Un accordo tra Comune, associazioni e realtà del volontariato introduce soluzioni abitative temporanee e percorsi di accompagnamento sociale per favorire sicurezza, indipendenza e ricostruzione personale dopo l’emergenza
Uscire da una situazione di violenza non significa automaticamente aver raggiunto una condizione di stabilità. Superata la fase di emergenza, molte donne si trovano infatti ad affrontare un passaggio delicato, in cui la mancanza di una casa e di un supporto continuativo rischia di compromettere il percorso di autonomia appena avviato.
È proprio in questo spazio intermedio che si inserisce il nuovo accordo presentato recentemente dal Comune di Vicenza insieme al Lions Club Vicenza Palladio e all’associazione Donna chiama donna, pensato per rafforzare in modo strutturale la rete di accoglienza per le donne vittime di violenza.
Il progetto prevede l’utilizzo di tre alloggi di “sgancio”, destinati all’accoglienza temporanea di donne – anche con figli – che hanno già concluso il periodo di protezione nelle case rifugio ma necessitano ancora di un sostegno abitativo e sociale. Un quarto appartamento resterà invece riservato alle emergenze sociali più complesse.
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Un’alleanza tra pubblico e terzo settore
Gli appartamenti vengono messi a disposizione dal Comune di Vicenza grazie a un accordo di programma con Ater e Regione del Veneto, e saranno affittati per cinque anni rinnovabili, con un canone annuo complessivo di 20 mila euro.
“È un impegno che abbiamo assunto come amministrazione – spiega Matteo Tosetto, assessore alle politiche sociali – per garantire uno spazio abitativo per le donne che escono dal percorso di emergenza ma hanno bisogno di un ulteriore sostegno per partire con un nuovo progetto di vita”.
Accanto al Comune, il Lions Club Vicenza Palladio contribuisce all’arredo degli appartamenti e fornisce un supporto concreto alle beneficiarie, mentre Donna chiama donna, gestore del centro antiviolenza cittadino, assicura un accompagnamento professionale e volontario, anonimo e gratuito, lungo tutto il percorso nella ricostruzione dell’autonomia personale delle donne assistite.
I numeri di un fenomeno strutturale
A restituire la dimensione del fenomeno della violenza contro le donne sul territorio sono i numeri: nel 2024, considerando sia il Centro Antiviolenza di Vicenza sia lo sportello di Arzignano, sono state assistite 466 donne, di cui 266 nuovi ingressi. Le donne con figli minori accolte nelle case rifugio locali sono state in tutto 14, con i costi sostenuti in gran parte dai Comuni e – in parte – rimborsati dalla Regione del Veneto.
La possibilità di disporre di alloggi temporanei ma sicuri è, in questo quadro, un passaggio fondamentale nei percorsi di uscita dalla violenza, anche perché consente di alleggerire la pressione sulle strutture di emergenza e di offrire risposte più adeguate a chi è pronto ad affrontare una fase di maggiore autonomia.
Accoglienza su misura e accompagnamento continuo
L’inserimento negli alloggi avviene su autorizzazione del dirigente dei Servizi sociali del Comune di Vicenza, che tiene conto della valutazione dei servizi territoriali e si coordina con il Centro antiviolenza. Ogni accoglienza, secondo i principi dell’accordo progetto, è basata su un progetto personalizzato condiviso con la donna, pensato per valorizzarne le risorse e accompagnarla verso l’indipendenza abitativa ed economica. Il progetto prevede inoltre la possibilità di accogliere donne provenienti dagli altri Comuni dell’Ambito territoriale sociale.
Il ruolo dell’associazione Donna chiama donna e del Lions Club Palladio, che tra il 2021 e il 2023 erano già stati impegnati nel progetto sperimentale “La casa di Caterina”, sarà quello di continare a garantire attività di ascolto, consulenza, supporto alla genitorialità e, quando necessario, contributi economici per sostenere le spese di accoglienza.
Il tempo per ricominciare
Le donne che accedono agli alloggi, spiega Maria Zatti, presidente dell’associazione Donna chiama donna, “non sono in situazioni di pericolo pesante”, hanno già seguito un percorso di emergenza e mostrano una forte motivazione a rimettersi in gioco. Il periodo di permanenza, compreso tra sei e otto mesi, è concepito come un tempo attivo, in cui il supporto delle operatrici si intreccia con l’impegno personale delle donne nel costruire un progetto di autonomia basato sul lavoro e sulle proprie competenze.
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