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Vasco Rossi: com’è cambiata la sua poetica in questi vent'anni

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Dal 1999 il Blasco entra nel ventennio dei grandi show e dei numeri da record. Il nostro filosofo del rock inizia anche il suo viaggio introspettivo tra consapevolezza e disillusione, ma mai triste

In occasione del 67esimo compleanno del Kom ho voluto omaggiarlo raccontando l’evoluzione della sua “visione del mondo” negli ultimi 20 anni di carriera. Si tratta del ventennio del Blasco rockstar che inizia a raggiungere milioni di fan e a riempire i più grandi stadi d’Italia. È il periodo in cui Vasco Rossi intraprende un cammino introspettivo che lo porterà al Vasco di oggi. Lo fa riconoscendo la solitudine come connaturata all’uomo e l’inesistenza di un “ente supremo” che regola l’universo, guardando dritto in faccia la realtà per toccarne con mano l’amarezza.

In questi due decenni il Kom abbandona le sue illusioni ma senza farsi sopraffare, perché la disillusione non è rassegnazione, anzi. Si tratta di un cammino verso il superamento dei propri limiti e raggiungimento di una propria verità. 

“Spinoza diceva che chi detiene il potere ha bisogno che le persone siano affette da tristezza. Noi invece siamo qui per portare un po' di gioia!” gridava dal palco il Komandante in apertura dei concerti del 2008.

Ecco, se questo è il senso di Vasco Rossi rockstar, per noi, popolo del Blasco, l’ha raggiunto pienamente. Tantissimi auguri al nostro dispensatore di gioia, che sia “Una splendida giornata”!

 

 

1999: L’ANNO SPARTIACQUE

Il 1999 è l’ anno di Rewind”, terzo album dal vivo di Vasco Rossidopo “Va bene va bene così” del 1984 e “Fronte del Palco” del 1990, registrato l’estate precedente all’Heineken Jammin’ Festival di Imola, davanti a oltre 130 mila spettatori.

Come la ghianda contiene in sé la quercia che può diventare, così Imola ‘98 conteneva già in potenza il live dei live: Modena Park 2017.

La scaletta di “Rewind” parte con “Quanti anni hai”, accompagnata dalla chitarra di Massimo Riva. Per Riva questo sarà il suo ultimo tour (morirà il 31 maggio dello stesso anno). 

Il 1999 è stato l’anno spartiacque. Da qui parte il ventennio del Vasco dei grandi stadi, dei numeri da record e dei sold out. Ma, allo stesso tempo, è l’anno di un Vasco che, dopo aver “viaggiato al termine della notte”, affronta un viaggio dentro l’universo che è in ognuno di noi.

Questo Vasco della consapevolezza, malinconico e disilluso, che si pone domande dalle risposte difficile, era in germe già nel 1989 quando cantava “Liberi liberi”, tradendo un’affinità con Schopenhauer

 

2001: LA SOLITUDINE

Arriva il 2001, l’anno di “Stupido hotel”. Al suo interno c’è il brano “Siamo soli” in cui affronta il tema della solitudine, attraverso slogan filosofici e lo stile essenziale che lo contraddistingue. Alla solitudine si unisce il tema della difficoltà delle relazioni di coppia, abbracciato sin dal primo album “Ma cosa vuoi che sia una canzone” con il brano “La nostra relazione”, poi maturato negli anni successivi con brani epici come “Brava”, “Vivere senza te”, “Senza parole”, “Dillo alla luna” e “Io no”. 

Eh già, da “Siamo solo noi”, manifesto di un’intera generazione, si passa a “Siamo soli”, presa di coscienza del fatto che ognuno di noi porta con sé il proprio bagaglio d’inferno che non può condividere con nessun compagno di viaggio.   

 

2004: NON ESISTE GIUSTO O SBAGLIATO

Con l’arrivo del 2004 è la volta di “Buoni o cattivi”, il quattordicesimo album in studio di Vasco. Con questo disco il filosofo rock ci invita a sospendere il giudizio gli uni con gli altri e a smetterla di dividere il mondo negli opposti.  

“Si può spegnere ogni tanto il cervello. Smettere almeno di usare solo quello”, cantava nell’omonima canzone, perché non sono solo due lati della stessa medaglia, non esiste il giusto e lo sbagliato ma esistono le sfumature, esistono le circostanze e, prima di qualsiasi altra cosa, le persone.

Tanti anni prima cantava “Non sono gli uomini a tradire, ma i loro guai” (canzone inserita nel disco “Vado al massimo” del 1982), ognuno di noi è composto da uno yin e uno yang, un lato chiaro e uno oscuro, e, a differenziare troppo i due aspetti della propria emotività, si rischia di finire come “Il visconte dimezzato” di Calvino.

“Buoni o cattivi” quell’anno ha venduto oltre un milione di copie, trasformandosi nel più grande successo del Blasco, fino a quel momento, secondo solo a “Gli spari Sopra” del 1993. Dietro a quella tuta arancione della copertina del disco, troviamo un Vasco meditativo che gioca con le parole e i doppi sensi in brani come “Señorita”, “Come stai”, “Hai mai”, ma soprattutto troviamo il Vasco di "Un senso".

In questa hit c’è la ricerca di un senso personale da dare alla vita “anche se un senso non ce l’ha”. Con questa sua visione meccanicistica della vita, il nostro Vasco strizza l’occhio a Nietzsche. 

 

2008: IL MONDO CHE VORREI  

Passano altri quattro anni e il disincanto raggiunge l’apice con “Il mondo che vorrei”: Vasco racconta l’impossibilità di fare quello che si vuole e di spingere l’acceleratore, come sognava di fare negli anni ’80 con “Vita spericolata”.

Siamo nel 2008 e Vasco canta “E adesso che tocca a me”, il suo inno al disinganno: “Adesso che non ho più le mie illusioni che cosa me ne frega della verità”. E’ un Vasco che guarda dritta in faccia la realtà e ne tocca con mano l’amarezza, senza edulcorazioni.  

 

2011: UN UOMO NUOVO

Nel 2011 arriva “Vivere o niente”, un trattato di filosofia distillato in gocce preziose come perle rare, lungo i 12 brani da cui è composto.

L’album si apre con “Vivere non è facile”. Qui il Blasco canta “sarebbe molto semplice se almeno avessi un complice con il quale condividere questa avventura inutile”, confermando un concetto espresso nel 1987 in  “Brava Giulia”, nel passo “La vita non è facile, ma a volte basta un complice / e tutto è già più semplice”.

Adesso la vita, secondo il filosofo rock, è un’avventura inutile e lo chiarisce ulteriormente nella seconda traccia dell’album “Manifesto futurista della nuova umanità”. Qui, il Blasco, canta un uomo nuovo, che sostituisce Dio con la scienza e la modernità.

L’uomo di oggi non ha più certezze, non crede più nelle verità della fede ma in quella del Caos, si trova da solo di fronte al cosmo. Insomma, anche questa volta Vasco abbraccia la filosofia di Nietzsche di un “Dio che è morto”.

Se nel 1983 urlava “Portatemi Dio! Gli voglio parlare, gli voglio raccontare di una vita che ho vissuto e che non ho capito”, nel 2011 canta: “Ti prego perdonami se non ho più la fede in te / Ti faccio presente che / È stato difficile / Abituarsi ad una vita sola e senza di te”.

Se non c’è più un Dio che infonde un significato intrinseco a tutte le cose che accadono e che non hanno senso e, se l’alternativa è “Vivere o niente”, il Vasco combattente sceglie sempre la vita.

“Vivere o niente”è l’aut-aut di Kierkegaard: accetti che la realtà sia dura e che l’alternativa è il Niente, il vuoto, la follia. Vivi, cerchi il tuo equilibrio sopra la follia e provi a dare un senso alla vita, anche se un senso non ce l’ha.

Lo stesso tema permea “L’aquilone”. Qui Vasco canta “ci sono delle cose che succedono / ci sono tante cose che non tornano / ci sono delle cose che non "possono" eppure "sono”.

Inserisce un altro elemento: la caducità della vita “non sono per le cose che finiscono / non compatisco quelle che non durano / non sono per le cose che ti lasciano / all‘ improvviso solo”.

 

2014: DISINCANTO NON È RASSEGNAZIONE

Il concetto di indeterminatezza della vita viene portato a compimento in “Dannate nuvole” contenuto nell’album “Sono innocente” del 2014. Qui si evolve la seconda parte del trattato di filosofia di cui sopra e Vasco intona: “Quando mi viene in mente / Che non esiste niente / Solo del fumo / Niente di vero / Niente dura, niente dura / E questo lo sai / Però / Tu non ti arrenderai”.

Disincanto non vuol dire rassegnazione. Vasco canta l’energia e il coraggio di affrontare un futuro labile e indefinito: non si torna indietro, bisogna andare avanti!

L’aveva già detto nel 2004 in “Hai mai” dove i suoi versi raccontavano: “Io non mi voglio arrendere / Non ci sto / Tutto qui / Non ci riuscirò / Ma credo di sì!”.

 

2016: UN MONDO MIGLIORE È POSSIBILE

Dopo la presa di coscienza di una realtà dura che non presenta alternative. Dopo aver trovato il coraggio di accettare la realtà e provare a darle un senso, ecco che dalle Dannate nuvole filtra un raggio di sole e, improvvisamente, tutto è possibile, perfino credere che possa esistere Un mondo migliore! Dal Mondo che vorrei si arriva a Un mondo migliore, Come nelle favole

Vasco con la sua vita ci dimostra che si possono superare i propri limiti, possiamo migliorarci attraverso il continuo cambiamento. Si tratta di un percorso nonstop, difficile quanto essenziale per la nostra evoluzione interiore.   

 

2018-2019: LA VERITÀ DEL BLASCO

Da questo nuovo livello di coscienza il “provocautore” gioca con “La Verità” e ci propone alcuni spunti di riflessione: “la verità fa male: tu sposi la verità o la menzogna? Sai da che parte stai? La verità disturba sempre un po’ qualcosa. Sei sicuro di volerla conoscere? Di poterla sostenere? E se fosse un errore?”. Quel che è certo è che si finisce sempre per sposare una verità, la propria.

Dietro “La Verità” c’è il mito della caverna di Platone: quando osserviamo un oggetto, noi ne percepiamo solo una copia, una semplice rappresentazione mentale del "vero" oggetto della realtà esterna.

Oggi, la verità passa attraverso la TV, i social network, i talk show e l'uomo è prigioniero dell'opinione, perché crede passivamente alle immagini e alle parole virtuali, lontani mille miglia da ciò che è vero.

 

Buon compleanno Kom!

 

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Foto di copertina: Silvia Russo e Vasco Rossi nel 2013