Società

Hackability, soluzioni su misura per la disabilità grazie alla stampa 3D

Scritto da 24 Marzo 2026 • 1 min di lettura
Ettore Benigni

Giornalista specializzato in economia circolare

Dalla coprogettazione con utenti e caregiver alla fabbricazione digitale, il modello sviluppato a Torino è diventato un riferimento per l’accessibilità diffusa

Nata a Torino nel 2014, Hackability ha trasformato un’intuizione in un modello riconosciuto di innovazione sociale: progettare e realizzare soluzioni per la disabilità partendo dai bisogni concreti delle persone, grazie anche all’uso della stampa 3D e della fabbricazione digitale.

Al centro c’è un approccio che mette insieme competenze diverse – utenti, caregiver, designer, tecnici – e che punta su accessibilità, sostenibilità e replicabilità. Dalla nascita quasi informale ai laboratori negli ospedali, fino alle prospettive future legate alla formazione, Carlo Boccazzi Varotto racconta come Hackability abbia costruito un metodo capace di generare impatto reale.

INDICE DEI CONTENUTI

Carlo, sei una delle “memorie storiche” di Hackability. Ci racconti come è nata l’idea e qual è stato il tuo ruolo?

L’idea nasce da una ricerca sulla domotica per persone con disabilità. Entrando nelle loro case, ci siamo accorti che molte persone con disabilità realizzavano autonomamente piccoli oggetti per migliorare la propria autonomia quotidiana. Da un lato c’erano bisogni molto concreti, dall’altro stavano emergendo tecnologie come le stampanti 3D e le schede elettroniche open source. Abbiamo iniziato a far incontrare questi due mondi, in modo informale. I primi progetti hanno dimostrato di funzionare e così nel 2014 abbiamo lanciato il primo evento Hackability. Con pochissime risorse sono arrivate persone da tutta Italia. È stato il segnale che avevamo intercettato qualcosa di importante.

Da lì abbiamo deciso di continuare e strutturarci. Il mio ruolo è sempre stato quello di coordinare operativamente le attività e contribuire a dare forma all’associazione.

Di cosa si occupa Hackability oggi?

Oggi lavoriamo sulla coprogettazione di soluzioni per l’accessibilità, mettendo insieme persone con disabilità, caregiver e professionisti. Non produciamo solo oggetti: lavoriamo soprattutto sul processo.

Questo perché a un certo punto abbiamo capito che il valore non è solo nel singolo oggetto o nel singolo servizio, quanto in quello che succede attorno al tavolo di progettazione. Le persone condividono esperienze, bisogni profondi e costruiscono insieme risposte concrete.

Le soluzioni che progettiamo restano aperte, replicabili e migliorabili: la metodologia “Hackability Thinking” nasce proprio da questa esperienza e definisce come si costruisce un processo efficace di coprogettazione.

Come si è evoluta l’associazione nel tempo e quali traguardi avete raggiunto?

Siamo partiti con una specie di challange, poi siamo passati a tavoli di lavoro sempre più strutturati fino ad arrivare ai laboratori permanenti. Oggi lavoriamo soprattutto in Piemonte, con spazi come InclusiveLab a Torino e laboratori all’interno delle unità spinali piemontesi.

Abbiamo attraversato una fase di espansione nazionale, con diverse sedi, per poi scegliere una struttura più agile. Nel frattempo abbiamo collaborato anche con grandi aziende, portando il nostro approccio in contesti diversi. Un passaggio importante è stato il riconoscimento al Compasso d’Oro, che ha premiato il nostro metodo.

Quali sono stati i progetti più significativi negli ultimi anni?

Le soluzioni che sviluppiamo sono molto diverse tra loro, ma hanno una caratteristica comune: rispondono a bisogni reali e cercano di essere accessibili anche dal punto di vista economico.

Abbiamo progettato, ad esempio, mascherine per piani a induzione che permettono alle persone cieche di orientarsi sui comandi, targhe tattili stampate in 3D a basso costo, oggetti per la riabilitazione, per la scrittura, per la cura personale.

Ci sono anche soluzioni più complesse, come una culla agganciabile alla carrozzina o dispositivi per lo sport e la mobilità. Sono spesso oggetti piccoli, ma in grado di fare una grande differenza. Uno dei nostri obiettivi è ridurre il costo dell’accessibilità, che è ancora una barriera molto forte.

Come l’evoluzione tecnologica ha cambiato il vostro lavoro?

La tecnologia negli ultimi 12 anni è cambiata tantissimo. Oggi è molto più semplice e veloce realizzare oggetti grazie alla stampa 3D e ad altri strumenti, e questo per noi è un vantaggio enorme.

Alcuni ambiti, inoltre, si sono trasformati. Ad esempio, molte soluzioni elettroniche sono state superate dalla diffusione della domotica basata su smartphone e sulle connessioni Wi-Fi domestiche. Ma il punto centrale resta il metodo. Gli strumenti evolvono continuamente, mentre la capacità di mettere insieme le persone e lavorare sui bisogni resta la vera competenza.

Guardiamo al futuro: quali nuove iniziative avete in cantiere?

Negli anni abbiamo costruito strumenti, kit e guide, strutturato moduli dentro corsi e master che permettono ad altri di applicare il nostro metodo. Vorremmo evolvere fino a trasformarci in una fondazione, e lavorare sempre di più sulla formazione. Questo significa trasferire competenze, mantenendo però alta la qualità e i fini della coprogettazione. Abbiamo accumulato molto know-how, sia metodologico sia tecnologico, e il prossimo passo è organizzarlo e condividerlo sempre più. Perché l’impatto cresce davvero quando le pratiche si diffondono.