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Un mare di plastica: dobbiamo agire ora

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Rossella Rossi, presidente di Istituto Oikos, presenta il docufilm “2050: Cronache Marine”, realizzato per sensibilizzare contro l’utilizzo dei prodotti monouso: “Cittadini e politica chiamati a un grande sforzo sulla sostenibilità”

Un docufilm distopico, che mostra cosa potrebbe accadere ai mari nel 2050 se il genere umano non riuscirà a mettere un freno all’utilizzo delle plastiche monouso e non si farà carico della responsabilità di proteggere l’ambiente in cui vive. A realizzare “2050: Cronache Marine”, che fa parte del progetto “Life Beyond Plastic” - finanziato dall'Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo - è Istituto Oikos, organizzazione non-profit impegnata in Europa e nei paesi del Sud del mondo nella tutela della biodiversità e per la diffusione di modelli di vita più sostenibili. “Vogliamo contribuire alla riduzione dell’uso delle plastiche monouso - sottolinea Rossella Rossi, presidentessa di Istituto Oikos - Il nostro docufilm è soltanto un elemento di un progetto più ampio. Dopo tante riflessioni interne, l’idea che ci è piaciuta di più è stata quella di proiettare il nostro sguardo al 2050, in uno scenario da ‘post disastro’, per far riflettere sul fatto che siamo ancora in tempo a impedire che quella ‘visione’ possa realizzarsi. Ci è sembrato un modo innovativo e coinvolgente per chiamare le persone a una riflessione e per risvegliare in loro la disponibilità a farsi carico di una parte di questo problema con azioni concrete. Tutti i dati a nostra disposizione infatti ci dicono che la consapevolezza sui temi della sostenibilità sta crescendo, mentre passare all’azione è davvero molto più complesso, e nessuno di noi può ritenersi esente da questo impegno.

Che feedback avete ricevuto dopo la pubblicazione del docufilm?

I dati sono addirittura più incoraggianti di quello che ci saremmo aspettati. Ingaggiamo le persone attraverso il nostro sito o sui social, e abbiamo registrato finora migliaia di contatti in pochi giorni, addirittura prima della effettiva partenza della campagna, che durerà fino alla fine dell’anno e che proporrà questo contenuto sui social per assicurargli una visibilità ancora più alta. Metteremo in campo anche un hashtag, #Missione 2050, attraverso il quale inviteremo le persone a condividere le loro iniziative per la riduzione dell’uso di plastiche monouso: i migliori contenuti saranno poi pubblicati sul nostro sito.


Qual è il motivo della scelta di presentare con questo docufilm un futuro distopico, e soprattutto qual è il messaggio che emerge da questo lavoro?

Di sicuro non abbiamo scelto un modo “classico” per attirare l’attenzione sul problema, ma ci è piaciuta l’idea di sconfinare per una volta nel “surreale”, di presentare un cuoco che in cucina valorizza le microplastiche piuttosto che la stilista che fa le sfilate utilizzando i materiali che normalmente servono per il packaging. È un cambiamento di tono utile anche per suscitare una reazione. La fantasia ci consente di giocare, e anche di non essere pesanti in un momento in cui di motivi di pesantezza ce ne sono già in abbondanza. Abbiamo voluto utilizzare la leggerezza per dire che è ora di iniziare a pensare seriamente al tema della sostenibilità: pensarci oggi vuol dire anche risparmiarci grandi danni dal punto di vista economico, ambientale e sociale, e oggi non possiamo permetterci di trascurare nessuno di questi tre aspetti.

L’impressione è che la sensibilità verso questi temi stia effettivamente crescendo. Basterà l’impegno dei più giovani?

È fondamentale, ma da solo non basterà. Non si può scaricare soltanto sulle persone la responsabilità di cambiare gli stili di vita. Ho una grande fiducia nelle nuove generazioni, ma non dobbiamo dimenticare che c’è bisogno di un impulso che deve venire dalle scelte politiche, le due cose devono procedere di pari passo. Di sicuro le persone devono far arrivare la propria voce a chi prende le decisioni, e la politica anche grazie a questa spinta dovrà scendere in campo con determinazione.

Ovviamente sarà importante anche responsabilizzare i consumatori, rendendo evidente che anche le loro scelte possono contribuire in un senso o nell’altro a cambiare le sorti del pianeta. Questa è ad esempio una delle frontiere più “calde” nel campo alimentare, dove i consumatori stanno lentamente capendo che devono anche essere disposti a spendere qualcosa in più per acquistare cibi più sani e biologici, prodotti in maniera equa e rispettando l’ambiente. Dovremmo prendere in considerazione anche la scelta di mangiare un po’ meno mangiando però meglio. Questa diventa una prospettiva più concreta man mano che iniziamo a toccare sulla nostra pelle il rischio della non sostenibilità delle nostre scelte e del degrado ambientale. D’altra parte c’è da dire che a questo punto correggere la rotta comporta uno sforzo molto grande, e che ad esempio l’Unione Europea sta proponendo politiche importanti e molto valide, come nel caso delle misure di Next Generation Eu, con la previsione di una tassa sulla plastica per raccogliere le risorse da destinare al Recovery fund.

È facile parlare di cambiamenti degli stili di vita quando ci riferiamo al nostro emisfero “ricco”. Ma cosa accade nel Sud del mondo?

Purtroppo i conti del degrado ambientale li pagheranno in misura maggiore proprio le popolazioni del Sud del mondo, dove inizia a esserci la consapevolezza dei cambiamenti climatici, che lì spesso hanno un impatto molto diretto. Le perdite di raccolto e la malnutrizione sono temi estremamente tangibili. Quello che stiamo cercando di fare, ad esempio in Africa, è formare le persone facendo capire loro che il problema esiste e che esistono anche azioni per mitigarlo e adattarsi, dalla promozione delle energie rinnovabili alla riforestazione. Nella nostra attività tocchiamo con mano il fatto che i cambiamenti climatici abbiano un impatto sugli equilibri socioeconomici nel Sud del mondo, causando migrazioni e spesso anche conflitti. I dati che abbiamo a disposizione ci mostrano che dove l’impatto del cambiamento climatico è più forte possono attecchire con più facilità le organizzazioni terroristiche che fanno leva sul radicalismo religioso, e che le persone sono costrette a spostarsi anche a causa di questo.

Guardiamo al futuro. Su cosa state concentrando l’attenzione e quali sono i prossimi passi che Istituto Oikos ha intenzione di compiere?

Adesso abbiamo una campagna sulla sostenibilità nel mondo della moda, realizzata in collaborazione con Mani Tese e altri cinque partner. Ma non abbiamo intenzione di abbandonare il tema della riduzione della plastica. La prima fase di questo progetto finisce a dicembre, ma vogliamo andare avanti. Inoltre siamo impegnati in una campagna europea, una consultazione per l’introduzione di una nuova legge per ridurre l’ingresso in Europa di prodotti che hanno un impatto negativo sul clima e sulle foreste. E poi una parte fondamentale delle nostre attività sono sul campo, sia in Italia che nel Sud del mondo: siamo presenti in Mozambico, Tanzania, Myanmar e Libano, dove abbiamo attività di campo finalizzate alla tutela dell’ambiente e della biodiversità. Siamo convinti che il futuro sia legato a milioni di piccole azioni quotidiane, a partire da come si coltiva e si irriga un campo in un luogo a migliaia di chilometri da noi: per questo è importante essere disposti a sporcarsi le mani giorno per giorno.


Nei giorni scorsi si è celebrata la giornata mondiale dell’alimentazione. Cosa state facendo per sensibilizzare le persone su questo tema?

In Italia abbiamo già fatto campagne di comunicazione per la riduzione del consumo della carne, e nei paesi del sud del mondo dove siamo impegnati proviamo ad arginare una serie di cattive abitudini dovute anche alla povertà, come il consumo di junk food. Proviamo a sensibilizzare gli insegnanti, i bambini e le famiglie sui vantaggi di una corretta alimentazione per la salute individuale e per l’ambiente.