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ZYP, la Onlus che "cuce" inclusione sociale

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A colloquio con Giuliano Andreucci, il presidente dell’associazione che finanzia progetti di empowerment femminile attraverso l’attivazione di piccole startup nel campo sartoriale

“Una società per azioni, che, al posto della massimizzazione del profitto, pone al centro della propria azione il conseguimento di obiettivi sociali. I suoi investitori hanno a cuore temi come la riduzione della povertà, l’assistenza sanitaria per i poveri, la giustizia sociale, la sostenibilità globale e che al posto di un puro profitto finanziario ricercano soddisfazioni di natura psicologica, emozionale e spirituale”. Così, l'economista e premio Nobel per la pace Muhammad Yunus, definiva il concetto di imprenditoria sociale. Fare impresa e creare posti di lavoro mantenendo una visione di solidarietà è possibile.

Da questa concezione nasce a Roma nel 2007 ZYP, la catena di franchising solidale dalla parte delle donne e dell’artigianato sartoriale. ZYP ha una duplice volto: quello imprenditoriale e quello solidale. Quest'ultimo lo promuove attraverso l'omonima Onlus, un’organizzazione che favorisce l’inclusione lavorativa di giovani donne nei Paesi in via di sviluppo aiutandole ad avviare una micro-impresa nel settore dell’artigianato e soprattutto della sartoria

In questi anni hanno realizzato oltre 15 progetti che hanno incentivato lo sviluppo dell'imprenditorialità femminile delle donne italiane e del mondo, dal Nepal al Kenya, dal Brasile al Ghana. Ne abbiamo parlato con Giuliano Andreucci, il Presidente di ZYP Onlus e socio di ZYP srl. 

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Giuliano Andreucci, da dove nasce ZYP e qual è la sua mission?

La società è in realtà un format pensato per offrire ai clienti un servizio di qualità ed efficiente nel campo delle riparazioni sartoriali. Per questo motivo, abbiamo pensato a una rete di piccoli negozi “in rosa” che tentano di proteggere l'antica arte della sartoria. Si tratta di un lavoro manuale a cui i giganti del web non riescono ancora ad accedere. Ecco perché continuiamo a incentivare l'imprenditoria femminile, attraverso l’apertura e lo sviluppo di piccole grandi sartorie. Come un vero franchising, abbiamo messo a disposizione tutto il nostro know-how e la nostra consulenza per aiutare giovani sarte a diventare imprenditrici. Il nostro, però, è un franchising solidale, alla cui base risiedono finalità sociali. 

All'atto pratico i negozi, anziché pagare le royalties per avere il nome ZYP, fanno una donazione mensile che va direttamente alla Onlus. Questo le permette di essere completamente autonoma grazie alla rete di franchising e ci permette di ideare e realizzare i progetti di solidarietà. 

 

Come è nata la Onlus e qual è il principale obiettivo?

La Onlus è nata dopo un viaggio in Brasile che mi ha scosso particolarmente, e dopo la lettura di "Il banchiere dei poveri" di Muhammad Yunus. Di fatto, ho chiamato gli altri soci ai quali ho proposto di istituire un’associazione che avesse come obiettivo il finanziamento di progetti di empowerment femminile, attraverso l’attivazione di piccole startup nel campo sartoriale. 

Siamo partiti nel 2008 con un progetto in Nepal, nel distretto di Jhapa. Lì abbiamo donato a donne particolarmente povere una formazione professionale nell'ambito della sartoria. Con il nostro sostegno dodici ragazze sono riuscite ad avviare la loro piccola sartoria.  

 

Oltre le donne, avete un altro target a cui rivolgete il vostro aiuto?                 

Sì, ad esempio abbiamo finanziato percorsi didattici ad hoc e offerto borse di studi, indirizzati a quattro giovani studenti, Jacqueline, Mukatai, AmondiGwada e James, in Kenya e Addis Abeba che hanno potuto conseguire il master in Global Business & Sustainability – Social Entrepreneurship organizzato dall'Università di Nairobi. Gli studenti sono riusciti poi a fondare una loro start up. Delle quattro, l'idea sicuramente da citare è quella di James, che ha ideato “Cocogrow”,  una piccola startup che produce concime alimentare attraverso gli scarti della pianta di cocco. 

Attualmente, abbiamo finanziato un progetto sportivo in Rwanda. Proprio qui è nato il primo team femminile ruandese ciclistico, chiamato “Benediction Girls Club”. Il nostro contributo sta coinvolgendo dieci donne di una piccola comunità della provincia di Nyabihue. 

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Avete progetti in cantiere? 

Abbiamo tantissime idee che vorremmo realizzare. Stiamo per lanciare la campagna di crowdfunding per continuare a finanziare “Benediction Girls Club” di cui ho parlato prima. Vorremmo rafforzare un progetto lanciato lo scorso luglio e che ci ha permesso di formare dodici giovani donne nell'arte del cucire. Si tratta di una scuola sociale di taglio e cucito costruita in una periferia a Nord-Est di Rio de Janeiro. 

Questo progetto, in realtà, è una sorta di spin-off di una piccola sartoria sul modello che abbiamo finanziato sempre a Rio de Janeiro, dal nome ZYP Conserto de Roupas. L’obiettivo era quello di aiutare la sarta Penha Ribeiro a diventare un’imprenditrice di una piccola sartoria nel cuore del quartiere di Ipanema. Quello è stato solo il primo step di una nostra visione più grande. Vogliamo costruire in Brasile una rete imprenditoriale per creare nuove opportunità di lavoro per giovani donne.

Inoltre, abbiamo intenzione di sviluppare progetti sul territorio romano che diano valore al lavoro sartoriale. Vogliamo tutelare, incentivare e tramandare di generazioni in generazioni il Made in Italy. Crediamo che, dietro ogni riparazione sartoriale, ci sia un’idea di sostenibilità e innovazione.