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“Pragmatismo e volontà di cambiare il mondo. Nulla è impossibile”

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A colloquio con Luca Alberto Lo Presti, fondatore di Pangea, la Onlus che da anni opera per lo sviluppo sociale ed economico delle donne

di Elena Angiargiu 

Forza di volontà e desiderio di cambiare il mondo, per le donne e con le donne. Nei progetti di Pangea ci sono i diritti e le storie di tante donne che sono riuscite a uscire dalla povertà e dalla violenza, diventando imprenditrici autonome e fiduciose verso il futuro. Dalle parole di Luca Alberto Lo Presti, fondatore e presidente della Fondazione Pangea Onlus, emerge tutto l’entusiasmo ma anche la speranza per tante idee da cui nascono progetti fondati su un’economia sana e tecniche pratiche, che portano sviluppo, pace e benessere alle donne e alle comunità in cui vivono.

Pangea investe sulle donne attraverso programmi di microcredito, capaci di farle guadagnare anche in autostima. Dal 2003 in Afghanistan, dal 2005 in India e dal 2008 in Italia, operano con progetti di accesso al credito, mentre in Colombia è stato appena attivato un progetto di contrasto della violenza domestica di donne e bambini. Da poco è nata REAMA (Rete per l’Empowerment e l’Auto-Mutuo-Aiuto), un grande progetto di empowerment femminile, che mette in comune esperienze e competenze, a fianco delle donne vittime di violenza.

 

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Presidente Lo Presti, come e perché nasce la Fondazione Pangea? 

Pangea nasce per un moto ad agire anziché stare a guardare. Siamo partiti nel 2002 con uno spirito un po’ improvvisato e avventuriero: ho deciso di lasciare il mio lavoro come dentista e fondare questa realtà che avevo all’inizio solo immaginato, non sapendo nemmeno che nome darle. È stata mia sorella, geologa, a suggerirmi di chiamarla Pangea. Oggi la Fondazione si è strutturata e aiuta oltre 65.000 donne nel mondo attraverso l’applicazione di sistemi molto pratici, per dimostrare che se si vuole migliorare la condizione delle persone nel mondo, a partire dalle donne, lo si può fare. 

 

Quali valori guidano l’operato di Pangea?

Vogliamo riuscire a condividere la fortuna di essere nati dalla parte ‘giusta’ del mondo. Pangea ha voglia di dimostrare che si può cambiare il mondo. Lo spirito della Fondazione è riuscire a far capire, attraverso le buone pratiche, che è solo una questione di volontà. Non esiste l’impossibile, al massimo esiste l’altamente improbabile. È davvero possibile costruire un modo di pace, abbattere le barriere di genere tra uomo e donna, vivere tutti serenamente, ma è altamente improbabile che lo si voglia fare. 

Pangea si basa sul pragmatismo: avere un ideale da realizzare non è da idealisti, nell’accezione negativa data comunemente a questa parola. È possibile, ma bisogna volerlo. Crediamo molto nello sviluppo economico delle donne.

 

Quanto è importante sostenere le donne nel loro cammino di rinascita sociale ed economica? 

C’è una parola molto bella, empowerment, è un processo di emancipazione che viene da sé. Non è una forma di accompagnamento, mano nella mano, ma significa mettere degli strumenti a disposizione delle donne affinché il loro percorso di emancipazione possa avvenire, facendo valere la loro volontà di autoemanciparsi perché serve proprio una spinta interiore per uscire da un problema.

Alla base dell’empowerment c’è la costruzione di un futuro con un’economia stabile, che genera una carica di autostima notevolissima per le donne che si rendono autonome e possono sostenere le proprie famiglie. Per rendere possibile tutto questo, applichiamo il processo del microcredito.

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Come funziona questo percorso?

Il microcredito è un percorso ciclico. In Afghanistan, ad esempio, le donne vengono suddivise in  gruppi, una leader riporta le problematiche al Programme Officer di Pangea che le segue costantemente in questo processo ed eroga loro il prestito. Il tasso di insolvenza è bassissimo, abbiamo quasi la totalità della restituzione. Il denaro recuperato dal prestito viene reinvestito in nuovi prestiti: il progetto si autosostiene.

Sono le donne stesse che, restituendo qualcosa di più di quanto hanno ricevuto, danno l’opportunità ad altre di ricevere un prestito. Così imparano a risparmiare, e questo è molto importante perché è legato al concetto di fiducia e di futuro, che in zone di estrema povertà o di guerra, è spesso limitato all’oggi. In Afghanistan, oggi, quasi tutte le donne possono ricevere un prestito bancario e sono titolari di un conto, mentre prima non potevano nemmeno entrare in una banca. Questo è motivo di grande soddisfazione.

Quando diamo indietro alle donne una parte del denaro è “una grande festa”. Chiediamo loro di investire quei risparmi, che integriamo con un piccolo prestito e andiamo avanti così. Le donne cominciano a credere in se stesse, innescando un processo irrefrenabile di autostima, vita e pace.

 

Il processo è uguale in tutti i Paesi in cui operate?

No, in India, ad esempio, funziona diversamente. Lì offriamo prestiti di gruppo. Dai gruppi si è passati ai “cluster”, poi alle cooperative. Alla fine sono nate tre banche rurali, curate da donne. Solo le donne hanno accesso alle banche rurali, perciò hanno in mano la chiave economica e il rispetto all’interno delle comunità e dei villaggi è decisamente superiore perché hanno accesso al credito, a differenza degli uomini. 

Pangea controlla che l’eticità del progetto rimanga e, con soddisfazione, possiamo dire che è così: c’è un notevole profitto, ma non c’è speculazione. Applicando un sistema finanziario pragmatico, che dà i soldi alle donne, capaci di sviluppare progetti e di farli “rendere”.

 

Quali altri programmi mettete in campo a sostegno delle donne?

Pangea parte dall’indipendenza economica delle donne perché da lì si arriva alla loro affermazione nella comunità di appartenenza. A Kabul, abbiamo attivato quattro scuole di formazione per parrucchiere: quando le donne si diplomano, ricevono un prestito e possono aprire un loro salone.

Con grande soddisfazione, abbiamo avviato corsi di formazione-lavoro di sartoria, gioielleria, meccanica e panificazione. Tra i tanti progetti messi in campo, Pangea si occupa anche di tutte le problematiche e gli abusi subiti dalle donne in zone di conflitto attraverso un programma sulla risoluzione 1325 su “Donne, Pace e Sicurezza”. E ancora, a settembre del 2018 è nata REAMA. Si tratta di un esempio di network, in cui vogliamo mettere dentro solo le competenze, con l’obiettivo di cambiare davvero le cose. 

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Ci spiega meglio in che modo riuscite, con REAMA, a “fare rete”?

L’unione fa la forza. Questo network è un progetto molto ambizioso, sostenuto economicamente dalla Fondazione Just Italia e si avvale di una rete di professioniste, avvocati, psicologici ma anche giudici, per sostenere le donne che hanno bisogno di aiuto. Partiremo presto con la formazione sulla Convenzione di Istanbul in tutti i Centri Antiviolenza di Italia e anche con le Forze dell’Ordine. 

 

Tra le attività che Pangea ha portato avanti in questi anni, vuole raccontarcene una di cui va particolarmente fiero e perché? 

Sono legato a tutte le storie, mi sembra di conoscerle tutte e se me ne perdo qualcuna ci resto un po’ male. La storia di Laila è la più bella. È stata la prima beneficiaria del progetto Jamila, avviato a Kabul nel 2003. Viveva una situazione di povertà e miseria assoluta, senza una casa vera e propria e con dei figli piccoli. Pangea le ha offerto l’opportunità di accedere al programma di microcredito, avvertendola dei pericoli che avrebbe corso in un Paese che non riconosceva legalmente le donne. Lei accettò dicendo: “Sono già morta, di cosa dovrei avere paura? Questa è un’occasione per tornare a vivere”. 

Laila, grazie al prestito, è riuscita ad aprire una panetteria, offrendo anche un servizio di catering per gli espatriati, poi è diventata talmente brava che è entrata in Pangea come responsabile dei gruppi. Lavora ancora oggi per la nostra Fondazione, ha comprato una bella casa, i suoi figli sono cresciuti e frequentano l’Università, e anche la figlia maggiore lavora con noi occupandosi di finanza. 

Laila è un simbolo, è la dimostrazione che nulla è impossibile. 

 

Secondo lei, cosa bisogna fare ancora per tutelare di più i diritti delle donne e aumentare la consapevolezza sul tema della violenza di genere? 

È tutto scritto nella Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa il 7 aprile 2011, ndr). Non c’è niente da inventare: nella Convenzione ci sono semplici, precise ricette che anche l’Italia ha sottoscritto insieme a tanti altri Paesi del mondo. Basterebbe applicarla e REAMA si sforzerà di farla applicare.

Certo, i processi culturali sono fondamentali, si dovrebbe lavorare di più in questa direzione, ad esempio nelle scuole. Oltre alle buone pratiche scritte nella Convenzione, bisogna partire dal rispetto reciproco, dal recupero della capacità critica e dal buon esempio, anche in famiglia, per arrivare a un’emancipazione verso la parità di genere. E devono essere le donne, per prime, a credere nei loro diritti.