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La Grande Casa: 30 anni al servizio delle donne

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Lorena Spohr: “Accettare un nuovo percorso di vita è difficile, tutto va ricostruito dal principio”

La Grande Casa è una struttura che da 30 anni accoglie le donne che fuggono da situazioni di maltrattamento e di violenza nelle province di Milano, Monza e Brianza, Como e Lecco. Dal 1989 la Grande Casa scs lavora per dare una nuova prospettiva di vita alle donne che, insieme ai loro figli, vogliono costruirsi un’altra possibilità di vita lontane dalla violenza familiare.
Per capire come opera quest’associazione abbiamo parlato con Lorena Spohr, Alessia Brezzi e Marsil Yakoub, rispettivamente coordinatrice e educatrici de La Grande Casa.

LORENA SPOHR: “ACCETTARE UN NUOVO PERCORSO DI VITA È DIFFICILE, TUTTO VA RICOSTRUITO DAL PRINCIPIO”

La parola d’ordine per le persone che lavorano nella cooperativa La Grande Casa è accogliere: “Le donne, e i bambini, arrivano dopo essersi rivolte a una struttura pubblica o una rete antiviolenza. Noi ci occupiamo di dar loro ospitalità in una delle nostre strutture, abitazioni a misura d’uomo in cui proviamo a ricreare un ambiente quanto più possibile familiare – dice la coordinatrice Lorena Spohr - Le donne e i bambini che arrivano da noi sono molto disorientati, non conoscono nulla, né gli ambienti e nemmeno la zona della città nella quale stanno per andare ad abitare, perché per questioni di sicurezza vengono allontanati dalla loro precedente realtà abitativa”.

Le famiglie che arrivano nell’associazione sono comprensibilmente turbate e desiderose di trovare, prima di tutto, un minimo di serenità. “In genere c’è uno sconcerto diffuso, i bambini sono agitati e le mamme sono preoccupate per loro. A volte le donne fuggono solo con la loro borsa; insieme andiamo ad acquistare vestiti e tutto l’occorrente per i bambini almeno per i primi giorni – continua Lorena Spohr - Gli aspetti più critici dell’accoglienza riguardano l’accettazione del nuovo percorso di vita. Tutto va ricostruito dal principio, spesso le donne devono lasciare il lavoro per non essere vulnerabili. La parte più faticosa è questa”.

L’inizio della rinascita arriva dalla possibilità che si danno le donne di abbandonarsi al fluire delle proprie emozioni, e questo spesso sfocia in episodi di malesseri dai quali rinascono più forti di prima. “Superati i primissimi giorni, di solito succede che le donne si ammalano, hanno la febbre. Questo per noi significa che si stanno rilassando e stanno riuscendo a buttare fuori il loro malessere, da lì si riattivano in un nuovo cammino. Un altro sintomo che ci fa capire che qualcosa sta cambiando è che le donne riprendono a prendersi cura di sé stesse – continua Lorena Spohr – Successivamente arriva una fase nella quale le donne rifiutano di affrontare il cambiamento tutto insieme. Si affaccia la voglia di tornare ad un equilibrio stabile. Dover ricostruire una vita implica tantissime incertezze, per un periodo vanno lasciate tutte le persone della tua vita precedente, anche gli amici o i parenti che sono stati di supporto perché i mariti maltrattanti inseguono anche i conoscenti. Poi dopo qualche mese le donne possono ricontattare le amicizie o gli stessi genitori. Ma tutto va fatto con estrema gradualità”.

A livello professionale le soddisfazioni più grandi arrivano quando le donne ospitate si sentono serene. “Qualche tempo fa abbiamo accolto una giovane mamma con due bambini, aveva alle spalle anni di maltrattamenti e ci ha detto che se avesse saputo che le case antiviolenza erano come la nostra ci sarebbe venuta prima”.

ALESSIA BREZZI: “LA NARRAZIONE È UNA FORMA DI TERAPIA; ATTRAVERSO IL RACCONTO IL BAMBINO DÀ FORMA ALLE SUE PAURE”

Se le donne sono le prime vittime delle violenze dei partner, i più piccoli si ritrovano a vivere situazioni e sentimenti difficili da decifrare. “Quando i bambini arrivano da noi sono in uno stato di confusione, spaventati e arrabbiati perché magari non possono più vedere i loro amici, i nonni, i parenti. La loro vita di prima è finita, cambia tutto, il territorio e anche la scuola – dice Alessia Brezzi, educatrice de “La Grande Casa” - I primi tempi non vanno a scuola. In questa fase il nostro lavoro è cercare di ‘mettere in parola quello che non riescono a dire, di legittimare la rabbia e il senso di smarrimento.

Dopo c’è una seconda fase di ripartenza quando tornano a scuola e iniziano a riassaporare la normalità”. La legittimazione dei sentimenti anche attraverso il racconto è una delle fasi del recupero dei più piccoli. “La narrazione è una forma di terapia. A volte il racconto non è diretto ma arriva attraverso sogni oppure personaggi inventati che devono affrontare sfide o lotte. Il nostro lavoro è aiutarli a capire cosa è reale e cosa no – continua Alessia Brezzi - Dopo inizia un percorso di psicoterapia che li aiuta a elaborare il loro vissuto”.

La ripresa della normalità e della quotidianità nella vita dei bambini arriva attraverso la scuola. “La scuola e i compagni possono dare una grande mano ai bambini che hanno vissuto contesti di violenza a uscire da quella realtà. Per i bambini maschi è particolarmente difficile perché hanno bisogno di un modello di riferimento. È importante dire loro che possono essere diversi, che hanno meravigliose aspettative e emozioni bellissime. I bimbi chiedono dei loro papà perché, nonostante abbiano visto o subito delle violenze, provano comunque affetto nei loro confronti. Noi li aiutiamo a separare il papà che ha fatto cose non belle da quello che per loro può essere nutriente”. I bambini iniziano a stare meglio quando tornano a fare i bambini. “Un bambino sta bene quando fa il bambino, quando si preoccupa di giochi, compiti, feste di compleanno, quando insomma non si preoccupa di cose da adulti – conclude l’educatrice - Una volta che i bambini escono dalle nostre case a volte si dimenticano di quello che è stato. C’è un cambiamento nei loro occhi, si vede quando sono pronti per andare, tornano bambini”.

MARSIL YAKOUB: “L’ASPETTO PRINCIPALE DEL NOSTRO LAVORO È L’ACCOGLIENZA, AFFACCIARSI PIANO NELLE STORIE DEGLI ALTRI”

Le donne che arrivano nelle strutture de La Grande Casa, dopo aver scalato con coraggio una montagna fatta di paure, violenze e incertezze, prima di ogni cosa desiderano essere accolte e rassicurate. “La parte principale del nostro lavoro è l’accoglienza, essere capaci di affacciarci piano nelle storie degli altri – dice l’educatrice Marsil Yakoub - Bisogna lasciarsi il tempo di conoscersi a vicenda. In un secondo momento c’è la costruzione di un progetto che viene fatto insieme all’ospite”. Le ospiti si aspettano di trovare un ambiente il più possibile familiare per recuperare quanto perso con dolore nella loro vita. “Quello che mi piace di più delle nostre strutture è che sono davvero delle case. Il merito è degli operatori e delle donne che hanno lasciato qualcosa affinché diventi accogliente. Una casa vera, piena delle cose, delle usanze e degli odori delle persone che ci abitano – racconta Marsil Yakoub - A questo si aggiunge il lavoro della nostra équipe, un gruppo di persone che riesce ad avere sguardi diversi ma che sono focalizzati su uno stesso obiettivo. È un gran privilegio riuscire a leggere uno stesso episodio da angolature differenti. L’aspetto più importante per un educatore è la motivazione e solo dopo la preparazione professionale”.