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“La più grande alleata della violenza è la solitudine”

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A colloquio con la Dott.ssa Vittoria Doretti, ideatrice del Codice Rosa, il protocollo di accesso di cura al Pronto Soccorso dedicato alle donne vittime di violenza

Chiacchierando con la Dott.ssa Vittoria Doretti si viene quasi travolti dalla carica di passione che la muove. Le sue parole fanno toccare con mano l’energia che mette nelle cose che fa e quelle che ha scelto di realizzare come medico e, soprattutto, come donna. La sintesi tra la professionalità e la sua esperienza l’hanno portata all’ideazione del Codice Rosa. Ovvero quello che da progetto pilota è ora un protocollo di accesso al Pronto Soccorso che assicura alle vittime di violenza di genere una presa in carico attenta e rispettosa nel percorso di assistenza in ospedale. All’interno di queste pareti protette, dove vengono rispettati tempi e privacy della vittima, la donna viene accolta e accompagnata.

Da “un’intuizione folle”, che la Doretti e il suo team hanno avuto nel 2008, si è passati alla creazione di una rete stabile o, come lo definisce la Dott.ssa, “un grande atto di umiltà”. Alcune delle caratteristiche del progetto pilota Codice Rosa sono inserite in una legge di Stato che oggi prevede che in tutti i pronto soccorso d’Italia vengano rispettate determinate linee guida.

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Dott.ssa Doretti cosa è il Codice Rosa e come funziona?

Il Codice Rosa è un percorso di accesso al Pronto Soccorso riservato alle vittime di violenza che deve operare in profonda sinergia con altri enti e istituzioni e in particolare con i Centri Antiviolenza. Quando è rivolto a donne che subiscono violenza di genere si parla del "Percorso per le donne che subiscono violenza" cd. Percorso Donna, mentre per le vittime di violenza causata da vulnerabilità o discriminazione è il c.d. Percorso per le vittime di crimini d'odio.

Alle Donne che in pronto soccorso accedono al percorso viene garantito anzitutto uno spazio riservato, più tranquillo di quanto sia normalmente un Pronto Soccorso, che spesso è un luogo molto rumoroso, anche caotico e violento in certe situazioni. Hanno accesso, inoltre, in tempi molto rapidi (entro 20 minuti, ndr) a un’assistenza completa.

 

Perché la necessità di un luogo altro, rispetto a una sala d’aspetto di pronto soccorso?

Perché sicuramente non è il luogo più adatto per affrontare e supportare una donna vittima di violenza di genere in cui le ferite non sono solo fisiche. Va tutelata al massimo la riservatezza e la sicurezza della Donna, nel rispetto dei sui tempi e delle sue decisioni, evitando possibili fenomeni di ulteriore vittimizzazione, da parte di operatori o estranei, da uno sguardo o una parola sbagliata. Con la Rete Codice Rosa si cerca di rendere migliore questo percorso a iniziare da un luogo dedicato. 

 

Qual è la particolarità di questo luogo?

La particolarità è che è assolutamente anonimo. Solo gli addetti ai lavori sanno cos’è e serve a creare intorno alla donna il minor stress possibile. Ci siamo imposti che non fosse più la donna a girare nei vari reparti dell’ospedale, ma abbiamo deciso che fossero i professionisti ad andarle incontro.

 

Qual è la genesi del codice per le vittime di violenza?

Io e il mio team ci eravamo resi conto che i numeri che registravamo al Pronto Soccorso erano molto diversi rispetto a quelli della procura e dei centri anti violenza della provincia.  Ad esempio noi avevamo registrato due casi di violenza sessuale in tre anni contro i 60 di denunce che registrava la procura di media all’anno e oltre 200 accessi l’anno nel Centro antiviolenza della provincia

Capisce che il contrasto tra questi dati era fortissimo. Non bastava ciò che facevamo anche se in linea con le procedure mediche. Dovevamo cambiare approccio e metodo e farlo insieme a tutti gli altri enti e istituzioni della Rete antiviolenza in primis con i Centri Antiviolenza.

 

E come avete reagito?

Da quella intuizione nacque una task force che si contaminava di diverse professionalità. La simbiosi perfetta tra operatori della sanità, le forze dell’ordine e soprattutto le operatrici dei centri anti violenza. Ci siamo messi a tavolino e siamo ripartiti insieme, con una revisione continua delle procedure ma soprattutto in una crescita culturale che ha investito tanti operatori a vari livelli del sistema sanità.

Fino a quel primo gennaio del 2010 a Grosseto in cui abbiamo iniziato il progetto Codice Rosa. Quella stessa notte di Capodanno abbiamo avuto il primo caso importante di violenza sessuale di una donna in gravidanza e del suo bambino piccolo sottoposto a maltrattamenti.

 

Cosa è successo dopo quel primo gennaio.

Una svolta di vita cha ci ha stravolti. Nel solo mese di gennaio abbiamo avuto oltre 20 codici rosa. il I anno nella provincia di Grosseto in Pronto soccorso abbiamo seguito oltre 300 codici rosa,  Il secondo anno (facendo tanta  formazione insieme ai CAV, FFOO e procura) abbiamo registrato oltre 500 casi. Nel 2012 Codice Rosa è diventato Progetto regionale in Regione toscana e nel 2014 tutti i pronto soccorso della regione avevano Codice Rosa, da allora ogni anno in regione seguiamo circa 3mila casi all’anno.

Ma soprattutto ci siamo resi conto che il lavoro più grande l’abbiamo fatto nel modificare la concezione di violenza che avevamo noi operatori sanitari. È come se ci fossimo finalmente tolti quel velo dagli occhi che non ci permetteva di vedere quello che non riuscivamo a percepire prima. Ci si è resi conto che il nostro dovere di medici e infermieri era solo un piccolo pezzetto all’interno di una rete più ampia che prevedeva la piena sintonia con gli altri enti, istituzioni, forze dell’ordine e assistenti sociali.

 

Spingete le donne a denunciare?  

Assolutamente no. È una delle cose per cui siamo stati attacchi spesso. Attenzione, perché è pericoloso spingere una donna a denunciare. Noi operatori, ovviamente, abbiamo degli obblighi di legge e siamo tenuti a fare una segnalazione alla procura, come nel caso di reati procedibili d’ufficio. Il nostro ruolo è quello di assistere bene e in modo rispettoso la Donna nel momento di permanenza in ospedale e creare i presupposti perché la donna non si senta sola e dobbiamo, se lo vuole, facilitare il contatto successivo con i servizi e i Centri antiviolenza .

 

Secondo lei si potrebbe fare di più?

Si, sicuramente. Non dobbiamo accontentarci mai dello status quo. Possiamo fare ancora molto sia nella prevenzione che per quello che è il dopo. Dobbiamo rafforzare il percorso all’uscita dal Pronto soccorso, un continuum che, nel rispetto della scelta della donna, possa accompagnarla e sostenerla nel suo percorso di uscita dalla violenza. Questo è possibile rafforzando il percorso sul territorio, attraverso il sostegno centri anti violenza.

 

Secondo la sua esperienza, quali sono i motivi per cui tante donne sono ancora restie a denunciare il proprio aggressore?

Le motivazione sono estremamente complesse. È sicuramente molto doloroso ammettere che la persona che amiamo ci sta facendo del male volontariamente. Si può interpretare il ceffone della gelosia non come un reato, ma come un gesto normale dettato da un forte amore e invece deve essere forte il principio “se ti picchia non ti ama”.

 

Vuole lasciare un messaggio alle donne che subiscono violenza?

Il messaggio che voglio lasciare alle donne è che non devono sentirsi sole e tutti noi dobbiamo fare ogni sforzo poiché nessuna donna vittima di violenza di genere sia sola, e anche se sembra così difficile, a momenti impossibile, dobbiamo ricordarci che nessuno potrà toglierci la speranza. Solamente uniti riusciremo a fare la differenza e fare il primo passo per abbattere la solitudine. Perché la solitudine è la più grande alleata della violenza. E non parlo esclusivamente della solitudine della donna, ma anche di quella dell’infermiere o del medico. Loro, esattamente come le donne, non devono sentirsi soli, ma devono poter cogliere che dietro c’è una macchina pronta a mettersi in moto.