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Economia circolare, Italia esempio virtuoso per l’Europa

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Emmanuela Pettinao, ricercatrice della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile: “Siamo in cima al ranking dei cinque più importanti Paesi UE, ma gli altri recuperano. E la sostenibilità può aprire grandi opportunità di business per giovani e startup”

Quello dei Paesi europei più “virtuosi” nel campo dell’economia circolare è uno dei ranking in cui l’Italia non arranca nelle retrovie, anzi “brilla” in testa alla classifica, davanti a Francia, Germania, Spagna e Polonia. Una posizione in testa al gruppo che il nostro Paese detiene da tempo, anche se ultimamente ha iniziato a perdere terreno. A fotografare la situazione è il rapporto sull’economia circolare in Italia 2020 pubblicato a fine marzo, e realizzato da CEN - Circular Economy Network, rete promossa dalla Fondazione Sviluppo Sostenibile insieme a Enea e a 14 aziende e associazioni di impresa. Dalla ricerca emerge che l’Italia è in prima posizione, sul podio davanti rispettivamente a Germania e Francia, per il grado di uso efficiente delle risorse in cinque categorie:

  • produzione 
  • consumo
  • gestione rifiuti 
  • mercato delle materie prime seconde 
  • investimenti e occupazione 

A fare il punto sulla situazione nel nostro Paese è Emmanuela Pettinao, ricercatrice della Fondazione Sviluppo Sostenibile, specializzata proprio sull’economia circolare e sul ciclo dei rifiuti.

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Ingegner Pettinao, a cosa ci riferiamo quando parliamo di economia circolare, e quali sono oggi i punti di forza dell’Italia in questo campo?

L’economia circolare è un’economia in cui si punta a contenere il più possibile il prelievo di materie prime vergini e il loro consumo attraverso un uso efficiente e un utilizzo che duri il più a lungo possibile, con una gestione dei rifiuti che vada sempre più nella direzione del riciclo. L’Italia, come evidenziato dal rapporto, ha delle buone performance se confrontate con quelle del resto d’Europa e delle principali economie come quelle di Germania, Francia, Spagna e Polonia. Uno dei parametri principali che compongono questo indice è la produttività delle risorse: l’ultimo anno di cui sono disponibili i dati, il 2018, conferma una crescita della produttività delle risorse per tutti i Paesi.

Per l’Italia questo è un punto di forza - l’Italia è prima - e arriva a 3,50 euro al kg contro i 3 euro della Francia e i 2,70 della Spagna. Come sappiamo l’Italia non è un Paese ricco di materie prime, e la fotografia scattata dal rapporto dice che riesce a valorizzare in generale bene le materie che importa.

E il punto di debolezza?

Il punto debole principale è sul consumo, in particolare per tutto ciò che riguarda la riparazione e il riutilizzo, quegli interventi cioè che fanno sì che un bene, una volta prodotto, rimanga più a lungo all’interno del mercato. Secondo i dati Eurostat l’Italia ha cica 25mila aziende in questo comparto, ed è al terzo posto tra le cinque principali economie europee. Gli altri hanno una quantità di personale impiegato maggiore in questo settore, e nel corso degli anni questo indicatore per il nostro Paese non è cresciuto.

Cosa succede nel campo della gestione dei rifiuti?

Sulla gestione dei rifiuti e sul tasso di riciclo l’Italia è al primo posto: i dati ci dicono che nel 2016 ha riciclato mediamente il 68% dei rifiuti prodotti, a differenza ad esempio della Polonia con il 56% e della Germania con il 53%. Il dato dell’Italia supera anche quello della media europea, che si ferma al 57%. Questo avviene perché il nostro è un Paese che ha poche risorse interne, e ha quindi l’esigenza di “recuperare” il più possibile. D’altro canto però non tutto quello che viene contabilizzato come riciclo finisce effettivamente all’interno di nuovi materiali: anche per questo c’è bisogno di incrementare il più possibile l’utilizzo circolare dei materiali, che devono tornare all’interno dei cicli produttivi.

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Dove possiamo considerare che ci siano più possibilità di sviluppo?

Sicuramente il settore in cui c’è più bisogno di investimenti è quello della riparazione e del riutilizzo, dove c’è da recuperare un gap nel numero di addetti rispetto agli altri Paesi Ue, che riescono ad avere risultati migliori proprio grazie a un tessuto di imprese più solido: è evidente che se ci riescono gli altri ci possiamo riuscire anche noi. E poi c’è in generale il campo della sharing economy, della condivisione dei beni, che sta crescendo molto negli ultimi anni anche se in Italia genera un fatturato ancora basso, ma che nei prossimi anni ha delle ottime possibilità di sviluppo.

Economia circolare può voler dire anche opportunità di business per i giovani e le startup o si tratta ancora di attività difficilmente sostenibili dal punto di vista economico?

Di startup che hanno puntato e che puntano su questo settore ce ne sono tante, e lo dimostra anche il fatto che ormai proprio attorno a questo argomento ci sono una serie di contest dedicati proprio ai giovani imprenditori e alle loro idee innovative. Anche noi del Circular Economy Network, tra l’altro, abbiamo organizzato un premio dedicato alle startup, che vengono monitorate e premiate per il loro impegno. Chiaramente la loro più grande difficoltà, a fronte spesso di ottime idee, è quella di ottenere le risorse economiche per andare avanti e per crescere, anche se oggi ci sono diversi incubatori che riescono a premiare i progetti migliori finanziandone lo sviluppo.

Quanto può essere d'aiuto a questo settore il fatto che si stia progressivamente sviluppando una sensibilità sempre più alta verso i temi dell'ambiente e della sostenibilità?

Sicuramente oggi c’è più attenzione attorno a questo argomento, se ne parla di più, e questo è sicuramente un bene. Un incentivo importante è arrivato inoltre nel corso degli anni dalle politiche europee, progressivamente sempre più improntate al green, che hanno contribuito e stanno contribuendo a creare un substrato culturale, spingendo i Paesi a riflessioni strutturate. L’Europa è partita da molto tempo, e anche grazie a questo si è arrivati ad avere più attenzione sulla sostenibilità, che nei singoli Paesi si è spesso tradotta in atti normativi e azioni concrete sul territorio.

È plausibile pensare a un futuro prossimo in cui anche i grandi player si convertiranno, per forza o per passione, all'economia circolare? C'è già qualche esempio di questo tipo?

Sì, già diversi player importanti hanno imboccato la strada dell’economia circolare. Io lavoro nel campo della gestione dei rifiuti, dove l’economia circolare è un discorso fisiologico: per tante grandi aziende è diventato in parte un discorso di immagine. Anche guardando nel campo del consumo e della Gdo sono avvenuti grandi cambiamenti, sia per spinte normative, sia per senso di responsabilità, sia per una maggiore sensibilità alle richieste dei consumatori, che hanno portato a modificare alcune scelte per mantenere una posizione di forza sul mercato.

riciclaggio-carta.jpg

Quali sarebbero per il futuro le scelte più importanti da fare per rafforzare il settore dell’economia circolare?

Le scelte possibili sono tante. Noi come Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile agli Stati Generali della Green Economy (la 9° edizione si è tenuta online il 3 e 4 novembre 2020, ndr) abbiamo portato la richiesta di misure per incrementare gli investimenti nel campo dell’economia circolare, incentivando anche le attività di ricerca e sviluppo. Allo stesso modo sarà importante anche incentivare gli investimenti in tecnologie innovative e sostenibili, e una gestione virtuosa di tutta la parte “bio”, per la valorizzazione di tutti i sottoprodotti che provengono dall’agricoltura.