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SpesaSospesa.org, Marco Vitale: “Blockchain al servizio della solidarietà”

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Intervista a Ceo & founder di Foodchain: “Grazie a una piattaforma digitale si crea un punto d’incontro tra chi è in difficoltà e chi può acquistare e donare i prodotti”

“La piattaforma di Regusto rappresenta la fine della catena di Foodchain. Regusto è una piattaforma di incontro tra chi ha bisogno di una determinata derrata alimentare e chi ne ha in eccesso. Consente la completa tracciabilità dei prodotti, dal punto di vista logistico e rispetto alla loro scadenza. Sulla piattaforma di Regusto facciamo incontrare i produttori e la grande distribuzione che hanno dei prodotti in scadenza, e chi dall’altra parte ha bisogno del cibo ma non può permetterselo a prezzi di mercato, ma può acquistarlo a prezzi scontati su questa piattaforma. Adattare questa dinamica all’esperienza di SpesaSospesa è stato naturale, e siamo convinti che possa dare un valore aggiunto a questa iniziativa di solidarietà, avviata per l’emergenza coronavirus ma che potrà andare avanti anche una volta che la pandemia sarà diventata soltanto un ricordo”. Lo dice in un’intervista a SorgeniaUp Marco Vitale, founder e Ceo di Foodchain, la società che ha ideato il sistema per tracciare tramite blockchain i prodotti alimentari, dall’origine fino al consumatore finale.

Vitale, qual è il valore aggiunto che arriva a SpesaSospesa dall’applicazione della blockchain?

Grazie alla piattaforma Regusto, i Comuni che aderiscono all’iniziativa possono utilizzare le donazioni raccolte attraverso charitystars per acquistare i prodotti messi a disposizione a prezzi scontati dalle aziende, o scegliere quelli che arrivano a loro volta da donazioni. La piattaforma nasce per creare un punto d’incontro tra chi per diversi motivi ha produzione in eccesso e chi non può permettersi di acquistare i beni a prezzo pieno, e proprio durante il periodo dell’emergenza ha mostrato su grande scala tutto il suo valore. L’importanza della tracciabilità è sempre un nodo centrale quando si parla di solidarietà, perché offre trasparenza ai cittadini e alle imprese su come vengono utilizzati i fondi, e dall’altra parte assicura che anche i prodotti ad alta deperibilità possano essere venduti almeno per coprire i costi di produzione. Si tratta spesso di alimenti che altrimenti sarebbero andati sprecati.

C’è un esempio che potrebbe rendere più chiara questa dinamica?

Pensiamo ad esempio ai derivati del latte: con un consumo minore durante il lockdown, dovuto alla chiusura di ristoranti e bar, la produzione avrebbe dovuto subire un brusco calo, e questo avrebbe comportato la perdita almeno temporanea del lavoro per un gran numero di addetti. Grazie a Regusto invece, in alcuni casi la produzione in eccesso ha potuto essere destinata a prezzo scontato a chi ne aveva e ne avrà bisogno: è un processo che contribuisce ad aiutare le fasce più deboli della popolazione e anche a salvaguardare posti di lavoro. Tutto rigorosamente tracciato in blockchain, per scoraggiare chi vuole barare o chi possa pensare a operazioni poco trasparenti.

Come nasce Foodchain: qual è la vostra storia?

L’idea mi è venuta durante un viaggio in Australia, nel 2011. A quei tempi si iniziava a parlare di Bitcoin, una moneta virtuale basata su una nuova tecnologia che non era ancora sotto i riflettori, la blockchain. Sono rimasto in Australia tre mesi, e ricordo bene lo stupore che provavo ogni volta che nei negozi mi trovavo di fronte a confezioni di prosciutto cotto che non era effettivamente quello che avrebbe dovuto essere, insieme a una serie di altri articoli spacciati per italiani ma che non avevano nemmeno un’etichetta. Il massimo fu la pizza surgelata presentata come “calabrese” ma che era condita con prosciutto cotto e ananas. In quello stesso periodo esplodeva lo scandalo delle mozzarelle blu dalla Germania, e queste sollecitazioni mi hanno indotto a iniziare a studiare un modo per abbinare la blockchain, che tramite il registro distribuito è sinonimo di trasparenza e tracciabilità, non alle criptovalute ma all’agrifood. Attorno a questa idea ho raccolto l’entusiasmo di diversi soci e compagni di avventura, e nel 2012 siamo partiti.

Qual era la missione che vi eravate dati?

L’obiettivo era trovare un modo per valorizzare i prodotti della nostra terra, e man mano che andavamo avanti nello studio ed entravamo nei dettagli capivamo che attorno a questo obiettivo si poteva costruire una rivoluzione: basti pensare che il giro d’affari della contraffazione alimentare italian sounding (fenomeno consistente nell’uso di parole  immagini, colori, riferimenti geografici, marchi evocativi dell’Italia per promuovere e commercializzare prodotti che in realtà non sono Made in Italy, ndr) causa ogni anno all’Italia perdite per 65 miliardi, e questo vuol dire un minore introito per lo Stato, visto che le aziende italiane senza contraffazione potrebbero esportare di più e mantenere più posti di lavoro. L’idea è stata da subito di valorizzare i comportamenti “virtuosi” di chi rispetta le regole, verso l’estero ma anche verso l’interno del Paese, lungo tutta la filiera che dai campi arriva fino alla tavola, andando anche a creare una sorta di competizione tra le aziende grazie a un metodo di scelta nuovo da parte dei consumatori. Grazie all’applicazione del digitale l’etichetta di un prodotto, inquadrata attraverso lo smartphone, può dare al consumatore la possibilità di adeguare i suoi criteri di acquisto a logiche nuove, che non si fermano al packaging o all’aspetto di un prodotto. E grazie al fatto che la blockchain è un database distribuito, l’etichetta digitale potrà fornire informazioni non soltanto sul prodotto, ma su tutta la filiera, fino al confezionamento e al trasporto. Ad esempio, se a me piace premiare il lavoro dei miei connazionali, posso scegliere un prodotto interamente fatto in Italia, e che utilizza materie prime italiane anche per la confezione, anche se costa 10 centesimi di più, contribuendo a creare indotto all’interno del Paese.

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Spesso si fa l’esempio della pasta…

Una confezione da un chilo può costare sessanta centesimi ma anche due euro. Ma quella che costa di più può darmi la prova che durante tutto il processo di produzione non vengano mai utilizzate sostanze chimiche, e può darmi più garanzie per la salute. Se in un mese si spendono tre euro in più a persona ma si guadagna in salute, credo che in molti considererebbero questa spesa un investimento. Perché è chiaro che mangiare cibo più salutare, che non utilizza materie prime scadenti, senza coloranti e senza polverine è un valore aggiunto fondamentale.

E come è andata dal 2012 a oggi?

I primi anni sono stati difficili. Ci siamo impegnati soltanto nell’attività di ricerca e sviluppo: abbiamo iniziato a fatturare soltanto nel secondo semestre del 2018. Ma da allora nei primi due mesi di ogni anno fatturiamo più di quanto avessimo fatturato nell’intero anno precedente. È accaduto anche in questo 2020, nonostante il coronavirus, grazie a una richiesta esponenziale che ci arriva dalle aziende.

Come si spiega questo “boom”?

Siamo stati facilitati dal fatto che le nuove generazioni, i millennials, sono nati con lo smartphone in mano e sono estremamente curiosi. Le aziende si devono adeguare alle loro richieste se vogliono avere successo: devono vincere il loro scetticismo e assecondare la loro voglia di informazioni attendibili e che non possano essere manomesse. Grazie alla blockchain, chi inserisce un’informazione sa che rimarrà immutabile e deve guardarsi bene dal fatto che possa essere falsa: una informazione falsa esporrebbe quell'azienda a un grave svantaggio verso la concorrenza; i primi “controllori” sono infatti proprio i competitor, che avrebbero tutto l’interesse a denunciare una irregolarità. Ma se quell’informazione in etichetta è vera, genererà un circolo virtuoso verso standard di qualità più alti: vincerà il più bravo, non il più furbo.

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