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Il Climate change investe il Mediterraneo: l’allarme del WWF

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Sono circa mille le specie “aliene” che si sono ormai adattate a vivere nel bacino, mentre crollano le praterie di posidonia e i banchi di gorgonie

In occasione della giornata mondiale degli oceani, l’8 giugno, il WWF ha mostrato in sei storie gli effetti del riscaldamento globale sul mare. Un allarme che richiede un intervento urgente per contenere il più possibile le emissioni di gas serra, mentre è sempre più necessario intervenire per adattarsi alla realtà di un mare che sta progressivamente riscaldandosi.
Le conseguenze di questo processo sono ormai chiaramente visibili: sono più di mille le specie aliene, che cioè nel passato non vivevano nelle acque del Mediterraneo, ad aver stabilito qui la propria dimora, andando a insidiare e a volte a sostituire le specie “endemiche” e mutando gli ecosistemi, mentre il riscaldamento globale e i conseguenti eventi atmosferici estremi, sempre più frequenti, mettono a rischio la sopravvivenza di meraviglie naturali quali le praterie di fanerogame marine e i banchi di corallo. Senza contare che l’innalzamento del livello dei mari può creare problemi anche alle coste e agli insediamenti umani che vi si trovano.

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ECOSISTEMI MARINI A RISCHIO

La giornata mondiale degli oceani è stata per il WWF l’occasione per accendere i riflettori sul Mediterraneo e sui suoi ecosistemi marini, alcuni dei quali stanno mutando rapidamente e a volte irreversibilmente a causa dei cambiamenti climatici. Le conseguenze di questo processo non si ripercuotono soltanto sulla natura, ma investono anche l’uomo e le sue attività e abitudini, a partire ad esempio dalla pesca, con un cambiamento delle abitudini alimentari dell’uomo rispetto al consumo di pesce, e il turismo. Per sensibilizzare le persone e le istituzioni su questi argomenti WWF Italia ha lanciato inoltre la campagna GenerAzioneMare che nel corso dell’estate vedrà volontari, ricercatori, velisti, sub e apneisti testimoniare il proprio impegno per la difesa del Mediterraneo.

LO STUDIO “THE CLIMATE CHANGE EFFECT IN THE MEDITERRANEAN”

Secondo i dati della ricerca “The Climate Change Effect in the Mediterranean: Stories from an overheating sea”, nel Mediterraneo le temperature stanno aumentando del 20% più velocemente rispetto alla media globale, mentre l’innalzamento del livello delle acque dovuto al riscaldamento globale dovrebbe superare il metro entro il 2100: questi cambiamenti contribuiranno a rendere il bacino più salato e il riscaldamento più rapido in tutto il pianeta. Questo processo metterebbe a rischio la biodiversità marina, accelerando i cambiamenti nelle specie ittiche per i loro habitat, e quindi anche per comunità locali che abitano sulle coste. A causa di una serie di attività riconducibili direttamente all’uomo, infatti, il mare ha ridotto nel tempo la propria “resilienza ecologica”, in parole più semplici la propria capacità di rigenerarsi. A influire maggiormente sull’impatto climatico, secondo la ricerca, sono tra le altre cause:

  • la pesca eccessiva
  • l'inquinamento
  • lo sviluppo antropico costiero
  • la navigazione

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CAMBIA LA POPOLAZIONE ITTICA DEL MEDITERRANEO

Con il riscalamento globale stanno progressivamente cambiando gli habitat e quindi anche le specie che popolano il mare. Ne deriva, ad esempio, che nelle acque israeliane la presenza di molluschi autoctoni è crollata del 90%, mentre in Turchia specie invasive come il pesce coniglio costituiscono l'80% delle catture. Quanto all’Italia, in Liguria è sempre più comune avvistare o trovare nelle reti esemplari di specie “meridionali”, come i barracuda o le cernie brune. Stiamo in altre parole assistendo a una tropicalizzazione del Mediterraneo, con specie autoctone costrette a spostarsi o a morire a causa dell'aumento delle temperature. Questa dinamica ha ovviamente un impatto anche sulle comunità che vivono sulle coste, che progressivamente cambiano le proprie abitudini alimentari “facendo conoscenza” con le nuove specie, o iniziano a difendersi da una presenza più forte delle meduse installando reti attorno alle spiagge. È un effetto della “gelificazione” del mare, con fioriture di meduse che si verificano ogni anno e durano più a lungo nelle acque meridionali.

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I MUTAMENTI DEI FONDALI

I cambiamenti nel Mediterraneo legati ai cambiamenti climatici non riguardano soltanto le specie ittiche, ma anche la vegetazione, compresa quella che abita i fondali delle acque profonde. È il caso ad esempio delle praterie endemiche di posidonia, di gorgonie o di pinna nobilis, che sono in netta diminuzione in tutto il bacino e che in alcune aree sono arrivate a sparire. Anche in questo caso la scomparsa di alcune specie non sarebbe soltanto una perdita per l’ecosistema, ma innescherebbe un effetto a catena che porterebbe a una serie di conseguenze anch’esse particolarmente gravi per l’ecosistema marino.

Posidonia Nello specifico, le praterie di Posidonia sono minacciate dal riscaldamento delle acque e dall'innalzamento del livello del mare, con gravi conseguenze per la biodiversità e il carbonio ‘blu’, dal momento che queste specie immagazzinano l'11-42% delle emissioni di CO2 dei paesi mediterranei.

Gorgonie Quanto alle gorgonie, basti dire che il 30% è stato distrutto da una singola tempesta: si tratta di una specie di corallo che fino ad ora ha avuto un ruolo chiave in molti complessi ecosistemi mediterranei, e che sono a rischio a causa degli eventi meteorologici estremi.

Pinna nobilis Infine l'80-100% della popolazione di Pinna nobilis è recentemente scomparso in veri e propri eventi di mortalità di massa in Spagna, Italia e altri siti mediterranei. Si tratta in questo caso del più grande bivalve endemico del Mediterraneo, oltre che uno dei più grandi al mondo, che può fornire habitat essenziali per 146 diverse.

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DONATELLA BIANCHI: “PORTARE AL 30% LA SUPERFICIE DI MARE PROTETTO ENTRO IL 2030”

"Dagli scenari degli esperti sul futuro del Mediterraneo, come l'accelerazione dell'aumento delle temperature e l'ingresso di numerose specie aliene, il Mare Nostrum rischia di cambiare volto in tempi rapidissimi con inevitabili conseguenze per le comunità – afferma Donatella Bianchi, presidente di WWF Italia - Ora più che mai è necessario puntare sulla superficie di mare protetto, almeno il 30% entro il 2030 così come prevede anche la nuova Strategia sulla Biodiversità UE. Le Aree marine protette, infatti, sono uno strumento essenziale per la resilienza dei nostri mari e degli ecosistemi che li rendono unici. La migliore cura è investire sulla Natura e aiutarla a rigenerarsi".

GIULIA PRATO “RIDURRE LA PRESSIONE UMANA PER SALVARE IL MEDITERRANEO”

“Il Mediterraneo di oggi non è più quello di una volta. La sua tropicalizzazione è già avanzata - aggiunge Giulia Prato, responsabile mare del WWF Italia - Il cambiamento climatico non è un tema del futuro, è una realtà che oggi scienziati, pescatori, subacquei, comunità costiere e turisti stanno già vivendo. La posta in gioco è molto alta tenendo conto dei benefici che il Mar Mediterraneo potrebbe offrire. Se vogliamo invertire questa tendenza dobbiamo ridurre la pressione umana e costruire la resilienza. Ecosistemi sani e una fiorente biodiversità sono le nostre migliori difese naturali contro gli impatti climatici".