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Il Giusto Mezzo: così il Recovery Fund può liberare la forza delle donne

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Una petizione online al presidente del Consiglio e iniziative online per chiedere più asili nido, l’incentivazione dell’occupazione femminile e l’azzeramento del gender pay gap. Cristina Sivieri Tagliabue: “Soltanto così si può superare l’emergenza Covid-19”

Per lasciarsi alle spalle la crisi economica causata dall’emergenza Covid-19 è necessario il contributo delle donne, che devono essere messe nelle condizioni di sviluppare le proprie potenzialità nel mondo del lavoro. Senza barriere che le releghino nelle retrovie, facendosi carico da sole della maternità e della cura della famiglia, che dovrebbero invece essere sostenute con politiche nazionali. Serve in altre parole che l’intero Paese se ne faccia carico, ad esempio orientando al meglio le risorse messe a disposizione dal Recovery Fund. Nasce da questa premessa il movimento "ilgiustomezzo", come spiega Cristina Sivieri Tagliabue, giornalista e attivista che ha ideato l’iniziativa insieme a un gruppo di donne, e oggi ne è portavoce.

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Cristina, come nasce "ilgiustomezzo"?

L’idea nasce da un gruppo di amiche che avevano fatto parte di diversi movimenti, e che durante il periodo dell’emergenza Covid-19 prima del lockdown ho messo in connessione attorno a questa idea. In precedenza avevo lanciato anche “Priorità alla scuola”, una mobilitazione sul tema del diritto all’istruzione durante il periodo di chiusura degli istituti. Ci siamo incontrate con le mamme di “Dateci voce”, un’iniziativa nata su Twitter dedicata alla rappresentanza delle donne all’interno dei comitati scientifici e delle task force del Governo per gestire l’emergenza. Poi sono seguiti i contatti con una serie di blogger e di influencer molto popolari, come “MammaDiMerda”, un gruppo di Torino che ho avuto il piacere di coinvolgere e incontrare in “Priorità alla scuola” e che sono diventate il nostro riferimento in Piemonte. Al progetto hanno aderito anche Mila Spicola, incontrata durante la manifestazione di Roma del 23 maggio - la prima in piazza dopo la “riapertura” - che si è svolta in contemporanea in 21 città e ha avuto un grande successo mediatico e ci ha portato fino al palco di Propaganda Live su La7. Si tratta di un gruppo di persone di diversa estrazione e con diversi interessi e profili, che si erano già incrociate singolarmente e con alcune rappresentanti della politica attorno alla necessità di costruire infrastrutture sociali affinché le donne non dovessero occuparsi da sole della cura degli anziani e dei bambini, senza riuscire a lavorare.

Qual è stato il punto da cui siete partite per formulare la vostra proposta?

Un elemento decisivo è stato il tema del Recovery Fund, e il lavoro dell’eurodeputata tedesca Alexandra Geese, la prima a lanciare “HalfOfIt”, con la proposta di destinare alle donne metà dei fondi per la ripartenza: uno slogan semplice e chiaro. Tra gli autori dello studio realizzato dalla Geese e presentato al Parlamento Europeo c’era anche un’economista italiana, Azzurra Rinaldi, che ha sostenuto la nostra proposta. Il principio che dovrebbe guidare gli investimenti “femminili” è quello di non destinare i fondi a pioggia soltanto per tappare dei buchi, ma di utilizzarli con attenzione in settori ad alta occupazione femminile. Quindi non elemosine da dover chiedere volta per volta, ma investimenti per costruire infrastrutture che permettano alle donne di lavorare. La nostra idea è stata di portare questa richiesta specifica anche in Italia, chiedendo al mondo della politica strumenti concreti per poter migliorare la vita alle donne.

Da queste premesse è nata una lettera al presidente del Consiglio…

Sì, la lettera a Giuseppe Conte ha superato a oggi le 50mila firme, ma siamo determinate a raccoglierne ancora molte di più. Abbiamo chiesto, al di là del colmare il gender gap di retribuzione tra uomini e donne, che lo Stato investa in infrastrutture, come ad esempio gli asili nido, perché è dimostrato che liberano la possibilità di lavorare alle donne. Non si possono discriminare le donne che non hanno i genitori a cui lasciare i figli. Perché oggi nel nostro Paese, e soprattutto al Sud, le donne che hanno uno o due figli sono spesso costrette a interrompere la loro attività professionale e a rimanere a casa. Così abbiamo deciso di concentrare la nostra attenzione su richieste specifiche che richiedessero investimenti specifici: la scuola e diritto all’istruzione, l’utilizzo del Recovery Fund per l’impresa e il lavoro al femminile, la defiscalizzazione delle assunzioni di donne nei prossimi anni al Sud. E progressivamente la nostra proposta ha iniziato a trovare spazio sui media.

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Che reazioni avete registrato dalla politica?

Abbiamo fatto un primo flash mob a fine settembre davanti al Pantheon, a Roma, e la politica ha dato segno di volerci ascoltare. Alcune deputate di diversi schieramenti politici sono venute a parlare con noi. Il giorno dopo Giuseppe Conte, parlando in pubblico del Recovery Fund, ha dichiarato che per le donne è necessario fare qualcosa di importante; mentre siamo state convocate dal ministro per gli Affari europei, Vincenzo Amendola, e da quello per il Sud e la Coesione territoriale, Giuseppe Provenzano. Li abbiamo incontrati, e ora dobbiamo capire insieme cosa sia possibile fare. Mi pare di poter dire che la politica abbia capito l’importanza di questo tema: ora è il momento di continuare a fare pressione mediatica e tenere alta l’attenzione, in modo che non si scordino di noi e delle nostre richieste.

Come riuscite a far sentire la vostra voce in un momento storico caratterizzato dal “distanziamento sociale”?

I nostri alleati sono Internet e i media. Cerchiamo di raccogliere attorno a questo progetto tante giovani, e le influencer ci danno una grande mano: da Veronica Benini - @Spora a Cristina Fogazzi - @estetistacinica, a Francesca Palazzetti - @mammafrau; tutte si sono spese generosamente per questo progetto, ma anche molti colleghi e colleghe giornalisti hanno mostrato interesse. La nostra forza è quella di chiedere qualcosa di specifico, non siamo un movimento femminista che si muove su grandi richieste: siamo nate per fare in modo che il Recovery Fund venga utilizzato in modo corretto e attraverso questa richiesta tentiamo di sensibilizzare le giovani generazioni e tutti su argomenti specifici. Da qui si può partire, se questo concetto farà breccia si potrà allargare il discorso a tutti i temi dell’economia per le donne, e rendere consapevoli tutte che si può fare e agire e avere un’influenza specifica. Quello che è successo negli Stati Uniti con l’elezione di Biden è un segnale chiaro dell’influenza che possono avere le donne e di quanto possano essere decisive. Si tratta soltanto di prendere consapevolezza del nostro potere e della nostra capacità di creare i destini delle cose. Tramite azioni specifiche si può arrivare ai cuori delle persone e alla consapevolezza che abbiamo un grosso potenziale, ancora in gran parte da esprimere.

Da Il Giusto Mezzo è nata anche #giustomezzora. Cos’è?

Abbiamo pensato di creare un appuntamento con l’idea di allargare la nostra base e portare i nostri temi alle persone che non li conoscono, intervistando persone note ma anche meno note. Sfruttiamo i social perché per il momento non si può fare diversamente, con questo format e con altri che potremo lanciare in futuro. Abbiamo una grande base di ragazze che ci seguono e che fanno parte del movimento, tutto su base volontaria, chi vuole fare e ha passione è libero di mettere a disposizione le sue capacità. La puntata zero è andata online giovedì 5 novembre, l’ospite era Giorgio Gori, sindaco di Bergamo.

Quali altre iniziative avete in mente per il futuro?

Stiamo costruendo una piccola agenda, se il momento non fosse così difficile ci avrebbe trovato in piazza in questi giorni. In ogni caso sta emergendo il bisogno di momenti collettivi in cui si ripensi e si crei insieme un nuovo immaginario. Oggi questo si traduce essenzialmente in appuntamenti “digitali”, è un po’ una scelta obbligata e un po’ una caratteristica dei movimenti fluidi nati online. Interessante a questo proposito la definizione di “New Power” data da Jeremy Heimans ed Henry Timms nel loro libro recentemente pubblicato da Einaudi, che spiega come la rivoluzione tecnologica abbia creato un nuovo potere, quello dei movimenti digitali. È una nuova modalità di stare insieme, ma è pur sempre stare insieme, nell’unico modo possibile in questo momento.