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Coach Campedelli: “Abbiamo mostrato a tutti la nostra disabilità invisibile”

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L’allenatrice della nazionale femminile sorde, medaglia d’oro agli europei 2019: “Ora l’Italia deve fare un salto culturale e abbandonare l’approccio pietistico verso la disabilità”

Il mirino è puntato dritto verso i campionati mondiali: la nazionale italiana di volley femminile sorde, dopo la medaglia d’oro agli europei conquistata a Cagliari a metà giugno 2019 e la medaglia d’argento alle Olimpiadi per sordi di Samsun 2017, guarda al futuro e si prepara a dare battaglia. La grande attesa è per luglio 2020, l'occasione per mantenere il posto al sole che ha saputo conquistarsi nel panorama internazionale. 

A guidare le atlete è Alessandra Campedelli, che spiega cosa rimane di quel trionfo, a più di due mesi di distanza dalla conquista - per la Federazione Italiana Sport per Sordi (Fssi) - del primo titolo europeo. 

 

Coach Campedelli, cosa rappresenta questo traguardo per la sua nazionale?

La cosa più bella è la soddisfazione di aver visto le ragazze fare un enorme passo avanti, e non parlo soltanto di tecnica e tattica. Hanno dimostrato di poter superare le pressioni di un campionato giocato in casa, di aver saputo gestire le aspettative del pubblico, degli addetti ai lavori e di sé stesse dopo la medaglia d’argento alle Olimpiadi. Ogni partita è stata importante, perché vincere tre set a zero non vuol dire che abbiamo affrontato partite semplici: spesso ci siamo trovate di fronte a team di semiprofessioniste che vivono insieme e preparano la manifestazione come unico obiettivo dell’anno. 

Quali sono stati, a parte il valore della squadra e delle ragazze, gli ingredienti fondamentali del successo?

Questo risultato viene anche dall’impegno sia della Fssi, che ha creduto in noi e ci ha dato tutta l’assistenza possibile per facilitare il nostro compito, sia dei singoli club Fssi e Fipav, che hanno allenato le ragazze con scrupolo e le hanno sempre messe a disposizione per le attività della nazionale; la vittoria è anche loro. E infine è anche una vittoria di staff: ora con noi c’è anche Angiolino Frigoni, che per anni è stato il vice di Julio Velasco. 

Lo sport diventa un momento di rivincita. 

Per queste ragazze lo è stato di sicuro; la dimostrazione che anche con la disabilità si può fare sport, e sport di squadra, e ad alto livello. 

E la vostra è ancora una squadra giovane…

Sì, ci sono parecchie under 21, e la nostra forza è stata di essere tutte importanti nel corso della manifestazione e aver dato ognuna un contributo fondamentale. Non a caso i nostri hashtag sono #unmattoncinoallavolta e #insiemesipuò. 

E ora iniziamo la preparazione per i mondiali di luglio 2020: i primi due stage saranno a ottobre in Toscana e a novembre a Milano.

 

 

Qual è il significato dell'inno nazionale con la lingua dei segni? 

Siamo state le prime a segnarlo due anni fa, alle Olimpiadi. È un gesto importante da due punti di vista: per la squadra e verso l’esterno. Ci sono varie tipologie di sordi, e ‘segnare’ l’inno ha voluto dire mettere insieme tutti questi mondi: prima c’erano le ragazze che riuscivano a cantarlo e quelle che rimanevano ferme e in silenzio perché non potevano sentire e quindi partecipare. Grazie alla Lis, la lingua dei segni, tutte interagiscono e possono ‘cantare a gran voce’ l’inno. È un segno di inclusione, prima di tutto all’interno del nostro team: vengono valorizzate le caratteristiche di ognuno, anche di preferenza comunicativa.

 

Che spazio hanno le ragazze che durante l'anno giocano nei loro club udenti? 

È una riflessione che ho maturato nel corso di questi anni, che si può condividere o meno, e che riporto in maniera - ci tengo a precisarlo - tutt’altro che critica, ma esclusivamente come un dato osservato: nella maggior parte dei casi le ragazze sorde giocano in categorie più basse rispetto a quelle in cui potrebbero giocare. Spesso perché in palestra nella quotidianità, soprattutto quando sono giovani e si apprestano a imparare a giocare, si tende ad affrontare questa disabilità talvolta con pietismo, talvolta con insicurezza; atteggiamenti che portano a ‘lasciar correre’, a ‘non pretendere da queste ragazze’ ciò che invece si pretende dalle compagne udenti, rallentando il loro processo di crescita o diminuendone le aspettative. 

Il secondo fattore è, secondo me, legato al fatto che spesso si sceglie di fare crescere fin da piccole le ragazze in ambienti in cui possano sentirsi forti e ‘indiscusse’ piuttosto che in quelli in cui debbano conquistarsi un posto. Forse per tenerle al riparo, forse credendo che ciò possa aumentare la loro autostima. Ma questa è una cosa che io non condivido.

 

Come superare questo approccio? 

"La sordità è una condizione, non deve essere un limite".

È importante che imparino a lottare per ottenere il loro posto in squadra. La prima volta che le ho allenate, presentandomi, ho detto alle ragazze che da me non dovevano attendersi pietismo, che conoscevo bene il loro potenziale e che volevo aiutarle a svilupparlo. Ma per riuscirci servono obiettivi sfidanti, non comodi; bisogna imparare a superare, insieme, le difficoltà …e questo è necessario anche per migliorare il senso di autoefficacia [fiducia che ogni persona ha sulle proprie capacità di ottenere gli effetti voluti con la propria azione, ndr. ] su cui si costruisce la volontà di vincere in generale, non solo le partite. 

 

Il vostro successo probabilmente aiuterà tanti ragazzi e ragazze nella stessa condizione ad avvicinarsi al mondo dello sport. 

Sì, senza dubbio. Già dopo le Olimpiadi si sono aggiunte tante ragazze giovani, anche di 14 o 15 anni, e inizio a trovarmi di fronte alla necessità di fare delle scelte. Stiamo dando visibilità a questa disabilità ‘invisibile’, consentendo a tante persone di scoprirne le caratteristiche: siamo le portabandiera della volontà di ‘dare voce’ ai sordi, di rendere visibili e conosciute le caratteristiche della sordità come condizione e non come limite. Cerchiamo di utilizzare la nostra visibilità per rendere percepibili le barriere comunicative che ancora oggi ostacolano alcuni aspetti della vita dei sordi con l’intento di gettare il primo seme affinché, riconoscendole, vengano abbattute. 

 

In Italia la vostra attività è 'amatoriale', mentre a livello internazionale spesso siamo al semiprofessionismo. Sarà una prospettiva possibile anche nel nostro Paese?

Sarebbe un passaggio culturale fondamentale per la nostra società, che in questo modo dimostrerebbe di riconoscere l’importanza formativa dello sport a livello sociale. Molte nazioni investono in questi settori non soltanto a fini agonistici, ma perché sono consapevoli che questi investimenti porteranno i ragazzi ad avere la possibilità di crescere come individui autonomi e indipendenti. L’Italia in questo campo può e deve crescere molto. 

 

 

Foto di copertina: photocredit FSSI