Intervista a Tiziana Montalbano, responsabile comunicazione e contenuti di Parole O_Stili
“Il linguaggio e le parole sono il più importante strumento di relazione che possediamo. Attraverso il linguaggio possiamo entrare in connessione o creare barriere, anche insormontabili. È un ponte verso gli altri: possiamo usarlo per far passare ciò che siamo, ma anche ciò che vogliamo”.
A parlare è Tiziana Montalbano, responsabile comunicazione e contenuti di Parole O_Stili, progetto sociale di sensibilizzazione contro la violenza nelle parole fondato a Trieste, nel 2016, da Rosy Russo. Partner del progetto #sempre25novembre di Sorgenia contro la violenza di genere, Parole O_Stili ha coinvolto nel 2023 oltre 80mila studenti in lezioni di sensibilizzazione su questi argomenti. La violenza, spiega Montalbano, non si esaurisce nella sopraffazione fisica: anche il linguaggio è un potenziale veicolo per ferire gli altri, e per questo deve essere utilizzato con consapevolezza.
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Tiziana, quali sono i tipi di violenza che si possono esercitare con il linguaggio?
Sono essenzialmente due. Il primo è “classico” e facilmente riconoscibile, dal momento che fa suonare nel destinatario un campanello d’allarme che non può essere ignorato. Parliamo dell’insulto, dell’aggressione verbale che ci scuote e ci consente di metterci nella condizione di difenderci, di reagire, di cercare aiuto. Ma c’è anche un’altra forma di violenza che è più difficile da individuare: è la microaggressione. Una frase velata, seminascosta, della quale non capiamo il senso immediatamente. E ce ne sono di tutti i tipi: sessiste, ageiste, legate alle persone con disabilità.
Vogliamo fare qualche esempio?
Ma certo, prendiamo il caso in cui a una persona venga detto “Parcheggi bene, per essere una donna”, o quello in cui a un italiano nero venga detto “Complimenti, parli bene l’Italiano”. Sono situazioni basate su stereotipi che feriscono i destinatari, un genere di violenza che a volte non viene riconosciuto immediatamente, ma che a piccole dosi si sedimenta fino a creare nelle vittime uno stato di sofferenza e di disagio, anche quando non si tratta di frasi pronunciate con l’intenzione di offendere. Chi fa microaggressioni non lo fa per forza volontariamente, alle volte si tratta di frasi dette in buona fede.
Come è possibile evitare queste violenze, anche quando sono inconsapevoli?
La prima ricetta è la consapevolezza delle parole. Dobbiamo sapere che i termini che usiamo ci aiutano a descrivere la realtà, e per questo è fondamentale usarli bene, sceglierli con cura, riservando grande attenzione all’altro, alla persona con cui comunichiamo. Si tratta di un lavoro culturale, lento, che richiede tempo e pazienza, perché spesso ci sono da scardinare luoghi comuni sedimentati.
A che punto siamo in questo percorso?
Oggi il processo è molto più attivo rispetto a soltanto a pochi anni fa. L’obiettivo è di arrivare ad adottare il linguaggio inclusivo, di essere empatici, mettendosi nei panni dell’altra persona e avvertendone le sensazioni in reazione alle nostre parole. È vero che l’empatia è spesso una predisposizione innata, ma è anche vero che può essere allenata come un muscolo.
Come è possibile, concretamente, misurare i progressi?
A dimostrare i grandi passi avanti che sono stati fatti negli anni c’è, ad esempio, il linguaggio della disabilità con le sfumature linguistiche utilizzate nel tempo: siamo passati dal dire comunemente “handicappato” a “portatore di handicap”, e poi “diversamente abile”. Sono le evoluzioni di un’attenzione che si percepiva ma che non era matura, e che ha portato oggi a dire “persone con disabilità”. A guidare questi cambiamenti è prima di tutto la centralità delle persone. La scelta delle parole non si esaurisce nella nostra libertà, perché di fronte a noi c’è un’altra persona con cui comunichiamo e che ha le sue necessità. Non è un percorso breve né semplice, ma credo che siamo sulla buona strada.
La scelta delle parole non si esaurisce nella nostra libertà.
Spesso questa attenzione viene confusa con un’accezione negativa del “politically correct”, come se si trattasse di una censura o di una limitazione della libertà. È davvero così?
Quando comunichiamo dovremmo provare a spogliarci dall’egoismo, sapendo che non ci rivolgiamo a noi stessi, ma ad altre persone con cui dovremmo metterci in connessione. Non si tratta di censurarsi, ma di avviare un dialogo, nella piena libertà di scegliere le parole che preferiamo. A volte sembra un compito difficile e scatta un meccanismo di autodifesa, quello di chi si lamenta del fatto che “non si può più dire nulla”. Ma in realtà tutti possono dire ciò che vogliono, c’è solo da stabilire se vogliano realmente entrare in contatto con il loro interlocutore, in un percorso che richiede attenzione, tempo, sforzi, ascolto. Non si tratta di negare la propria identità, ma di essere aperti all’identità degli altri. Il linguaggio inclusivo non è un dovere, ma un gesto di considerazione: ne parleremo anche durante la prossima edizione del nostro festival, che è in programma il 21 e 22 febbraio 2025 a Trieste.
Su cosa si è concentrata Parole O_Stili nell’anno che sta per chiudersi, e che programmi avete per il 2025?
Abbiamo lavorato molto con le scuole, come facciamo dalla fondazione dell’associazione. Tra i progetti che ci hanno dato più soddisfazione c’è stato un percorso in otto tappe, organizzato con il sostegno di una grande azienda del mondo della cura della persona, per decostruire lo stereotipo di genere del calcio al femminile. Siamo andati nelle classi a parlare con i ragazzi e le ragazze delle scuole medie del perché, ad esempio, il calcio venga considerato uno sport che non si addice alle ragazze. Si sono aperti dibattiti molto interessanti, stimolati anche da giochi di ruolo creati per l’occasione. Sulla scia di questo progetto ne abbiamo in programma un secondo, per il 2025, in undici tappe, che stavolta punta a decostruire lo stereotipo delle ragazze che non sarebbero portate per le materie scientifiche, le cosiddette stem (science, technology, engineering and mathematics).
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