Sorgenia
cerca
Accedi accedi

A scuola con i social, Maresca: “L’innovazione ci avvicina ai ragazzi”

  1. Home
  2. My generation
  3. A scuola con i social, Maresca: “L’innovazione ci avvicina ai ragazzi”

La docente del liceo Righi di Bologna: “Con l’emergenza Coronavirus c’è più attenzione alle nuove forme di didattica. Ma la sensibilità verso il digitale dovrà rimanere alta anche dopo”

La professoressa Matilde Maresca, che insegna Italiano e Latino al liceo scientifico Righi di Bologna, ha aperto il suo profilo Facebook ormai più di 10 anni fa, e da allora la sua curiosità verso i social e il digitale l’ha spronata a ideare nuove formule per interagire coni suoi studenti. Sul suo profilo Instagram, che utilizza come complemento per le lezioni e che è attivo da due anni, si presenta così: “Sperimento e condivido buone pratiche didattiche”. Questa passione per l’innovazione si è rivelata poi particolarmente utile nelle ultime settimane, con le scuole chiuse per l’emergenza coronavirus, e la necessità di svolgere le lezioni a distanza. Ma era iniziata prima e continuerà dopo, come spiega in questa intervista con SorgeniaUp.

Matilde-Maresca.jpg

Professoressa, come nasce il suo interesse per i social come integrazione alla didattica?

Nasce dal desiderio di mettersi in contatto con i ragazzi e trovare un linguaggio a loro vicino, con il quale si potessero sentire a loro agio nell’esprimersi. Le forme di scrittura e comunicazione che a volte si usano in classe e che appartengono alla didattica tradizionale possono infatti essere percepite dagli studenti come “distanti”. I social oggi sono il modo principale che i giovani usano per comunicare: conoscerli, praticarli e padroneggiarli non è semplice, ma hanno ormai acquisito una grande importanza nella nostra vita relazionale e professionale. Credo che stare acanto ai ragazzi in questo cammino sia fondamentale: le mie buone pratiche non sono soltanto riferite all’integrazione o all’uso dei social come strumenti del mio lavoro, ma a una didattica che cerca di mettere un argine al ruolo accentratore dell’insegnate. I ragazzi sono al centro, artefici e creatori, e l’insegnante diventa una sorta di facilitatore. A volte metto in pratica idee che mi vengono e su cui rifletto a lungo, altre volte sono debitrice di altre esperienze che trovo in Rete. Intanto da Facebook, che mantengo per una serie di contatti consolidati, siamo passati a utilizzare Instagram, dove si trovano davvero gli studenti.

Quali sono le scoperte più interessanti che ha fatto in questa suo viaggio tra gli strumenti didattici innovativi?

In realtà per me non c’è una gerarchia: possiamo utilizzare il debate, o dibattito, la flipped classroom, o classe capovolta, tutte pratiche ormai ben conosciute nel mondo della didattica. Gli strumenti digitali a disposizione sono molti: quizlet, edPuzzle, le learning apps o altri applicativi; mi sentirei di dire che in generale sono tutti validi, e che ogni insegnante ha la possibilità di scegliere quelli che ritiene migliori per i propri obiettivi. Ciò che secondo la mia esperienza è più importante è utilizzarne sempre di nuovi, cambiare spesso. Poi è chiaro che a volte utilizzo il digitale e a volte no: nella didattica, al di là di questo momento di emergenza, cerco di cambiare in continuazione, di variare la tipologia degli strumenti per stimolare gli studenti. Ma sarebbe perdente in principio basare la didattica soltanto su strumenti digitali o soltanto sulle lezioni frontali in classe.

Che feedback ha ricevuto dai suoi studenti e dalle loro famiglie?

Il feedback mi sembra positivo. In questa fase di emergenza dovuta al Coronavirus abbiamo organizzato incontri online anche con le famiglie, momenti positivi di racconto. I genitori stanno apprezzando il lavoro che facciamo, ci ringraziano per le esperienze nuove che mettiamo in campo, dalle videoricette alle letture, utilizzando le storie di Instagram. Quanto alla didattica fuori dal momento dell’emergenza, quindi prima che si verificasse l’allarme coronavirus e si chiudessero le scuole, c’è un passaggio obbligato, che è una fase iniziale di adattamento. Più si inizia presto, ad esempio con ragazzi della prima, e più la transizione è rapida. Certo, in passato ho avuto studenti e genitori che hanno dimostrato una maggiore rigidità nell’accogliere queste innovazioni, ma si tratta di un atteggiamento che spesso è dovuto a semplici pregiudizi, alla logica del “s’è sempre fatto in un altro modo”. Ma di sicuro man mano che i docenti impareranno a parlare la stessa lingua andrà sempre meglio.

E dai colleghi che reazioni ha registrato?

In questo momento molti stanno mostrando un grande interesse. Se penso al prima del coronavirus la situazione era forse più variegata, alcuni erano più portati per le innovazioni, altri semplicemente non se la sentivano di mettere in discussione metodi consolidati. E non sempre si tratta di una questione generazionale, perché io ho 51 anni e non posso essere considerata giovane. È una questione di approccio: si può trovare grande apertura da colleghi meno giovani, e chiusura da colleghi 30enni. La chiave è la voglia di mettersi in discussione, di sentirsi interpellati dal presente.

Che consiglio si sente di dare ai suoi colleghi e ai ragazzi che stanno affrontando le difficoltà di questo momento di emergenza dovuta al coronavirus?

Arrivati alla quinta settimana dalla chiusura delle scuole ai miei colleghi mi sento di dire in tutta umiltà che mi auguro che non ci sia più nessuno che non abbia visto in faccia i propri studenti. Guardarsi in faccia, anche in videoconferenza, è il punto di partenza per iniziare a ricostruire una didattica, che si tratti di una videochiamata o di una lezione in diretta. Certo, ci sono le e-mail, i compiti sul registro, ma un contatto visivo è determinante. Mi sento di consigliare di trovare il modo di stare insieme inventando attività che coinvolgano tutti, non basta un insegnate che parla e gli studenti che ascoltano in silenzio, perché non ci sarebbe scambio. Bisogna essere coraggiosi, sperimentare e lasciarsi guidare dai ragazzi, sentire anche da loro cosa avrebbero voglia di fare.

E ai ragazzi?

Ai ragazzi darei lo stesso consiglio, ma ribaltato: se c’è qualcosa che avete voglia di dire ai vostri insegnanti fatelo liberamente, perché potete essere uno stimolo e aiutarli a dare il meglio di sé. E poi è importante organizzarsi in questo momento di emergenza dando una regolarità alla propria vita da studenti. Quindi alzarsi a orari regolari, vestirsi, farsi trovare ordinati, stabilire una tabella oraria per i giorni in cui non sono previste attività di didattica sincrona. E al di fuori dallo studio avere momenti di svago che possibilmente non prevedano lo schermo, con giochi in casa che coinvolgano anche il resto della famiglia. Tutti noi in questo periodo stiamo sperimentando una forma di convivenza a cui non eravamo più abituati, e in questo quadro giocare insieme è fondamentale. Infine un consiglio: non dimentichiamo che esistono anche i libri di carta, riscopriamoli.

Speriamo tutti che questo periodo difficile finisca presto. Volendo guardare il lato positivo, quali eredità lascerà al mondo della scuola?

Mi auguro innanzitutto che il Paese esca presto dall’emergenza, e spero che una conseguenza positiva possa essere l’approccio fiducioso e positivo nei confronti del digitale che si registra in questi giorni, e che prima non era così diffuso. È importante che il digitale venga considerato anche in futuro come un’opportunità. In questo periodo tutti, insegnanti e studenti, stiamo acquisendo per necessità delle nuove competenze, che sarà importante valorizzare. Spero anche che la “classe capovolta”, che prevede una pre-didattica che si svolge attraverso video o presentazioni audio prima di entrare in aula, possa essere più condivisa, per arrivare ad avere più interazione nelle classi e meno lezioni frontali. Ma c’è anche qualche preoccupazione: ho il timore che in questo periodo tanti ragazzi abbiano la tentazione di ritirarsi nella loro comfort zone, stando bene da soli e perdendo l’abitudine ad affrontare le sfide quotidiane dello stare in comunità. È invece importante saper stare insieme, in Rete così come nel contatto diretto con gli altri, e per questo mi auguro che potremo tornare presto nelle nostre aule reali.

Come nasce la sua collaborazione con Parole O_Stili e qual è il valore aggiunto che può venire da iniziative di questo genere?

Ho conosciuto Parole O_Stili in rete, come tutti, e poi ho avuto il piacere di conoscere personalmente Rosy Russo con cui è nata una bell'amicizia. 

Questo incontro ha dato il via anche alla nostra collaborazione, perché trovo che il manifesto della comunicazione non ostile sia la “costituzione” per chiunque viva in rete. Ci consegna 10 principi che è bene avere davanti quando comunichiamo online e quando leggiamo contenuti in rete: ci dà uno strumento in più per decodificare i messaggi, per essere attenti e non precipitosi nel nostro approccio, e per usare il modo giusto di comunicare nel rispetto degli altri.