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Luisa Rizzitelli: “Nello sport non possono abitare abusi e discriminazioni di genere”

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La presidente di Assist, associazione che sostiene i diritti delle atlete: “Dal 2000 soltanto piccoli passi, come il fondo del Governo per la maternità. Ma senza parità si rischia di non fare abbastanza per contrastare le violenze e il gender gap”

Quella contro gli abusi e le discriminazioni ai danni delle donne nello sport, che si tratti di atlete o di persone che a vario titolo lavorano in questo contesto, è una battaglia che viene da lontano, e che a piccoli passi sta iniziando a ottenere risultati tangibili verso la fine del gender Gap. Un percorso che si basa su un dialogo sempre aperto e paziente con le istituzioni, e su un’opera costante di sensibilizzazione verso gli addetti ai lavori e l’opinione pubblica. Tra i protagonisti di questa sfida c’è Assist, l’associazione nazionale atlete, nata nel 2000 proprio con l’obiettivo di tutelare e rappresentare i diritti collettivi delle atlete di tutte le discipline sportive a livello agonistico, e degli operatori e operatrici del settore, come allenatori, manager sportivi, professionisti della comunicazione. La presidente e co-founder di Assist, che è composta di volontari e non opera a fini di lucro, è Luisa Rizzitelli, ex pallavolista, oggi giornalista e docente di politiche di genere, indicata da Forbes Italia tra le 100 donne di successo 2020 e vincitrice nel 2003 del premio Marisa Bellisario proprio per il suo impegno per i diritti delle donne nello sport. In questa intervista racconta le questioni aperte e i progetti per il futuro di Assist, anche nel campo della lotta agli abusi e alla violenza sulle donne.

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Luisa, come sono cambiate negli ultimi 20 anni le discriminazioni di genere nei confronti delle atlete?

Il più grande cambiamento è avvenuto a livello di percezione, quindi culturale e politico. Per noi riuscire a dare visibilità a questi temi è stata una fatica enorme, perché all’inizio non faceva comodo a nessun operatore del settore parlare del dilettantismo forzato delle atlete, della mancata tutela della maternità, del fatto che non venissero loro riconosciuti diritti elementari per qualunque lavoratore. Dal 2000, quando è nata Assist, questi problemi non sono stati ancora risolti, abbiamo avuto soltanto timidi segnali di cambiamento. Per questo non molliamo, e continuiamo a lavorare insieme agli uomini, senza escluderli dalla nostra battaglia, anzi considerandoli una parte molto importante del percorso verso il cambiamento.

Quanta strada è stata fatta e quanta ce ne è ancora da fare?

Tra i risultati più importanti che abbiamo contribuito a ottenere finora c’è l’inserimento della tutela della maternità nei principi fondamentali del Coni nel 2007. Combattiamo contro le clausole anti-maternità nei contratti, che sono le stesse che ho subìto da pallavolista professionista in 16 anni di carriera: si tratta di vincoli che interpretano la maternità come una causa di rescissione unilaterale del contratto. Abbiamo inoltre ottenuto che le federazioni e il Coni dessero indicazioni sulla parità dei premi per le competizioni internazionali e nazionali, e per le borse di studio che vengono date alle atlete azzurre. Non ci siamo ancora riuscite completamente, ma diciamo che è stata imboccata la strada giusta, che ha portato a uniformare i premi olimpici e per i campionati mondiali.

Dal 25 novembre sarà attivo il progetto Save, “Sport abuse and violence elimination”. In che consiste?

Nasce dalla volontà di aiutare le donne ad avere forza e coraggio contro le discriminazioni e le violenze che subiscono durante l’attività sportiva. In partnership con Differenza Donna Onlus, che è anche l’attuale gestore del 1522, siamo impegnate a fare sensibilizzazione e anche a prendere in carico e accogliere chi ha bisogno di aiuto. Siamo impegnate a cercare un partner che ci aiuti a realizzare la campagna nazionale di comunicazione, dal momento che siamo soltanto volontari accaniti e testardi ma con pochi mezzi economici. L’obiettivo è fare sensibilizzazione su questi temi nelle associazioni sportive e nelle scuole, grazie anche a testimonial di grande visibilità come Antonella Bellutti, due volte campionessa olimpica nel ciclismo su pista, Josefa Idem, pluricampionessa mondiale e olimpica nel K1 di canottaggio, e Martina Caironi, campionessa paralimpica ai giochi di Londra 2012 nei 100m piani e oro ai mondiali paralimpici di Lione 2013 ancora nei 110 metri piani e nel salto in lungo.

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Quello degli abusi e delle violenze verso le atlete è un problema a cui le più giovani sono più esposte, ma che non risparmia le professioniste, come è accaduto per esempio alle ginnaste della nazionale statunitense con lo scandalo esploso pubblicamente nel 2016. Per evitare che situazioni del genere possano ripetersi abbiamo deciso di impegnarci in tre direzioni: offrire assistenza concreta, fare sensibilizzazione, e costruire nel tempo un osservatorio che sia in grado di monitorare questo fenomeno e restituirne al pubblico le dimensioni, perché oggi non esistono numeri “ufficiali”.

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Una delle principali battaglie che siete riuscite a vincere è stata quella per l’istituzione del fondo maternità per le atlete. Ci spiega l’importanza di questa sfida e ci racconta come siete riuscite a creare sensibilità attorno a questo tema?

È stato il risultato di anni di battaglie in cui il nostro obiettivo è stato far capire che le donne dello sport, dalla prima all’ultima, dovrebbero poter accedere a una legge dello Stato, la 91 del 1981, che regola la figura dei lavoratori sportivi. La legge però dice anche che a decidere quali discipline possono accedere a questa norma sono esclusivamente il Coni e le Federazioni. E a oggi soltanto 4 Federazioni hanno recepito la legge, e soltanto per gli uomini. Così se un giocatore di serie A1 di Basket è un professionista, la giocatrice è invece ancora una dilettante. Questo vuol dire che i contratti sono scritture private, che fanno delle atlete delle lavoratrici invisibili. Lo abbiamo denunciato con tanta forza che alla fine siamo stati almeno in parte ascoltati con la nascita di questo fondo, istituito dal Governo, che prevede mille euro al mese per dieci mesi da destinare alle atlete in gravidanza. Certo, non è la soluzione al problema, ma è un primo passo, propedeutico a un cambiamento che deve portare a eliminare le discriminazioni di genere per tutte le atlete e gli atleti che facciano dello sport la propria professione. Perché nell’attuale dinamica di lavoro sommerso e regole antiche si crea purtroppo anche lo spazio per la scarsa prevenzione rispetto alle molestie e agli abusi.

Come nasce l’idea di dare vita a “Run4Women”, un team di runner per raccogliere fondi da destinare a iniziative di solidarietà?

Con questa iniziativa abbiamo voluto dare un messaggio culturale. L’emergenza Covid-19 ci ha un po’ bloccato, ma partiremo con una “virtual race” di 5 km e una di 10 km. L’idea è di dare vita a un team che porti il messaggio dei diritti delle donne, che metta insieme atleti professionisti e amatori: doneremo i proventi delle quote di iscrizione non soltanto per la causa della nostra associazione, ma per tutte quelle per cui vale la pena di mobilitarsi, coinvolgendo le associazioni più disparate. Il messaggio è che dobbiamo imparare a metterci insieme e a fare gioco di squadra per le giuste cause, verso le quali tutti dovremmo imparare a dare qualcosa. Nel caso della virtual race, così, i beneficiari saranno l’associazione dei volontari del Naso Rosso di Bologna, impegnati nella clownterapia negli ospedali.

Cosa ha significato il lockdown per il mondo delle atlete, che difficoltà sono nate da questa emergenza sanitaria?

Si sono creati essenzialmente due ordini di problemi: la sofferenza delle associazioni sportive, che sono fatte da lavoratrici e lavoratori sommersi, che non hanno un’adeguata collocazione giuridica di tutele. E per quanto riguarda le atlete in generale anche qui una grande esposizione rispetto ai danni del Covid-19. Non avendo un inquadramento da professioniste, ad esempio nel calcio, se qualcuna di queste ragazze avrà dei postumi dall’aver contratto il virus non è previsto che per loro ci sia un risarcimento. Siamo nell’assurda situazione che pur lavorando da professioniste, siano esposte agli stessi rischi degli sciatori della domenica.

Quali sono i progetti di assist per il futuro?

La nostra intenzione principale è di sostenere il lavoro del ministro dello Sport e dell’Unar, ufficio anti-discriminazioni della Presidenza del Consiglio dei ministri, contro le discriminazioni di genere nello sport. Vorremmo creare un tavolo permanente coinvolgendo le realtà sportive e le istituzionali sul tema delle molestie e degli abusi. E abbiamo intenzione, con campagne di comunicazione, di far capire che lo sport è una ricchezza straordinaria per il Paese, dove non possono abitare discriminazioni. Sarà possibile anche grazie alle grandi atlete che ci sostengono, come Patrizia Panico e Manù Benelli, che sono state due stelle rispettivamente del calcio e della pallavolo femminile.