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L’allarme di Save the Children: in Italia 1,4 milioni di ragazze ai margini

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Pubblicati i dati dell’undicesimo Atlante Infanzia dell’associazione: l’emergenza Covid amplifica il rischio “Neet”. Raffaela Milano: “Il recovery fund serva per investire sull’occupazione femminile dove ce ne è più bisogno, a partire dai servizi per la prima infanzia”

Il divario di opportunità tra uomini e donne rischia di essere amplificato dall’emergenza Covid-19. Soprattutto se il Paese non sarà in grado di correre ai ripari con provvedimenti mirati a consentire la ripresa anche ridimensionando il “gender gap”, che nel nostro Paese sta assumendo dimensioni se possibile sempre più preoccupanti. A scattare una fotografia più aggiornata sulla situazione è Save the Children, che ha pubblicato proprio nei giorni scorsi l’undicesima edizione del suo Atlante Infanzia, “Con gli occhi delle bambine”, curato da Vichi De Marchi. Dalla ricerca emerge che in Italia sono circa 1,4 milioni le ragazze di età compresa tra i 15 e i 29 anni a rischio “Neet”, che potrebbero cioè rimanere tagliate fuori dalla scuola, dal lavoro e dalla formazione.

L’emergenza pandemia è in questo contesto soltanto una variabile in più che è intervenuta a peggiorare la situazione, dal momento che già prima del lockdown un minorenne su nove viveva nel nostro Paese in una situazione di povertà, con l’abbandono scolastico che riguardava il 13,5% del totale e con un’offerta di asili nido Comunali in grado di coprire soltanto il 13,2% della potenziale domanda.
Nella sua ricerca, proprio per favorire interventi mirati, Save the Children ha messo in evidenza le cosiddette “zone rosse della povertà educativa”, che spesso coincidono con il Meridione, dal momento che - ad esempio - in Sicilia e Calabria la condizione di Neet riguarda il 40% delle giovani donne. Il fenomeno in ogni caso non risparmia il Nord: basti pensare che in Trentino le ragazze in questa situazione sono circa il doppio dei ragazzi, con un “gendar pay gap” pronunciato.

L’ILLUSIONE DELLA PARITÀ

“Quella a cui stiamo assistendo è l’illusione della parità - afferma Raffaela Milano, direttrice dei programmi Italia-Europa di Save the Children - Se guardiamo in maniera generale ai dati sulla scuola emerge che le bambine sono in generale più preparate e più brillanti dei loro coetanei, e che ad esempio si laureano di più dei maschi. Sembra incredibile che questa situazione si ribalti all’ingresso nel mondo del lavoro. Una motivazione potrebbe essere la cosiddetta ‘segregazione formativa’, il fatto cioè che le ragazze - nonostante la loro brillantezza - vengano di fatto allontanate dalle materie scientifiche, e che via via che crescono vengano sempre più indirizzate verso quelle umanistiche tralasciando le cosiddette ‘Stem’, che oggi offrono maggiori opportunità di lavoro. Se è vero che questo divario non è solo italiano - prosegue Milano - è anche vero che in Italia è molto più pronunciato che altrove: la forbice tra maschi e femmine nella media Ue si assesta al 5%, mentre in Italia il divario arriva al 20%. Questo vuol dire che le ragazze sono vittime di stereotipi culturali, e vengono orientate al non aver fiducia nelle proprie capacità: è una sorta di previsione che si autoadempie”.

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DONNE LAVORATRICI E MATERNITÀ

Ma nell’analisi non ci si può fermare a questo: “C’è anche da dire che purtroppo su questo divario pesa anche la mancata conciliazione in Italia tra la maternità e la professione - prosegue Milano - Tante giovani donne si sentono chiedere durante i colloqui di lavoro se intendono avere figli, e questo fattore condiziona le scelte. Inoltre si sente nel nostro Paese la mancanza di servizi per la prima infanzia: il numero di Neet è più alto - ad esempio - dove l’offerta di asili nido è più bassa. Si tratta tra l’altro anche di sfatare il pregiudizio che le donne che lavorano non fanno figli, mentre tra quelle che rimangono in casa la natalità è più alta. I nostri dati dimostrano che in Italia le Regioni in cui la crisi di natalità è più forte sono quelle dove non c’è lavoro femminile. Come dimostra la Francia, le politiche in favore delle donne che lavorano sono fondamentali per far ripartire la natalità e promuovere la costruzione di nuove famiglie”.

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Se l’emergenza Covid-19, come dicevamo, ha contribuito a peggiorare la situazione, è anche vero che le misure che il Governo metterà in campo per la ripresa economica potrebbero contribuire a ridurre progressivamente il gender gap, a iniziare dalla destinazione del Recovery Fund, che potrebbe prevedere misure per incentivare l’occupazione femminile.

IL GIUSTO MEZZO: INVESTIMENTI IN FAVORE DELL’OCCUPAZIONE FEMMINILE MA ANCHE PER L’EDUCAZIONE DELLE BAMBINE

“Parliamo di uno degli indirizzi dati chiaramente dall’Europa - prosegue Raffaela Milano - Credo che battaglie come quella del ‘giusto mezzo’, l’associazione che chiede che la metà dei fondi Ue per la ripresa economica sia utilizzata per la promozione del lavoro femminile, sia fondamentale, mi sento di appoggiarla in pieno. Quello che aggiungiamo come Save the Children è la proposta di iniziare dalle bambine, partendo dall’educazione, con percorsi di sostegno e di studio per l’avvicinamento alle materie scientifiche. Non a caso il fondo europeo straordinario si chiama ‘Next Generation Ue’. Si tratta di ricostruire il Paese favorendo chi si troverà ad affrontare e risolvere le conseguenze della crisi, che peserà molto sulle spalle delle nuove generazioni. Potrebbe essere questa l’occasione per favorire la nascita di nuovi asili nido in tutto il Paese, inseriti in una rete di servizi per la prima infanzia, indirizzando gli investimenti non a pioggia, ma convogliandoli nelle zone più critiche”.

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“Noi chiediamo che le aree per questi interventi siano individuate partendo da quelle che abbiamo definito ‘zone rosse’ della povertà educativa - conclude Milano - che sono prevalentemente ma non esclusivamente al Sud. Ne fanno parte anche territori di aree interne del Paese o delle periferie metropolitane del Centro e del Nord, dove le situazioni di disagio riguardano tante bambine, anche migranti. Sarebbe molto importante riuscire a superare la logica orizzontale e investire in maniera mirata su quei territori dove i fattori di svantaggio sono maggiori”.