Il sesto rapporto della Carovana dei ghiacciai di Legambiente restituisce un quadro in cui instabilità geologica, eventi meteorologici intensi e perdita accelerata di massa glaciale ridefiniscono il rapporto tra montagne e comunità umane
La crisi climatica è una forza già all’opera, capace di modificare in profondità i paesaggi montani e i loro equilibri: a evidenziarlo è la sesta edizione del report della Carovana dei Ghiacciai di Legambiente, realizzato con Cipra Italia e la Fondazione Glaciologica Italiana proprio in occasione dell’anno Internazionale dei ghiacciai. I cambiamenti in atto non si limitano all’arretramento del fronte del ghiaccio, ma testimoniano cambiamenti strutturali che rendono i territori alpini sempre più fragili, vulnerabili e instabili.
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Frane, crolli, colate: la montagna che si muove
Nel solo 2025, secondo il report, sono stati documentati 40 eventi franosi in alta quota, concentrati soprattutto nei mesi estivi. Crolli di roccia e colate detritiche hanno ormai una frequenza simile, un dato che segnala l’effetto combinato dell’aumento delle temperature e della degradazione del permafrost. Regioni come Veneto e Valle d’Aosta risultano particolarmente esposte, ma il fenomeno interessa l’intero arco alpino. Sullo sfondo, il bilancio di lungo periodo è ancora più eloquente: dal 2018 al 2025 si contano 671 eventi franosi principali nelle regioni alpine italiane, in un territorio dove oltre 276 mila persone convivono con un rischio idrogeologico elevato.
Eventi estremi sempre più frequenti
A rendere il quadro ancora più complesso contribuisce l’aumento degli eventi meteorologici estremi. Secondo l’Osservatorio Città Clima di Legambiente, nel 2025 se ne contano 154 nelle regioni alpine, in crescita rispetto all’anno precedente. Allagamenti, esondazioni, danni da vento e frane da piogge intense non sono più eccezioni, ma componenti ricorrenti di una nuova normalità climatica. Gli studi citati nel report avvertono che con un aumento di 2°C della temperatura regionale la frequenza di questi eventi potrebbe addirittura raddoppiare, rendendo strutturale una condizione di emergenza.
I ghiacciai simbolo della crisi
La Carovana dei ghiacciai ha attraversato Italia, Svizzera e Germania monitorando alcuni dei ghiacciai più emblematici. Quello dell’Aletsch, il più grande delle Alpi europee, arretra ad esempio in media di 40 metri l’anno e ha già perso una parte significativa del suo spessore. L’Adamello-Mandrone, il più esteso ghiacciaio italiano, mostra un abbassamento di diversi metri anche alle quote più elevate. Sulla Zugspitze, in Germania, i piccoli ghiacciai superstiti sono destinati a ridursi a poche placche residue entro il 2030, mentre il permafrost potrebbe scomparire entro metà secolo. Emblematica resta la valanga di roccia e ghiaccio di Blatten, in Svizzera, che ha mostrato in modo drammatico come il collasso glaciale possa avere conseguenze gravi fino ai fondovalle.
Monitorare per adattarsi
Di fronte a questo scenario, il report insiste su una parola chiave: monitoraggio. Senza dati continui e capillari, la gestione del rischio diventa impossibile. “Le Alpi – spiega Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – sono una delle sentinelle più importanti della crisi climatica in atto in alta quota, e su cui non si può e non si deve abbassare la guardia”. Accanto ai sistemi di osservazione, servono piani di mitigazione e adattamento, un catasto aggiornato dei ghiacciai e una mappatura nazionale del permafrost, strumenti indispensabili per una pianificazione territoriale consapevole.
Dalla conoscenza alla governance
Il sesto rapporto della Carovana dei ghiacciai non si limita alla diagnosi. Propone una visione di governance che intreccia scienza, politiche pubbliche e coinvolgimento delle comunità locali. Il Manifesto europeo per una governance dei ghiacciai e delle risorse connesse va in questa direzione, indicando la necessità di decisioni coraggiose e coordinate. Come ricorda Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente, “Il deterioramento del permafrost ha un impatto significativo sui rischi in quota e, con l’avanzare della crisi climatica, fenomeni simili a quello di Blatten sono destinati a intensificarsi”.
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