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“Errore umano e interessi economici le cause della frana del Vajont”

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J’accuse del presidente del Consiglio nazionale dei geologi Gian Vito Graziano nel cinquantenario dal crollo della diga che fece 1910 vittime

“Bisogna ricordare. Non si possono dimenticare le vittime del Vajont”. E’ un discorso senza mezzi termini quello di Gian Vito Graziano, presidente del Consiglio nazionale dei geologi che ha parlato a Longarone alla conferenza di apertura del cinquantesimo anniversario della grande frana. Graziano ha sottolineato soprattutto gli errori commessi nella realizzazione di un’opera “incurante della natura” e la scarsa prontezza di chi, anche successivamente, fu allertato ma “non volle sentire”: funzionari pubblici che avrebbero approvato varianti al progetto iniziale senza controlli, organismi tecnici dello Stato che avrebbero fallito nel loro compito. 

 

La tragedia, ha sottolineato Graziano, sarebbe “figlia di omissioni e di superficialità” e di una mentalità che privilegia l’interesse economico di pochi alla sicurezza di tutti. “Alla gente che dopo essere stata vittima è stata poi oltraggiata da istituzioni, da uomini politici, da uomini di apparato ed ahimè anche da uomini di scienza – è stato il durissimo appello del geologo – chiedo di guardare alla geologia con un rinnovato sentimento”.

 

L’idea di sfruttare le acque del fiume Vajont, in provincia di Belluno, per la produzione di energia risale alla metà degli Anni Venti, in un’Italia criticamente in difficoltà per quanto riguardava l’approvvigionamento elettrico. Inizialmente la diga avrebbe dovuto essere costruita alla stretta del ponte di Casso e la centrale elettrica a Dogna. Nel 1937 fu presentato un secondo progetto che spostava la diga più a ovest verso il ponte del Colomber e solo nel ’39 si cominciò a parlare di “Grande Vajont”, un unico impianto integrato. I controlli geologici iniziarono dieci anni dopo e ad altri sette anni di distanza, nel 1956, i lavori veri e propri.

 

A quel punto però il progetto iniziale si era già notevolmente modificato: da un’altezza di 202 metri con invasi di 58,2 milioni di metri cubi d’acqua si era passati a un’infrastruttura di circa 60 metri più alta e con un invaso triplicato a oltre 152 milioni di metri cubi. Varianti che avrebbero messo ulteriore pressione sulle pendici del Monte Toc, che già aveva manifestato situazioni di criticità prima della costruzione della diga.

 

E infatti la sera del 9 ottobre 1963, alle 22:39, un costone del Monte Toc si staccò e precipitò verso il bacino artificiale. L’impatto di 270 milioni di metri cubi di rocce e terra generò tre onde che scavalcarono la stessa diga e letteralmente seppellirono i piccoli comuni di Longarone, di Erto e Casso, di Castellavazzo. La strage del Vajont causò 1910 vittime accertate, centinaia però i dispersi e i corpi che non fu mai possibile recuperare o riconoscere.

 

A cinquant’anni di distanza dalla tragedia i tecnici hanno fatto tesoro della grande frana. “La geologia applicata nasce dal Vajont e dopo il Vajont - ha detto Graziano - ed i geologi vi hanno costruito sopra la propria professione, sotto il profilo tecnico, tecnologico, scientifico e morale. Per tutti i geologi, per tutti gli studenti e per le future generazioni di professionisti, il Vajont è stato un punto di partenza, ma soprattutto è stato un monito: mettere la scienza, la ricerca e la professione a servizio del Paese".