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I numeri della violenza sulle donne. Le parole per combatterla

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Vogliamo che la nostra community sia fatta solo di persone che stanno nella parte di rete “non ostile”: che non insulta, non aggredisce, non deride, ma include e incoraggia

Era il 19 dicembre 1999 quando l’assemblea generale delle Nazioni Unite indicò il 25 novembre come Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (risoluzione 54/134).

Sono passati quasi vent’anni. Ma la ricorrenza non è certo di quelle entrate subito in tutti i calendari. Anzi: in Italia se ne parla davvero da una decina d’anni.

Eppure il fenomeno ha una portata enorme.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno almeno 3 milioni di bambine nel mondo vengono infibulate. In base alle stime Unicef, 14 milioni sono quelle che ogni anno (quindi 38.000 al giorno) sono cedute in sposa, generalmente a uomini molto più grandi di loro, vecchi.

Ma limitiamoci all’Italia e, sempre a proposito di date, annotiamo il 10 agosto 1981: giorno dell’abrogazione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore. Sono passati quasi quarant’anni da quella legge, ma evidentemente anche molti italiani nati dopo sono cresciuti nella convinzione di una qualche forma di superiorità o di possesso del maschio (non riesco a dire “uomo”) rispetto alla donna.

Una volta tanto i dati Istat non sono asettici, ma fanno paura. Il 31,5% delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito nella propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner, nel 3,6% da parenti e nel 9,4% da amici.

Oggi ci muoviamo tutti in rete, comunichiamo via smartphone e siamo perennemente connessi.
Eppure una donna che subisce violenza è spesso sola, soprattutto se il luogo della violenza è casa sua.
Non sa con chi parlare, e nemmeno chi chiamare.

La community digitale, solitamente così chiassosa e pronta a scambiare battute, emoticon e like di approvazione, difficilmente offre sostegno concreto. Peggio ancora, sono troppi i casi in cui il giro di “amicizie” social moltiplica giudizi sommari e inappellabili, processi e violenze verbali così traumatiche da portare all’isolamento e anche alla morte di ragazzine semplicemente ingenue, o magari già vittime fuori dalla rete.

Sono i numeri a raccontare le parole in una ricerca condotta da VOX – Osservatorio Italiano sui Diritti sulla distribuzione del cosiddetto hate speech negli ultimi due anni. Su un social per certi versi elitario come Twitter il 13,5% dei discorsi d’odio è rivolto contro gli immigrati, l’11,5% i musulmani, l’8,3% i disabili, il 4% gli omosessuali, il 2,8% gli ebrei. In questa triste classifica, con un impressionante 50,5%, il primo posto spetta alle donne.

E qui veniamo alla scelta di Sorgenia, un’azienda che vende energia e che ha deciso di lanciare una campagna per far gridare a tutti #sempre25novembre – perché un giorno non basta, la giornata contro la violenza sulle donne dev’essere sempre. Dobbiamo denunciare, intervenire, non scusare chi commette violenza.

Sorgenia ha scelto il web come spazio per avvicinare e dialogare con i propri clienti, e non può accettare di muoversi in uno spazio aggressivo e violento. Vogliamo che la nostra community sia fatta solo di persone che stanno nella parte di rete “non ostile”: che non insulta, non aggredisce, non deride, ma include e incoraggia.

Le persone di Sorgenia hanno un’età media di 36 anni; nati dopo il 10 agosto 1981, non hanno niente in comune con la cultura che ha nutrito il delitto d’onore. Sono donne e uomini che si sentono parte di una società aperta e dinamica, civile, dove ogni singola persona ha un valore da affermare e un’azienda è tenuta a svolgere un ruolo sociale.

Pensiamo e abbiamo scritto che le nostre scelte cambiano il mondo, più delle idee.
La nostra scelta è stata prendere una posizione netta, usare la nostra voce per combattere un fenomeno mostruoso e inaccettabile in un mondo civile.