere di pratiche si moltiplicherà; non saranno più “isole” ma reti strutturate, con – ad esempio – il commercio equo che non sarà soltanto un fenomeno di nicchia ma potrebbe diffondersi in modo molto più significativo.