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The Circle, pesci e ortaggi all’insegna della sostenibilità

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L’idea di quattro giovani classe ‘92: dimostrare che l’acquaponica è un modello di business redditizio e a emissioni zero. Thomas Marino, uno dei fondatori: “Ora la sfida è crescere”

Unire la qualità della produzione alla sostenibilità dei processi, portando una ventata di innovazione - anche tecnologica - nel campo dell’agricoltura. È l’idea di quattro - allora venticinquenni - che nel 2017 hanno fondato “The Circle”, azienda che coltiva vegetali senza generare alcun tipo di scarto, riuscendo a valorizzare ogni rifiuto reintroducendolo nel proprio ciclo produttivo. Tutto questo in una filiera agricola, energetica ed economica che non produce inquinamento. A raccontare a SorgeniaUp come è nata e come si sta sviluppando questo progetto di business è Thomas Marino, che ha fondato e gestisce The Circle insieme a Valerio Ciotola, Simone Cofini e Lorenzo Garreffa.

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Thomas, come nasce The Circle e quali competenze hai portato in azienda?

Con tre dei quattro soci andavamo al liceo insieme, e gli altri tre hanno condiviso anche il percorso universitario. Ci siamo sempre confrontati con la volontà di trovare un modello di business originale, ed eravamo partiti dall’idea di recuperare scarti alimentari per produrre energia. Ma l’alto costo iniziale di questo tipo di business ci ha fatto aguzzare l’ingegno, e siamo arrivati insieme all’acquaponica, che unisce all’interno dello stesso circolo virtuoso l’acquacoltura e l’idroponica. Oggi per The Circle curo la comunicazione e lo sviluppo strategico, dopo un percorso universitario indirizzato in scienze politiche, pubblicità e comunicazione. Gli altri soci invece si sono specializzati in biotecnologie industriali. La nascita ufficiale di The Circle risale al 2017, ma eravamo al lavoro sul progetto già da 18 mesi, con l’obiettivo di dimostrare che questa tecnologia poteva effettivamente essere competitiva ed economicamente vantaggiosa, oltre che sostenibile dal punto di vista ambientale.

Cos’è in parole povere l’acquaponica, come funziona?

Si parte dalle vasche dei pesci, che possono essere specie ornamentali ma anche specie edibili ad alto valore proteico e quindi commerciale. I pesci allevati nelle vasche producono ogni giorno scarti, sotto forma di ammoniaca, che viene raccolta attraverso pompe elettriche a basso consumo e poi filtrata. Le specie batteriche all’interno dei letti di crescita consentono poi di trasformare l’ammoniaca in nitriti e nitrati attraverso un filtraggio organico, quindi in ottimi fertilizzanti per l’agricoltura. Dopo un passaggio di controllo per verificare la qualità di questo “concime” attraverso una serie di strumenti di sensoristica, che ci consente di intervenire se c’è bisogno, questa acqua viene inviata ai sistemi di coltivazione, dove consente alle nostre piante di crescere in maniera più rapida rispetto alla media di quanto avviene con l’agricoltura tradizionale, e di risparmiare il 90% di acqua, dal momento che quella che non viene assorbita torna poi nuovamente a disposizione dei pesci dopo essere stata “ripulita” dall’azione delle piante.

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Come si è sviluppato negli anni il vostro business?

Abbiamo iniziato con mille metri quadrati di impianto, e dopo 18 mesi ne abbiamo aperto un altro da 600 mq. Oggi, dopo tre anni, contiamo su 2.500 mq di superficie in produzione, e aggiungerei che il primo impianto non è uguale all’ultimo, che è sicuramente più avanzato dal punto di vista tecnologico perché ha potuto contare sull’esperienza accumulata e sulle attività di ricerca e sviluppo su cui abbiamo investito nel tempo. Così, se il secondo e il terzo impianto sono interamente produttivi, la prima serra è quella dove ci dedichiamo all’R&D. Quello su cui poi abbiamo focalizzato la nostra attenzione con il passare del tempo è stata la selezione delle varietà in produzione: oggi produciamo baby leaf ed erbe aromatiche di ottima qualità, quindi dalla rucola allo spinacio a foglia piccola, fino al timo e alle varietà più ricercate come l’erba ostrica.

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Esempi di produzione di baby leaf.

Oggi siete un’azienda che è riuscita a conquistarsi anche una certa notorietà. Come ci siete riusciti?

Abbiamo lavorato a 360 gradi: molto bene anche nella comunicazione e abbiamo messo tanta determinazione nel nostro ingresso sul mercato. Solo per fare un esempio, tra i nostri clienti ci sono una serie di ristoranti di qualità che scelgono di utilizzare prodotti sostenibili, e se gli chef che hanno ottenuto stelle Michelin utilizzano i tuoi prodotti questo è un sinonimo di qualità che viene riconosciuto da tutti. In più c’è da dire che proprio la sostenibilità della produzione è un requisito a cui ormai molti clienti sono attenti e che noi possiamo certificare.

Cosa state programmando per il futuro?

In questo momento abbiamo molte strade aperte: dopo aver dimostrato che il nostro modello funziona, ora vogliamo iniziare a scalare. Così entro la fine dell’anno daremo vita a una campagna di equity crowdfunding per arrivare a raccogliere una cifra che ci consenta uno sviluppo su larga scala dell’attività. L’idea è di portare a bordo investitori: abbiamo già avuto contatti e manifestazioni di interesse, ma direi soltanto da poco abbiamo le carte in regola e quindi la possibilità per affacciarci in questo campo.

Poi abbiamo un progetto di e-commerce in rampa di lancio, pensiamo a un prodotto di coltivazione domestico e a impianti che possano dimostrarsi utili per enti pubblici e privati.

Si può dire che avete aperto la strada in Italia su questo genere di attività?

In Italia le cose si stanno muovendo un po’ più lentamente rispetto all’estero, ma nonostante questo stanno nascendo realtà più “giovani” di noi e progetti sempre più ben finanziati: quello delle coltivazioni biologiche fuori suolo oggi è un settore “in boom”, ma in Italia siamo ancora alle fasi iniziali, anche a livello di regolamentazione. Ad ogni modo l’attenzione c’è, e iniziano ad arrivare anche investimenti sostanziosi.

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Perché avete scelto di misuravi proprio con la sostenibilità?

Una scelta di questo tipo non ha una sola ragione. È il risultato di necessità personali, della voglia di creare un’attività propria, di dare più valore e più importanza al rispetto per la natura, e anche di capire quale fosse un settore particolarmente promettente per il futuro. Sulla sostenibilità rispetto al passato stiamo fortunatamente assistendo a un’inversione di tendenza, inizia a essere un elemento qualificante e sul quale si basa la scelta dei consumatori. All’estero, dove in media i giovani hanno più possibilità di spesa, questo fenomeno è ancora più marcato. E non è un caso che questa tendenza si rifletta con estrema chiarezza anche nei goal della Commissione europea per il 2030. Quello che aggiungerei è che raggiungere questi obiettivi è più semplice se si fa uso della tecnologia: l’agricoltura è un settore che non è cambiato per mille anni, e che ora ha bisogno di una massiccia trasformazione digitale, proprio come sta accadendo nel resto dell’economia e della società.

 

Quali sono le difficoltà più grandi che avete incontrato nel vostro percorso?

Il primo che mi sentirei di citare è la lentezza di tutto il sistema che ruota attorno a noi. Siamo un’azienda giovane che in tre anni di attività è arrivata ad avere 5 dipendenti e tanti collaboratori, si lavora tanto, ma il sistema non risponde alla stessa velocità. La difficoltà più grande è che ci siamo sentiti un po’ soli fino a ora, ma nonostante questo siamo riusciti a farci valere fino a ottenere, ad esempio, fondi europei per sviluppare la nostra attività.