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Barbonaggio teatrale, il teatro diventa da asporto

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Ippolito Chiarello, attore e fondatore delle USCA, le Unità Speciali di Continuità Artistica: “L’arte è un servizio, e con questa proposta itinerante siamo noi a raggiungere il nostro pubblico, a proporre cultura nei cortili e nelle strade, nel rispetto del distanziamento”

Il “barbonaggio teatrale” non nasce oggi, ma undici anni fa: gli attori itineranti portano la cultura nelle piazze e nei cortili, in una sorta di delivery dal contenuto innovativo. Con l’emergenza Covid-19 però questo modo di vivere l’arte rafforza il proprio significato: proprio mentre i teatri sono chiusi, gli attori possono continuare a fare il loro mestiere e rimanere a contatto con il loro pubblico - rispettando tutte le regole sul distanziamento - e a far vivere la loro proposta culturale, senza essere costretti al silenzio in un momento difficile dal punto di vista sanitario ma anche sociale. Un modo anche questo per far conoscere alle persone il teatro e avvicinarle, in prospettiva, alle sale.

Ad aver ideato il barbonaggio teatrale è Ippolito Chiarello, che ama definirsi, oltre che attore, anche “agitatore culturale” e “provocatore sociale”, partendo dalle radici della storia del teatro. Quelle in cui una persona che racconta qualcosa senza nessun tipo di supporto, solo, insieme al pubblico che ascolta e partecipa alla performance. Ippolito Chiarello racconta la sua esperienza e la sua idea di dare vita alle Unità Speciali di Continuità Artistica - USCA - che si stanno diffondendo in tutta Italia: “in bici attraverso la città per curare le anime” delle persone provate, ognuna a modo proprio, dall’emergenza provocata dalla pandemia. Il progetto, partito da Lecce, dove Chiarello vive, si è diffuso a macchia di leopardo negli ultimi mesi in tutta Italia.

Ippolito, come nasce l’idea del delivery?

Questo tipo di lavoro e questo pensiero strutturale è parallelo rispetto alla mia attività in teatro. In questo periodo di emergenza mi sono reinventato, perché penso che l’arte sia un servizio, e di questo servizio oggi mi pare ci sia un bisogno particolare. Ho semplicemente pensato che ci fosse bisogno di entrare nella società con una proposta di peso, altrimenti noi attori rimarremmo a cantarcela tra di noi chiusi in casa. Io voglio che il pubblico mi faccia vivere.

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Come si integra questo concetto con il barbonaggio teatrale?

Il barbonaggio teatrale, come dicevamo, affonda le proprie radici in un terreno più lontano nel tempo rispetto all’emergenza dettata dalla pandemia, è un’idea che rimette in moto il pensiero teatrale e che ridurre soltanto al delivery sarebbe una banalizzazione. Con questo proposta ho girato il mondo, sono arrivato fino in Canada, chiamato dalla Simon Fraser University, dove ho fatto un seminario con studenti, nativi americani e barboni della città di Vancouver. Sono stato lì un mese, ho lavorato con loro e alla fine li ho portati tutti in una piazza di Vancouver, dove hanno raccontato la loro storia. Vedere i nativi americani impegnati in questo progetto mi ha reso più felice che fare uno spettacolo in un blasonato teatro italiano. Questo tipo di attività fa parte del mio Dna di artista, dell’attenzione specifica che ritengo dobbiamo avere sul pubblico, sulle persone. Per essere più chiari: io non faccio il delivery perché ne ho bisogno per vivere, ma credo che - e a maggior ragione in questo momento storico - gli artisti non dovrebbero rimanere chiusi nel loro mondo o vivere per avere recensioni o partecipare a festival.

Come crede che il mondo del teatro stia affrontando la pandemia?

È sacrosanto chiedere i ristori o la legittimazione di questo lavoro e delle categorie che sono impegnate nel mondo del teatro, ma allo stesso tempo credo che non possiamo rimanere a casa ad aspettare che il virus se ne vada. Soprattutto non capisco i colleghi che criticano chi, come me, si mette al servizio del pubblico continuando a fare il proprio mestiere. Credo che sia giunto il momento in cui anche l’arte può mobilitarsi e andare in soccorso dell’emergenza sanitaria, curando – passatemi il termine - una parte dei disagi provocati dalla pandemia che in questo momento, per necessità maggiori, sono ovviamente messi in secondo piano. Le Usca sono un modo metaforico per affermare questo principio: una Usca dovrebbe essere formata da un medico, da un infermiere e da un artista, in una rete non burocratica, che ha un senso emergenziale e che getta un seme per il futuro.

Come sta reagendo il pubblico a questa idea?

La cosa che mi ha impressionato è che da un mese e mezzo ho almeno due spettacoli al giorno, e ci sono persone che da ogni parte d’Italia mi chiamano per dirmi che vogliono far parte di questo progetto. A Modena, Torino, Varese si fanno cose simili. Due giovani colleghe di Milano con cui sono in contatto costante e che hanno deciso di replicare il delivery a Milano viaggiano ormai da due mesi al ritmo di due spettacoli al giorno e grazie a questo hanno ripreso a lavorare. C’è stata una grande attenzione verso questa proposta, e ognuno l’ha declinata in modo diverso. Anche le Istituzioni hanno spesso reagito in modo positivo, dando sostegno a queste iniziative, come è successo qui a Lecce, ma anche in Umbria e in Sicilia. Devo dire per onestà che ci sono state anche reazioni negative e particolarmente violente, di persone che hanno gridato allo scandalo dicendo che questo non è teatro. Non so se l’abbiano fatto per paura di perdere i bonus del Governo o per una certa mentalità elitaria che è radicata in certi ambienti: fatto sta che con queste reazioni hanno mostrato una lontananza siderale da uno degli ingredienti più importanti del teatro: il pubblico.

Barbonaggio teatrale

Perché questa proposta itinerante e non una proposta online, in streaming, attraverso la quale avrebbe probabilmente raggiunto più persone?

Quando c’è stato il primo lockdown, dal 9 marzo al 3 aprile ho realizzato un festival di repertorio online, il “barbonaggio teatrale virtuale”. Non erano dirette in streaming, ma contenuti di repertorio pubblicati in rete per informare il pubblico del mio lavoro, utilizzando la gran mole di materiale che avevo accumulato. Ho fatto anche un’iniziativa per i piccoli degenti di un ospedale, “il Piccolo Principe” in sette puntate, con contenuti registrati e montati, uniti a parti di animazione. Quando ho finito, ho cominciato a riflettere su queste esperienze e sono arrivato alla conclusione che se durante quella prima ondata farlo aveva avuto un senso, perché tutti eravamo sorpresi, coinvolti in una triste euforia, ora i tempi sono cambiati.

In che senso?

Di certo questa emergenza ci ha dato la possibilità di conoscere strumenti di innovazione tecnologica che ci possono aiutare in maniera straordinaria, anche nell’arte. Ma, soprattutto nel teatro, c’è una dimensione importante, quella della presenza, perché rimanere limitati allo streaming sarebbe un ossimoro. Ovviamente però, come in tutte le cose, bisogna indagare per bene queste opportunità, per capire qual è il modo di usare il web per aiutare l’arte e il teatro. Di certo sono strumenti fenomenali per fare informazione e formazione sulle attività delle compagnie, e sono importanti per “integrare” le proposte tradizionali, non certo per sostituirle. Detto questo, io sono convinto che sia importante trovare un modo più “sporco” di andare verso il pubblico, il teatro non si può solo mostrare in video. Ad esempio, negli ultimi giorni mi ha chiamato una scuola: la preside mi ha spiegato che i bambini hanno bisogno che succeda qualcosa, perché altrimenti non hanno più stimoli. Così abbiamo organizzato uno spettacolo: io sono arrivato in bicicletta, come un esploratore, e li ho allenati a pensare al viaggio in una performance dal vivo, così si faranno trovare pronti quando finalmente le restrizioni saranno finite.

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In questo tipo di attività quanto conta il rapporto con il territorio?

Il legame con il territorio è esploso ovunque ci siano state iniziative di barbonaggio teatrale. Perché l’artista appartiene al suo territorio, che è il primo campo di battaglia per creare, mostrare e nutrirsi. E il pubblico risponde, le persone mostrano di apprezzare questa operazione, la richiedono, sanno che è un’azione importante e ringraziano per quello che stiamo facendo.

 

Credits foto: Lucia Pagliara