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“Il cycling delle centrali conviene: costa poco e taglia CO2”

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Parla Debra Lew, project manager del Laboratorio sulle rinnovabili del Dipartimento dell’energia americano: l’avvio e stop degli impianti è una buona soluzione per integrare la generazione da fonti pulite

Il cycling, cioè l’operazione di accensione e spegnimento di una centrale elettrica a supporto della produzione di energia da fonti rinnovabili, ha un impatto economico e ambientale trascurabile rispetto alla quantità di emissioni che si possono tagliare grazie agli impianti solari ed eolici. A dirlo è il National renewable energy laboratory (Nrel) del Dipartimento dell’energia degli Stati Uniti, in uno studio pubblicato a settembre 2013. Noi di Energie Sensibili abbiamo incontrato Debra Lew, project manager della ricerca, che ci ha confermato: “Il cycling è una buona soluzione per integrare la produzione di energia da fonti pulite”.

 

Può spiegarci cosa intende per “cycling”?

Il cycling è l’operazione di avvio e disattivazione di una centrale oppure l’aumento o la diminuzione della potenza dell’impianto stesso. Nel nostro studio abbiamo fatto riferimento agli Stati Uniti occidentali e agli impianti a combustibili fossili e a fonti rinnovabili presenti in questa macro-regione.

 

Possiamo dire che al momento è la soluzione migliore per l’ambiente?

Gli operatori dell’energia già utilizzano il cycling quando è necessario aumentare la produzione, anche senza l’integrazione con fonti rinnovabili. Con i livelli di fonti pulite che abbiamo ipotizzato nel nostro studio (il 33% della produzione da vento e sole entro il 2020, ndr) abbiamo scoperto che accendere e spegnere una centrale per integrare la quantità di energia prodotta da un parco eolico o fotovoltaico è comunque un’opzione vantaggiosa e a basso impatto, perché non genera molte emissioni.

 

Il presupposto del cycling è che è comunque necessario mantenere un impianto di “back up”, perché le fonti pulite sono variabili e non sempre in grado di soddisfare la domanda. Come si può agire su questa variabilità?

Nel nostro caso (con riferimento agli Usa occidentali, ndr) il modo migliore per ridurre la variabilità è di aumentare la collaborazione tra le utility dell’energia che operano in quest’area, affinché possano sfruttare al meglio le diverse fonti disponibili. Al contrario di ciò che accade in Europa, nella rete a ovest degli States abbiamo ben 40 balancing areas (autorità responsabili dell’integrazione degli impianti che producono energia in una determinata zona, negli Stati Uniti sono in tutto 130, ndr) e ognuna di queste deve gestire in maniera integrata centrali tradizionali e fonti rinnovabili. Se ognuna fa questo lavoro da sola è più difficile sfruttare al meglio le fonti solare ed eolica disponibili.

 

Parlando dei costi di avvio e stop dell’impianto, la ricerca ha evidenziato che sono poco più elevati di quelli per mantenere sempre acceso un impianto tradizionale. Secondo lei sono costi sostenibili?

In generale i costi del cycling sono più alti per alcuni tipi di impianti, come quelli a combustibili fossili (le centrali a gas sono più flessibili, ndr). La sostenibilità economica delle centrali tradizionali è un grande punto interrogativo perché sono impianti che generano meno energia, meno ricavi e comportano costi più alti.

 

Lo studio appena pubblicato fa parte di una ricerca più grande, dal titolo “Western Wind and Solar Integration Study”. Quali sono i vostri obiettivi?

L’analisi complessiva si compone di tre fasi. Abbiamo appena concluso la seconda, sul cycling appunto. La prima ha riguardato le diverse opzioni per integrare l’energia prodotta da vento e sole mentre la terza affronterà l’affidabilità e la stabilità di passaggio della rete elettrica.