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Concordia, Tozzi: “Adesso al Giglio un’area marina protetta”

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Il geologo sui danni scongiurati e i rischi del raddrizzamento della nave: “Il parbuckling è stato un successo”

Tonnellate di solventi e detersivi, uova e litri di latte conservati nelle dispense delle cucine. Non è più il carburante il principale rischio ambientale per l’Isola del Giglio, da ieri al centro della cronaca mondiale per la massiccia operazione di rimessa in asse del relitto della Costa Concordia. “I residui di gasolio e dei liquidi fognari sono ormai esigui”, racconta a Energie Sensibili il geologo Mario Tozzi che sta seguendo le fasi del parbuckling dalla control room della Protezione Civile. “Fino alle 8:30 di stamattina l’Arpat, che sta monitorando eventuali danni ambientali, non ha riportato situazioni di criticità nell’operazione di raddrizzamento, che quindi può dirsi conclusa con successo”. Se la Concordia fosse scivolata al di là dello scalino sul quale si è arenato il relitto il recupero sarebbe stato assai più complesso, se non impossibile. “Possiamo dire che il bilancio è positivo”.

 

Tutti ricordano il naufragio della Concordia nella notte del 13 gennaio 2012. Il transatlantico partito da Civitavecchia e diretto al porto di Savona si scontrò con gli scogli delle Scole durante una manovra azzardata – il cosiddetto “inchino” – mentre al comando della nave c’era Francesco Schettino. Per quasi due anni il relitto, squarciato per 70 metri su un fianco, è rimasto poggiato sul fondale di Punta Gabbianara, a nord di Giglio Porto. “Il danno alla flora e alla fauna marina per tutta la lunghezza del transatlantico, cioè 290 metri, è stato notevole – sottolinea Tozzi – Lo stesso vale per la piattaforma su cui ora è poggiata la Concordia, per realizzare la quale hanno dovuto piantare dei pali nel fondale. Ma con un investimento e con il tempo sarà possibile ripristinare le condizioni precedenti”.

 

Oltre al danno fisico e al carburante – al momento dell’impatto nei serbatoi c’erano 2.400 tonnellate di olio combustibile – il rischio ambientale per i fondali del Giglio è rappresentato dalle sostanze chimiche e organiche contenute nella pancia della nave. “Ci sono 600 chili di grasso per oliare i motori, 850 di smalto liquido e ancora pitture, saponi. Poi ci sono i generi alimentari che erano conservati nelle cucine: tonnellate di uova, latte. Se le confezioni sono rimaste intatte sarà più semplice aspirarli, altrimenti potrebbero esserci delle dispersioni”.

 

Il materiale a rischio è comunque sotto controllo e continuo monitoraggio dell’Arpat; i tecnici dell’Agenzia regionale sono pronti a intervenire in caso di perdite per scongiurare qualsiasi danno alla già provata costa orientale del Giglio. “Ora spero che sia condivisa da tutti la necessità di creare nelle acque dell’isola toscana un’area marina protetta – conclude Tozzi – Se ci fosse stato un limite all’avvicinamento della nave all’Isola del Giglio, questo disastro sarebbe stato evitato”.


[Foto di YouReporter.it]